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Il blues di Piu incontra il mondo

Il blues di Piu incontra il mondo

Francesco Piu è nato dal blues, non ci ha messo molto a portarlo oltre i confini isolani e n’è diventato forse il miglior esponente italiano, in giro per il mondo. Inevitabilmente, tra una cover e un...

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Francesco Piu è nato dal blues, non ci ha messo molto a portarlo oltre i confini isolani e n’è diventato forse il miglior esponente italiano, in giro per il mondo. Inevitabilmente, tra una cover e un omaggio non ha mai nascosto l’affetto (forse la devozione) verso Robert Johnson, che del blues ne è una divinità. Addirittura, qualche anno fa ha suonato nel cimitero di Greenwood, seduto sulle foglie, ai piedi di un albero e al fianco della lapide del bluesman del Mississippi. E ora che gli è stata data l’opportunità di dedicargli un grande tributo, il chitarrista sardo ha voluto osare. Partire sì dalla musica del “grande fiume” ma per fluire nel Mediterraneo. In Sardegna, in medio Oriente, nella penisola balcanica, in Africa. In poche parole, “Crossing”: il nuovo album (Appaloosa Records/distribuzione IRD) in uscita il 19 ottobre.

«Stavolta suono solo in elettrico» è la prima cosa che ci tiene a far sapere, con il volto di Jimi Hendrix tatuato sulla spalla in bella vista. Un paio di settimane e arriverà un nuovo tour, aerei da prendere, strumenti da amplificare, spettatori da far ballare. Per ora, il bluesman originario di Osilo non ci pensa. Il discorso sulla sua nuova musica arriva dalla Marina di Sorso. Il sole è ancora caldo, il mare agitato, e lui tra una domanda e l’altra tiene d’occhio la figlia, la piccola Emma, vivacissima, mentre sale sull’altalena e si tuffa nello scivolo.

«Non è un disco blues – spiega Francesco Piu – mi sento di dire che sia un disco di contaminazioni». Basterebbe prendere la sua reinterpretazione dell’iconica “Crossroad blues”, dove l’assolo finale richiama le chitarre elettriche del grande rock, per capire già le tante direzioni che intraprende il progetto. A tre anni di distanza da “Peace and Groove”, ultimo album in studio, e a uno dal live “The cann o’ now session”, l’evoluzione musicale continua e lo fa scompigliando le carte sul tavolo, andando in direzione opposta, non in orizzontale ma in senso più largo. Meno black music, il funk e il soul fanno spazio a una nuova apertura verso la world music. «Ricerca» è la parola chiave degli ultimi due anni: uno solo di «tanti ascolti. Molti artisti africani, blues del deserto, come i Tinariwen. Ma il disco che ho ascoltato di più è forse “The Rhythm of the Saints” di Paul Simon, ricco di percussioni, caratteristica che ho assimilato molto». Il rischio era che le sue canzoni si aggiungessero alle centinaia di cover di Johnson, «Ho puntato sull’idea di sradicare la concezione che il blues possa venire solo dal Mississippi». L’idea dell’album, invece, è dell’associazione “The blues place” di Milano, in cerca di un giusto interprete per mettere su un tributo italiano al chitarrista statunitense. «Ma ho spiegato che non avrei aggiunto niente e non avrei avuto stimoli solo con un tributo blues», e il primo lavoro è stato d’immaginazione: «Portare idealmente Johnson dall’altra parte dell’Oceano. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo se i suoi viaggi con chitarra e armonica su qualche mercantile li avesse fatti tra le coste della Sardegna e del Mediterraneo». Oltre alla chitarra, Francesco Piu nei dieci brani che compongono “Crossing” è alle prese anche con l’oud e il bouzouki. Ma sono veramente tanti gli strumenti e i musicisti coinvolti nel disco, registrato, mixato e masterizzato insieme a Giuseppe Loriga al Geppo studio di Sassari. «Tra gli ospiti che hanno partecipato ho voluto togliermi qualche sfizio, ad esempio coinvolgendo Antonello Salis, che stimo un sacco», oltre lui, tra gli altri, anche Gavino Murgia, Gino Marielli dei Tazenda, Marco Pandolfi, Bruno Piccinnu e Franziscu Pilu dei Cordas et Cannas, DJ Cris (sì, tra riff e soli anche gli scratch) e Lino Muoio. “A long trip, the past and the present crossing the same road”, come si legge all'interno dell’album: quasi un secolo dopo, Piu porta Robert Johnson a spasso oltre l’oceano Atlantico.

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