«Cultura, il nuovo oppio del popolo»
di GOFFREDO FOFI
Il proliferare dei festival e l’eclissi del pensiero critico nel libro provocazione di Goffredo Fofi
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Pubblichiamo un brano dal libro di Goffredo Fofi “L’oppio del popolo”, pubblicato dalla casa editrice Elèuthera (168 pagine, 13 euro).
* * *di GOFFREDO FOFI
Nel favorire la grande miseria dell’Italia contemporanea la cultura ha avuto e continua ad avere – ché non si vedono all’intorno cenni di risveglio – un peso enorme, non solo per la svalutazione del lavoro manuale e di ogni altro tipo di lavoro “non avanzato”, e cioè a servizio diretto di un sistema di potere non solo nazionale, ma proprio per la formazione di un consenso generalizzato a questo nuovo sistema onnipervasivo. Né la crisi sembra avere la forza, almeno per ora, di aprire gli occhi agli anestetizzati che hanno collaborato e collaborano al proprio asservimento e alla propria sudditanza, se in tanti parlano di “cultura bene comune” (...) e credono in tal modo di essere, dentro quest’ordine, all’opposizione, e se in alto si parla di “beni comuni” della cultura e dell’arte pensando soltanto alla commercializzazione turistica delle opere e dei monumenti. (…)
Gli assessori alla cultura della sinistra, quando ancora contavano molto, prima di passar la mano alla destra – ed erano tra i peggiori nemici della cultura, insieme ai ministri della Cultura e della Pubblica istruzione, e ai baroni universitari – passavano il tempo a inventare occasioni di festa che chiamavano e chiamano “cultura”. Il loro scopo, in sintonia con un progetto politico complessivo (cioè di ogni parte e partito), era ed è quello di divertire e di rendere tutto semplice, chiaro, rincuorante. Il residuo di religiosità e di autenticità che può attraversare la festa va circondato e neutralizzato da un aumento di proposte di svago sempre più invadente, che è anche un buon modo per realizzare il sogno dei demagoghi della democrazia: «A ciascuno un cavallo a dondolo», o meglio ancora una cinepresa, diceva l’inesauribile maestro di tutti i super-buonisti Cesare Zavattini, e se su un palco c’è chi recita salta danza suona canta e in platea, cioè in un cortile o in una caserma, in una corsia d’ospedale o in una piazza, c’e un pubblico che applaude, presto!, facciamo sì che quel pubblico possa diventare protagonista e possa anche lui, salendo sul palco o mostrandosi sotto i riflettori, cantare e zompare e ballare e recitare e sviolinare e ululare anche lui. Che democrazia sarebbe mai, altrimenti?
Il trionfo è l’estate, quando non c’è paese e vicolo italiani che non abbiano il loro festival, variamente chiamato e variamente ricco di proposte, le più attraenti delle quali succursali delle televisioni, e con i divi delle televisioni. Dal tempo delle estati di Nicolini, che avevano il grande pregio della novità ma anche del gratuito e dell’effimero, e non erano del tutto coscienti di servire alla politica (perché la politica non si era ancora accorta che divertire il popolo era diventato il modo migliore per fotterlo); dal tempo della fondazione dei Dams e delle “scienze della comunicazione”, che invece sapevano perfettamente di rispondere a un progetto di mutazione in direzione dei bisogni del potere, politico ed economico, e che hanno formato a centinaia gli assessori alla cultura e a decine di migliaia le loro corti – da quei tempi gli assessori e i ministri ci preparano lauti banchetti di cultura a base di canzonettisti ed esecutori di classica, di teatranti e di cinematografici, di scrittori (gli ultimi e i più entusiasti convertiti ai vantaggi dell’esibizione e dello spettacolo), di artisti di varia competenza del primo secondo terzo quarto e ogni altro mondo e sotto-mondo. E a base di polpette e vino e angurie e piadine, in un bel minestrone variopinto il cui ultimo ingrediente è la Politica, cioè i divi della politica: ministri deputati segretari con il loro seguito di giornalisti e intellettuali iper-mediatici, facce di bronzo e culi di piombo delle reti televisive unificate nazional-popolari.
Ci sarebbe anche da ridere, se venissimo da un altro pianeta, ma piombati in questo gran parco dei divertimenti o paese dei balocchi nazional-popolare, costretti a turarci le orecchie per proteggere i nostri timpani (e sì che i nostri eletti votarono un tempo una legge sull’inquinamento acustico!), pieni gli occhi di facce e di corpi luccicanti come alberi di Natale, di sfatti robot o morti viventi che recitano e copiano l’entusiasmo delle arene televisive e sportive, anche noi siamo costretti a non pensare, e in definitiva a non essere. Il Paese ci appare allora attraversato tutto, ricco e balordo, da un’unica festa, girotondo di clown e corteo di ciechi, dove Brueghel e Fellini vanno fissando l’immagine della danza macabra definitiva, quella a venire, ma non troppo in là. E’ la grande Sagra dello Gnocco, come nell’ultimo film di Fellini, il Gran Carnevale Tricolore a cui si vorrebbe reagire con lo sberleffo e la distanza, se solo il Gran Carnevale non inseguisse e perseguitasse anche noi, schiavi anche noi della comunicazione e di quella che chiamano cultura, di cui ci facciamo talvolta complici per il bisogno di mangiare.
La memoria ci spinge allora all’indietro, a quegli anni del boom che aprirono la sfilata, e a certe scene (premonitrici e anche infantili, ma ancora tanto attuali) dei film del Sordi di quel tempo risvegliato: i calci alle automobili, gli schiaffi ai Commendatori. Si sogna allora un film molto moralista in cui qualcuno osi ancora buttare nella piscina i padroni, certi vescovi e cardinali, tanti ministri e tutti, ma proprio tutti, gli assessori alla Kultura.
© 2019 Goffredo Fofi
ed Elèuthera Editrice
* * *di GOFFREDO FOFI
Nel favorire la grande miseria dell’Italia contemporanea la cultura ha avuto e continua ad avere – ché non si vedono all’intorno cenni di risveglio – un peso enorme, non solo per la svalutazione del lavoro manuale e di ogni altro tipo di lavoro “non avanzato”, e cioè a servizio diretto di un sistema di potere non solo nazionale, ma proprio per la formazione di un consenso generalizzato a questo nuovo sistema onnipervasivo. Né la crisi sembra avere la forza, almeno per ora, di aprire gli occhi agli anestetizzati che hanno collaborato e collaborano al proprio asservimento e alla propria sudditanza, se in tanti parlano di “cultura bene comune” (...) e credono in tal modo di essere, dentro quest’ordine, all’opposizione, e se in alto si parla di “beni comuni” della cultura e dell’arte pensando soltanto alla commercializzazione turistica delle opere e dei monumenti. (…)
Gli assessori alla cultura della sinistra, quando ancora contavano molto, prima di passar la mano alla destra – ed erano tra i peggiori nemici della cultura, insieme ai ministri della Cultura e della Pubblica istruzione, e ai baroni universitari – passavano il tempo a inventare occasioni di festa che chiamavano e chiamano “cultura”. Il loro scopo, in sintonia con un progetto politico complessivo (cioè di ogni parte e partito), era ed è quello di divertire e di rendere tutto semplice, chiaro, rincuorante. Il residuo di religiosità e di autenticità che può attraversare la festa va circondato e neutralizzato da un aumento di proposte di svago sempre più invadente, che è anche un buon modo per realizzare il sogno dei demagoghi della democrazia: «A ciascuno un cavallo a dondolo», o meglio ancora una cinepresa, diceva l’inesauribile maestro di tutti i super-buonisti Cesare Zavattini, e se su un palco c’è chi recita salta danza suona canta e in platea, cioè in un cortile o in una caserma, in una corsia d’ospedale o in una piazza, c’e un pubblico che applaude, presto!, facciamo sì che quel pubblico possa diventare protagonista e possa anche lui, salendo sul palco o mostrandosi sotto i riflettori, cantare e zompare e ballare e recitare e sviolinare e ululare anche lui. Che democrazia sarebbe mai, altrimenti?
Il trionfo è l’estate, quando non c’è paese e vicolo italiani che non abbiano il loro festival, variamente chiamato e variamente ricco di proposte, le più attraenti delle quali succursali delle televisioni, e con i divi delle televisioni. Dal tempo delle estati di Nicolini, che avevano il grande pregio della novità ma anche del gratuito e dell’effimero, e non erano del tutto coscienti di servire alla politica (perché la politica non si era ancora accorta che divertire il popolo era diventato il modo migliore per fotterlo); dal tempo della fondazione dei Dams e delle “scienze della comunicazione”, che invece sapevano perfettamente di rispondere a un progetto di mutazione in direzione dei bisogni del potere, politico ed economico, e che hanno formato a centinaia gli assessori alla cultura e a decine di migliaia le loro corti – da quei tempi gli assessori e i ministri ci preparano lauti banchetti di cultura a base di canzonettisti ed esecutori di classica, di teatranti e di cinematografici, di scrittori (gli ultimi e i più entusiasti convertiti ai vantaggi dell’esibizione e dello spettacolo), di artisti di varia competenza del primo secondo terzo quarto e ogni altro mondo e sotto-mondo. E a base di polpette e vino e angurie e piadine, in un bel minestrone variopinto il cui ultimo ingrediente è la Politica, cioè i divi della politica: ministri deputati segretari con il loro seguito di giornalisti e intellettuali iper-mediatici, facce di bronzo e culi di piombo delle reti televisive unificate nazional-popolari.
Ci sarebbe anche da ridere, se venissimo da un altro pianeta, ma piombati in questo gran parco dei divertimenti o paese dei balocchi nazional-popolare, costretti a turarci le orecchie per proteggere i nostri timpani (e sì che i nostri eletti votarono un tempo una legge sull’inquinamento acustico!), pieni gli occhi di facce e di corpi luccicanti come alberi di Natale, di sfatti robot o morti viventi che recitano e copiano l’entusiasmo delle arene televisive e sportive, anche noi siamo costretti a non pensare, e in definitiva a non essere. Il Paese ci appare allora attraversato tutto, ricco e balordo, da un’unica festa, girotondo di clown e corteo di ciechi, dove Brueghel e Fellini vanno fissando l’immagine della danza macabra definitiva, quella a venire, ma non troppo in là. E’ la grande Sagra dello Gnocco, come nell’ultimo film di Fellini, il Gran Carnevale Tricolore a cui si vorrebbe reagire con lo sberleffo e la distanza, se solo il Gran Carnevale non inseguisse e perseguitasse anche noi, schiavi anche noi della comunicazione e di quella che chiamano cultura, di cui ci facciamo talvolta complici per il bisogno di mangiare.
La memoria ci spinge allora all’indietro, a quegli anni del boom che aprirono la sfilata, e a certe scene (premonitrici e anche infantili, ma ancora tanto attuali) dei film del Sordi di quel tempo risvegliato: i calci alle automobili, gli schiaffi ai Commendatori. Si sogna allora un film molto moralista in cui qualcuno osi ancora buttare nella piscina i padroni, certi vescovi e cardinali, tanti ministri e tutti, ma proprio tutti, gli assessori alla Kultura.
© 2019 Goffredo Fofi
ed Elèuthera Editrice
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