La Nuova Sardegna

Utopia, un sogno possibile La storia di Marcella Di Folco

di BIANCA BERLINGUER
Utopia, un sogno possibile La storia di Marcella Di Folco

Una vicenda personale che attraversa decenni di storia italiana: dall’infanzia  ai Parioli all’esplosione del Sessantotto, sino alla militanza nel movimento Lgbt

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Pubblichiamo un brano dal libro di Bianca Berlinguer «Storia di Marcella che fu Marcello» (107 pagine, 15 euro), appena pubblicato da La Nave di Teseo. Bianca Berlinguer, giornalista, è stata direttrice del TG3 dal 2009 al 2016. Oggi conduce # Cartabianca su Rai Tre.

* * *di BIANCA BERLINGUER

Mi chiamo Marcella, sono nata a Roma ai Parioli, durante la guerra. Sono dei Pesci, ascendente Capricorno. Il mio nome, alla nascita, era lo stesso ma declinato al maschile perché, sì, sono nata uomo. Ho una sorella, Lilli, più grande di me di tre anni con cui ho condiviso i momenti più importanti della vita. Lei mi plagiava, non che ne avesse l’intenzione: ero io a voler essere come Lilli, le stavo sempre dietro ed ero gelosa di tutto ciò che la circondava. Chissà, forse inconsciamente già invidiavo la sua condizione di femmina.

Da adolescenti i dissidi tra noi sono stati tremendi: lei, giustamente, si sentiva oppressa dal mio affetto morboso. Avevamo due genitori molto particolari: nostro padre era un borghese che aveva studiato, mentre nostra madre era di origini modeste, figlia di un fabbro, e dopo il matrimonio si era ritrovata a essere la donna di servizio di tutta la famiglia, nonna compresa. Era la schiava di casa senza che mai le fosse riconosciuta la dignità del suo ruolo di moglie e di mamma. Con papà si erano conosciuti quando lavorava come governante in una famiglia tedesca che abitava di fronte alla nostra. Si erano innamorati e sposati, ma nonna non l’ha mai potuta vedere, tanto che a volte era lei, oltre a papà, a menarla. Al tempo, infatti, vivevamo tutti insieme, come si usava negli anni quaranta e cinquanta, quando ancora prevaleva il sistema patriarcale. Le case erano grandi, appartamenti spaziosi in cui la convivenza non era troppo faticosa. E lo stesso valeva per il lavoro, l’attività era di tutta la famiglia e si cercava di tramandarla di padre in figlio. Avevamo un negozio, un bar-latteria ai Parioli, un locale che gestivamo insieme a mia nonna, molto conosciuta in zona perché era tra i fondatori della Centrale del Latte di Roma.

La nostra avrebbe potuto essere una famiglia sostanzialmente serena se non fosse stato per il fatto che mia madre subiva veri e propri maltrattamenti. Provavo così tanta pena per lei da non volerla lasciare mai sola in casa. Cercavo di esserle utile, per quanto fosse possibile a una bambina: lavavo, stiravo, facevo i letti, abitudini femminili che ho perso con gli anni, tanto che da adulta non mi lavavo più neanche le mutande.

Mio padre era un uomo severissimo, un ex gerarca fascista, anche se ci disse che, quando vennero emanate le leggi razziali, prese le distanze dal regime e mise in salvo alcune famiglie ebree grazie al suo incarico di rappresentante dei commercianti. In ogni caso i suoi atteggiamenti in famiglia corrispondevano alla sua idea politica di fondo, quando dava un ordine si doveva fare tutto al volo e se la mamma non riusciva a stargli dietro sentivi le urla.

Vedi, Bianca, me lo ricordo bene perché tornavo a casa all’ora di pranzo e assistevo a scene terribili, mentre Lilli era affidata fino alle sei del pomeriggio alle monache, dove io non potevo andare perché accettavano solo le femmine. Per giunta, mio padre era ingiusto verso di me, e proprio perché ero un maschio. Ed era soprattutto questo uno dei motivi per cui Lilli e io durante l’infanzia litigavamo così spesso. Ricordo che una volta fummo sospesi dalla scuola tutti e due nello stesso giorno ma le botte le presi solo io, lei neppure uno schiaffo. E più chiedevo: “Ma perché solo a me?”, più mio padre raddoppiava i ceffoni. Più piangevo, più mi menava. Queste cose lasciano un segno nei rapporti con i genitori, perché l’ingiustizia è qualcosa che da bambino non riesci assolutamente a capire.

A papà ho dato solo due baci in tutta la mia vita: una volta per il suo compleanno e l’altra quando è morto. Tra di noi non c’era proprio affetto. Non ho avuto tempo di amarlo perché non l’ho conosciuto. Però, sai Bianca, era un uomo che letteralmente ti atterriva, certe volte fischiava dal portone e noi dovevamo correre subito perché se tardavamo un minuto erano guai. Un giorno ero andato a farmi una nuotata nel Tevere: quando lo seppe entrò nel bagno, mentre ero seduto sul bordo vasca a lavarmi le mani nel lavandino, e mi mollò un pugno sulla spalla così forte da farmi finire nel catino della varechina che si usava per pulire i panni sporchi. Ma non l’ho mai giudicato. Soffrivo però a lasciare mamma da sola, temevo che quando mi allontanavo potesse succederle qualcosa e credevo che la mia presenza servisse a limitare la violenza su di lei.

Nonna, che pure era buonissima con noi, era una donna molto autoritaria. Attilio, suo marito, era un alcolizzato; l’ho conosciuto poco, ma ricordo che la picchiava con il bastone. E lei ricambiava. Era rimasta zoppa dopo essere finita sotto l’unica automobile che circolava all’epoca in viale Bruno Buozzi ma, nonostante questo, a ottant’anni suonati, ogni mattina andava a tirare su la serranda del negozio. Soprattutto nei miei confronti era dolcissima, mi adorava e mi coccolava. Era riuscita a fare un figlio a quarant’anni e forse per questo trattava mio padre come il re della casa. L’aveva allevato con tutte le cure e il loro era un rapporto molto intenso. Era gelosa di lui e, probabilmente, il problema con mia madre nasceva da qui: mamma non accettava che la nonna intervenisse così prepotentemente nella nostra educazione, e questa storia è andata avanti fino alla sua morte. Sono fatti che mi sono rimasti per sempre nel cuore. Non facevamo quasi mai vita di famiglia e mio padre, a quanto dicevano, aveva anche qualche amante. Povera mamma, le corna che ha portato!

Papà se n’è andato quando avevo appena dodici anni e da quel momento sono cominciate le difficoltà economiche. La sua morte non mi ha provocato un dolore particolare, di certo non paragonabile a quello che ho provato molti anni dopo, quando ci lasciò mia madre.

Dopo la morte di papà tutto cambiò radicalmente. Scoprimmo solo allora di essere pieni di debiti, eravamo rincorsi dai creditori tanto da dover domiciliare mamma in un alberghetto perché non la rintracciassero. Mio padre, tramite le sue conoscenze, era sempre riuscito a coprire gli impicci che faceva, ma adesso i nodi venivano al pettine. Una volta, un suo amico avvocato ci difese in una causa per plagio intentata dall’Algida, la marca di gelati confezionati. Eravamo stati denunciati perché nel nostro bar vendevamo un gelato chiamato Pinguino molto simile al loro Cremino, fatto con panna montata e cioccolato. Quando papà morì, l’avvocato si vendette all’Algida e perdemmo tutto.

Fino a quel momento ero stata abituato abbastanza bene. La nostra era una famiglia non ricca ma piuttosto benestante, e poi improvvisamente ci trovammo senza più un soldo. Cominciai a svegliarmi alle cinque per consegnare il latte a tutti i bar del circondario. Caricavo il carretto e partivo, subito dopo andavo a scuola; i libri non potevo comprarli, così me li facevo prestare dai compagni. E andò ancora peggio quando iniziai a frequentare il liceo. Oltretutto c’era mia sorella che doveva trovare marito. A quel tempo si ragionava così: se c’erano due soldi, si spendevano per lei, per un vestitino, un profumo, un rossetto. Quanto a me, per risparmiare cominciai a indossare gli abiti di mio padre perché ero alto, avevo la sua stessa taglia e lo stesso numero di scarpe. Eravamo nella miseria più nera.

© 2019 La nave

di Teseo

editore, Milano



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