Tra gioco e memoria Perec rovescia il senso della Storia
di Silvia Lutzoni
“W. O il ricordo d’infanzia”, tra biografia e analisi sociologica Un ritorno all’adolescenza, con l’orrore nazista sullo sfondo
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Il nome di Georges Perec è tradizionalmente associato a quell’esperienza di matrice formalista che sfociò, nel 1960 a Parigi, nella costituzione dell’OuLiPo. Fondata da Raymond Queneau e da François Le Lionnais, l’Officina della Letteratura Potenziale riuniva al suo interno un gruppo di letterati e matematici (ne fece parte anche Calvino, dal 1972) i quali ritenevano che la struttura fosse la vera realtà della letteratura, e che solo il ricorso a nuovi vincoli e costrizioni, spesso mutuati dalle cosiddette scienze esatte, potesse infondere vita nuova nella creazione letteraria. Ne è un esempio il celebre romanzo di Perec «La sparizione» (1969), dove a scomparire sono in primo luogo tutte le parole contenenti la lettera “e”, peraltro la più frequente in lingua francese; o gli «Esercizi di stile» (1947) di Queneau, dove un banale episodio di cronaca è declinato secondo novantanove stili diversi.
Tuttavia Perec non fu soltanto un enigmista funambolico, e non può nemmeno essere definito un asettico formalista ludico. Ne è prova il suo tentativo inesausto di ricondurre l’opera di Roland Barthes, del quale aveva frequentato con entusiasmo i seminari all’École pratique des hautes études, all’interno di un orizzonte critico meno asfittico e autoreferenziale, convinto com’era che la letteratura non dovesse parlare soltanto di sé stessa. A tal proposito, una sorta di dichiarazione di poetica potrebbe essere quella che si ritrova in «W. O il ricordo d’infanzia» (178 pagine, euro 18,50), libro che apparve inizialmente nella rivista «La Quinzaine littéraire» tra il 1969 e il 1970 e fu pubblicato nella sua versione definitiva nel 1975, dove si può leggere quanto segue: «Non scrivo per dire che non dirò niente, non scrivo per dire che non ho niente da dire». Ciò non significa che Perec avesse reciso, a questa altezza cronologica, ogni vincolo con l’OuLiPo, ma che alla letteratura egli attribuisse un valore più complesso: e non ultima la capacità di «recare l’impronta dei (propri) morti», e insieme di «riaffermare la propria vita». «W. O il ricordo d’infanzia», che Einaudi oggi rimanda in libreria con la densa introduzione di Andrea Canobbio, è cio che Philippe Lejeune ha definito come «autobiografia critica», vale a dire un testo dove l’autore esercita sistematicamente un lavoro critico sulla propria memoria, lavoro che non può che concludersi con l’amara consapevolezza della sua fallibilità (fondamentali furono le sedute di psicanalisi cui Perec più volte si sottopose nella sua vita).
Il libro si articola in due sezioni che si combinano tra loro come un basso continuo, quasi neutro, cui si sovrappone un passo marziale, tanto costante quanto atroce. La prima, in tondo, è quella più esplicitamente autobiografica e metaletteraria, quella in cui l’autore tenta di ricostruire le proprie contraddittorie memorie d’infanzia: un padre morto in guerra; una madre rastrellata dai nazisti e forse morta a Auschwitz; una zia depositaria del ricordo di quelle vicende alle quali «la Storia, quella con la S di “scure”», aveva già dato un nome. La seconda è costituita invece da un racconto allegorico che Perec aveva scritto all’età di tredici anni per poi dimenticarlo fino al momento della stesura del libro. Qui l’autore descrive, nei dettagli più efferati, la vita di una società dedita allo sport su un isolotto della Terra del fuoco e denominata «W», società nella quale in una notazione – forse troppo esplicita – Perec identifica il nazismo. Si tratta di due racconti che, sebbene apparentemente slegati, procedono di pari passo per ridefinire i contorni di un tormento a lungo sopito: ne risulta un libro dove il passo biografico e quella ludico, quello sociologico e quello romanzesco si fondono, e dove «l’indicibile» resta tale, per rivelarsi nei dettagli: W, fa notare Canobbio, altro non è che il rovesciamento della lettera M di madre.
Tuttavia Perec non fu soltanto un enigmista funambolico, e non può nemmeno essere definito un asettico formalista ludico. Ne è prova il suo tentativo inesausto di ricondurre l’opera di Roland Barthes, del quale aveva frequentato con entusiasmo i seminari all’École pratique des hautes études, all’interno di un orizzonte critico meno asfittico e autoreferenziale, convinto com’era che la letteratura non dovesse parlare soltanto di sé stessa. A tal proposito, una sorta di dichiarazione di poetica potrebbe essere quella che si ritrova in «W. O il ricordo d’infanzia» (178 pagine, euro 18,50), libro che apparve inizialmente nella rivista «La Quinzaine littéraire» tra il 1969 e il 1970 e fu pubblicato nella sua versione definitiva nel 1975, dove si può leggere quanto segue: «Non scrivo per dire che non dirò niente, non scrivo per dire che non ho niente da dire». Ciò non significa che Perec avesse reciso, a questa altezza cronologica, ogni vincolo con l’OuLiPo, ma che alla letteratura egli attribuisse un valore più complesso: e non ultima la capacità di «recare l’impronta dei (propri) morti», e insieme di «riaffermare la propria vita». «W. O il ricordo d’infanzia», che Einaudi oggi rimanda in libreria con la densa introduzione di Andrea Canobbio, è cio che Philippe Lejeune ha definito come «autobiografia critica», vale a dire un testo dove l’autore esercita sistematicamente un lavoro critico sulla propria memoria, lavoro che non può che concludersi con l’amara consapevolezza della sua fallibilità (fondamentali furono le sedute di psicanalisi cui Perec più volte si sottopose nella sua vita).
Il libro si articola in due sezioni che si combinano tra loro come un basso continuo, quasi neutro, cui si sovrappone un passo marziale, tanto costante quanto atroce. La prima, in tondo, è quella più esplicitamente autobiografica e metaletteraria, quella in cui l’autore tenta di ricostruire le proprie contraddittorie memorie d’infanzia: un padre morto in guerra; una madre rastrellata dai nazisti e forse morta a Auschwitz; una zia depositaria del ricordo di quelle vicende alle quali «la Storia, quella con la S di “scure”», aveva già dato un nome. La seconda è costituita invece da un racconto allegorico che Perec aveva scritto all’età di tredici anni per poi dimenticarlo fino al momento della stesura del libro. Qui l’autore descrive, nei dettagli più efferati, la vita di una società dedita allo sport su un isolotto della Terra del fuoco e denominata «W», società nella quale in una notazione – forse troppo esplicita – Perec identifica il nazismo. Si tratta di due racconti che, sebbene apparentemente slegati, procedono di pari passo per ridefinire i contorni di un tormento a lungo sopito: ne risulta un libro dove il passo biografico e quella ludico, quello sociologico e quello romanzesco si fondono, e dove «l’indicibile» resta tale, per rivelarsi nei dettagli: W, fa notare Canobbio, altro non è che il rovesciamento della lettera M di madre.
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