«Quel giorno che credetti di essere morto»
di ROBERTO CANESSA
In “Dovevo sopravvivere” Roberto Canessa racconta di quando nel 1972 si salvò da un incidente aereo sulle Ande
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Per gentile concessione della casa editrice Delfino pubblichiamo un brano tratto dal bestseller “Dovevo sopravvivere”, di Roberto Canessa e Pablo Vierci.
* * *di ROBERTO CANESSA
Il 13 ottobre 1972, alle quindici e ventinove, guardai fuori dal finestrino dell’aereo. Mi sorprese vedere i picchi delle Ande che passavano così vicino alle ali del Fairchild 571, un aereo a turboelica con quarantacinque passeggeri che, con giocatori e tifosi del rugby club Old Christians, composto da ex studenti del liceo Stella Maris-Christian Brothers, avevamo noleggiato dalla Forza Aerea uruguaiana, per andare in Cile a giocare a rugby. All’improvviso ci ritrovammo in un vuoto d’aria interminabile. Poi in un altro, ancora più lungo. L’aereo tentò di alzarsi e recuperare quota. Il pilota spinse al massimo i motori, che ruggirono inutilmente, perché non avevano abbastanza potenza. Un minuto dopo arrivò quel colpo tragico, l’ala destra si scontrò con la cima, l’aereo si spezzò in due, con un’esplosione secca, violenta, e con rumore di ferri che si accartocciano tra loro. E una caduta vertiginosa. Eravamo scossi come se fossimo nell’occhio di un ciclone. Poi iniziò una serie di salti, colpi ed esplosioni stridenti che mi stordirono. Mentre l’aereo scivolava sulla pendice della montagna, a quella che mi sembrava una velocità supersonica, mi resi conto che ero coinvolto in un incidente aereo nella cordigliera delle Ande, e che stavo per morire, perché a un incidente come questo segue solamente l’annientamento di tutto ciò che esiste: i corpi e le macchine, la carne e l’acciaio contorto. Mi tenevo così forte alla base del sedile che strappai dei pezzi di imbottitura con la pressione delle mani, mentre gli scossoni mi rivoltavano le interiora. Chinai la testa, aspettando l’impatto imminente che mi avrebbe annientato.
Come sarà morire, mi mancherà l’aria, la vista, il pensiero? Quanto dolore riuscirò a sopportare? Vedrò le mie membra staccarsi dal corpo? Fino a quando saremo coscienti, nell’istante che precede la morte? Quando perderò i sensi? Non appena l’aereo si arrestò bruscamente, il mio corpo, legato con la cintura di sicurezza, insieme al sedile fu lanciato dalla forza d’inerzia e andò a sbattere contro lo schienale del sedile di fronte, anch’esso volato in avanti, uscito dalle sue guide, fino ad impilarsi vicino alla cabina di pilotaggio... però sto ancora respirando. Pensai che quella fosse la morte, perché non riuscivo a credere di essere ancora vivo. Tuttavia, non avrei mai potuto immaginare cosa sarebbe accaduto dopo: una morte incapsulata, a piccole dosi, goccia a goccia. Rimasi svenuto qualche millesimo di secondo. Mi svegliai, senza vedere nulla, e senza capire cosa stesse accadendo. Avevo la nausea, ero molto dolorante, sebbene non riuscissi a capire cosa mi faceva male. Lo spazio cominciò a riempirsi di gemiti e lamenti che non riuscivo a decifrare, e di un intenso odore di combustibile. Guardai indietro, verso l’apertura lacerata della cabina, e la scena era irreale: la fusoliera si era spezzata all’altezza della fila numero otto, le mancava una parte dell’aereo e la coda. Vidi la montagna intorno a noi, e sentii la bufera inclemente che spazzava tutto quello che era sulla sua strada, e ci picchiava con delle frustate. Lungo i lati vidi degli zombie che si ricomponevano, teste e mani dei resuscitati che si muovevano tra i sedili divelti, staccati dalle basi. Flaco Vasquez, nel sedile accanto al mio, sull’altro lato del corridoio, mi guardava con nostalgia. Era pallido, confuso, sotto shock... Qualcuno alle mie spalle spostò dei sedili e dei ferri che mi immobilizzavano. Appena mi voltai, riconobbi il mio amico Gustavo Zerbino. Che fortuna, sei vivo! , pensai mentre mi guardava come a dire: che fortuna, sei vivo! Senza parlare, ci chiedemmo: E ora cosa facciamo?
E all’unisono: da dove cominciamo? Mentre Carlito Pàez, sotto shock, riuscì solo a darmi una certezza a cui non potevo credere: «Canessa, questo è un disastro?». Capii che Flaco Vàsquez aveva una gamba ferita, e dovevo fermare l’emorragia. Non dovevo esitare un istante. Questo concetto di rapidità guidò la prima parte della mia esperienza sulla montagna. Non è che non fosse lecito avere dei dubbi, semplicemente non avevo tempo per farlo. Dovevo sopravvivere.
* * *di ROBERTO CANESSA
Il 13 ottobre 1972, alle quindici e ventinove, guardai fuori dal finestrino dell’aereo. Mi sorprese vedere i picchi delle Ande che passavano così vicino alle ali del Fairchild 571, un aereo a turboelica con quarantacinque passeggeri che, con giocatori e tifosi del rugby club Old Christians, composto da ex studenti del liceo Stella Maris-Christian Brothers, avevamo noleggiato dalla Forza Aerea uruguaiana, per andare in Cile a giocare a rugby. All’improvviso ci ritrovammo in un vuoto d’aria interminabile. Poi in un altro, ancora più lungo. L’aereo tentò di alzarsi e recuperare quota. Il pilota spinse al massimo i motori, che ruggirono inutilmente, perché non avevano abbastanza potenza. Un minuto dopo arrivò quel colpo tragico, l’ala destra si scontrò con la cima, l’aereo si spezzò in due, con un’esplosione secca, violenta, e con rumore di ferri che si accartocciano tra loro. E una caduta vertiginosa. Eravamo scossi come se fossimo nell’occhio di un ciclone. Poi iniziò una serie di salti, colpi ed esplosioni stridenti che mi stordirono. Mentre l’aereo scivolava sulla pendice della montagna, a quella che mi sembrava una velocità supersonica, mi resi conto che ero coinvolto in un incidente aereo nella cordigliera delle Ande, e che stavo per morire, perché a un incidente come questo segue solamente l’annientamento di tutto ciò che esiste: i corpi e le macchine, la carne e l’acciaio contorto. Mi tenevo così forte alla base del sedile che strappai dei pezzi di imbottitura con la pressione delle mani, mentre gli scossoni mi rivoltavano le interiora. Chinai la testa, aspettando l’impatto imminente che mi avrebbe annientato.
Come sarà morire, mi mancherà l’aria, la vista, il pensiero? Quanto dolore riuscirò a sopportare? Vedrò le mie membra staccarsi dal corpo? Fino a quando saremo coscienti, nell’istante che precede la morte? Quando perderò i sensi? Non appena l’aereo si arrestò bruscamente, il mio corpo, legato con la cintura di sicurezza, insieme al sedile fu lanciato dalla forza d’inerzia e andò a sbattere contro lo schienale del sedile di fronte, anch’esso volato in avanti, uscito dalle sue guide, fino ad impilarsi vicino alla cabina di pilotaggio... però sto ancora respirando. Pensai che quella fosse la morte, perché non riuscivo a credere di essere ancora vivo. Tuttavia, non avrei mai potuto immaginare cosa sarebbe accaduto dopo: una morte incapsulata, a piccole dosi, goccia a goccia. Rimasi svenuto qualche millesimo di secondo. Mi svegliai, senza vedere nulla, e senza capire cosa stesse accadendo. Avevo la nausea, ero molto dolorante, sebbene non riuscissi a capire cosa mi faceva male. Lo spazio cominciò a riempirsi di gemiti e lamenti che non riuscivo a decifrare, e di un intenso odore di combustibile. Guardai indietro, verso l’apertura lacerata della cabina, e la scena era irreale: la fusoliera si era spezzata all’altezza della fila numero otto, le mancava una parte dell’aereo e la coda. Vidi la montagna intorno a noi, e sentii la bufera inclemente che spazzava tutto quello che era sulla sua strada, e ci picchiava con delle frustate. Lungo i lati vidi degli zombie che si ricomponevano, teste e mani dei resuscitati che si muovevano tra i sedili divelti, staccati dalle basi. Flaco Vasquez, nel sedile accanto al mio, sull’altro lato del corridoio, mi guardava con nostalgia. Era pallido, confuso, sotto shock... Qualcuno alle mie spalle spostò dei sedili e dei ferri che mi immobilizzavano. Appena mi voltai, riconobbi il mio amico Gustavo Zerbino. Che fortuna, sei vivo! , pensai mentre mi guardava come a dire: che fortuna, sei vivo! Senza parlare, ci chiedemmo: E ora cosa facciamo?
E all’unisono: da dove cominciamo? Mentre Carlito Pàez, sotto shock, riuscì solo a darmi una certezza a cui non potevo credere: «Canessa, questo è un disastro?». Capii che Flaco Vàsquez aveva una gamba ferita, e dovevo fermare l’emorragia. Non dovevo esitare un istante. Questo concetto di rapidità guidò la prima parte della mia esperienza sulla montagna. Non è che non fosse lecito avere dei dubbi, semplicemente non avevo tempo per farlo. Dovevo sopravvivere.
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