La sindrome del “lampedinniru”
La sindrome “lampedinniru”, demolitelo, rivolto a ogni manufatto antico. Incubata – sino ai primi decenni dell’Ottocento – nel clima di interdizione a espandere Sassari oltre le mura opprimenti. Poi...
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La sindrome “lampedinniru”, demolitelo, rivolto a ogni manufatto antico. Incubata – sino ai primi decenni dell’Ottocento – nel clima di interdizione a espandere Sassari oltre le mura opprimenti. Poi il nullaosta e l' impeto a sbarazzarsene oltre il necessario. L'ossessione mitigata con la demolizione del Castello, conclusa nel 1880. L'esultanza per la città del futuro sgombrata dal simbolo più cupo della dominazione e dell’inquisizione.
Il rammarico di qualcuno più avvertito irrilevante rispetto alla fretta di rettilineare e alle attese di esordienti speculatori.
Poi arrivò il piagnisteo sul Castello scomparso. E curiosamente nessun rimpianto per altri danni come il rimaneggiamento della piazza Azuni dopo il 1852: a terra la chiesa duecentesca di Santa Caterina e il Palazzo governativo di origine giudicale.
Il rammarico di qualcuno più avvertito irrilevante rispetto alla fretta di rettilineare e alle attese di esordienti speculatori.
Poi arrivò il piagnisteo sul Castello scomparso. E curiosamente nessun rimpianto per altri danni come il rimaneggiamento della piazza Azuni dopo il 1852: a terra la chiesa duecentesca di Santa Caterina e il Palazzo governativo di origine giudicale.
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