Rosmini e More, tutti i santi del Presidente
di PASQUALE CHESSA
Il rapporto tra fede e politica in Francesco Cossiga nel solco di Machiavelli: «Li stati non si governano con li paternostri»
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«Eh già, i suoi tre santi: Thomas More, John H. Newman e Antonio Rosmini»: avrebbe detto con amichevole cipiglio Karol Woytila a Francesco Cossiga il giorno in cui il Presidente emerito si presentò in Vaticano con le tremila firme, tremila personalità della politica internazionale che chiedevano al papa che Thomas More fosse santo patrono dei politici. Parlavano spesso di santi, il papa e il presidente. E non si trattava di conversazioni da sagrestia. Mi piace immaginare che, nei 59 incontri che ebbe con il papa polacco, seppure con studiata umiltà, Cossiga mettesse in mostra tutte le sue conoscenze teologiche per interrogare il Vicario di Cristo con una domanda che lo tormentava da quando aveva deciso di essere cattolico come la madre invece che massone come il padre, cioè da quando aveva scelto di diventare democristiano: come conciliare politica e fede.
COLPA DI PIO IX. Raccontava Cossiga di aver spiegato a Wojtyla, sorpreso dall’anticlericalismo degli italiani, che tutta la colpa era stata di Pio IX che non aveva capito quanto il Risorgimento dovesse alla cultura cattolica di Vincenzo Gioberti e Silvio Pellico, di Niccolò Tommaseo e Alessandro Manzoni, che aveva fatto del popolo, attraverso la Provvidenza, il soggetto della Storia. È attraverso questo percorso di illustri cattolici liberali che si arriva ad Antonio Rosmini, patrizio tirolese riparato nel Piemonte di Carlo Alberto per scampare alle carceri austriache. Al di là del suo pensiero, mettendo insieme San Tommaso e Kant con una forte impronta antilluminista a Cossiga piace la scelta di Rosmini per l’unità degli italiani: «E la voleva perché gli italiani non si sentissero privati dello Stato moderno .... così come si riconoscevano in una dimensione religiosa e insieme culturale e linguistica».
IDEE ALL’INDICE. Un’idea che non poteva piacere a Pio IX, soprattutto quando il filosofo sosteneva che la «libertà della Chiesa» non doveva essere inscindibile dal «potere temporale». E così, ben quaranta proposizioni di Rosmini finirono all’Indice, condannate e proscritte perché «non conformi alla verità cattolica». Riabilitato dal Vaticano II, nella sua beatificazione si intuisce l’intervento di Cossiga attraverso il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cioè Joseph Ratzinger che diventato Papa Benedetto XVI, nel 2007 avrebbe dato a Rosmini un posto fra i beati di santa romana Chiesa. Ha scritto Cossiga: «Vera conciliazione fra Chiesa e Nazione, mentre prima, con Benito Mussolini nel 1929 e con Bettino Craxi nel 1984, c’è stata soltanto la Conciliazione fra lo Stato italiano e la Santa sede».
IL CURATO ANGLICANO. John H. Newman, l’altro «santo di Cossiga» non era stato ancora beatificato quando ne parlò con Wojtyla. Newman è entrato fra i beati solo nel 2010 con Ratzinger, poco più di un mese dopo la morte di Cossiga, e solo domenica 13 ottobre, qualche giorno fa, è stato canonizzato, fatto santo, da Bergoglio. Esemplare scrittore, dotato di una vastissima cultura che spaziava dalla matematica alla geologia, fino alla profonda conoscenza dei classici greci e latini non poteva, non far parte della triade dell’anglofilo Cossiga, per comporre quell’idea di un cattolicesimo laico, culturalmente moderno ma teologicamente ancorato alla storia. Nato a Londra Newman era curato anglicano di Oxford già a 24 anni, animatore del dibattito teologico e filosofico con riflessi anche politici nell’Inghilterra della regina Vittoria, «fermo assertore del primato della coscienza», in polemica con il secolarismo della chiesa anglicana a 44 anni si era convertito al cattolicesimo e nel 1847 era tornato sacerdote. Nonostante non piacessero alle gerarchie cattoliche del tempo le sue idee sulla importanza dei laici nella vita della Chiesa, come la sua posizione «moderata» sul dogma dell’infallibilità papale voluta da Pio IX, fu fatto cardinale da Leone XIII nel 1879.
PRIMATO DELLA COSCIENZA. Della teologia di Newman, «filosofo della religione» parlava spesso con Ratzinger cardinale. Per entrambi infatti, «il primato della coscienza» teorizzato dal cardinale di Oxford portava direttamente al terzo santo di Cossiga: Thomas More, patrono dei governanti con motu proprio di Giovanni Paolo II, dal 31 ottobre del 2000. Avvocato e diplomatico, letterato e politico, divenne Lord Cancelliere di Enrico VIII nel 1529 nel pieno della crisi politica e religiosa scatenata dalla scelta del re di sposare Anna Bolena. Sei anni dopo sarà decapitato per il rifiuto a giurare sul primato religioso di Londra contro Roma: «Perché non è il re che fa le leggi, ma sono le leggi che fanno il re».
OPUS DEI. È stato lo stesso Cossiga a far credere che l’idea di scegliere il santo inglese come patrono dei politici venisse dal venezuelano Hilarion Cardozo, presidente del partito social-cristiano, che nel 1991 ne aveva parlato al papa. Da una lettera del suo archivio, ritrovata dal figlio Giuseppe, citata da Antonio Casu nel libro “Il potere e la coscienza”, abbiamo scoperto invece che già un anno prima dell’udienza di Cardozo, Cossiga aveva scritto ad Alvaro del Portillo, capo dell’Opus Dei (3 maggio 1990), chiedendogli di intraprendere «un’iniziativa a livello internazionale per ottenere dal Santo Padre, la proclamazione di San Thomas More, martire, a Patrono dei Governanti».
NESSUNA ILLUSIONE. Si rammaricava, il presidente, del suo riserbo, per evitare strumentalizzazioni legate al suo ruolo istituzionale. Insomma, proprio nel periodo in cui cominciavano le prime pesanti Picconate, pensando alla natura politica della scelta di Thomas More, Cossiga non si faceva nessuna illusione sulla dimensione tragica della vita pubblica. E con improntitudine intellettuale amava citare idee che non condivideva ma che funzionavano come un salutare antidoto. Così, il 26 ottobre del 1991, aveva concluso la sua lectio magistralis nell’Università del Liechtenstein, parlando di More ma pensando a se stesso, autoironia democristiana, con un azzeccato assioma di Nicolò Machiavelli sulla essenza terrena del potere: «Li stati non si governano con li paternostri».
COLPA DI PIO IX. Raccontava Cossiga di aver spiegato a Wojtyla, sorpreso dall’anticlericalismo degli italiani, che tutta la colpa era stata di Pio IX che non aveva capito quanto il Risorgimento dovesse alla cultura cattolica di Vincenzo Gioberti e Silvio Pellico, di Niccolò Tommaseo e Alessandro Manzoni, che aveva fatto del popolo, attraverso la Provvidenza, il soggetto della Storia. È attraverso questo percorso di illustri cattolici liberali che si arriva ad Antonio Rosmini, patrizio tirolese riparato nel Piemonte di Carlo Alberto per scampare alle carceri austriache. Al di là del suo pensiero, mettendo insieme San Tommaso e Kant con una forte impronta antilluminista a Cossiga piace la scelta di Rosmini per l’unità degli italiani: «E la voleva perché gli italiani non si sentissero privati dello Stato moderno .... così come si riconoscevano in una dimensione religiosa e insieme culturale e linguistica».
IDEE ALL’INDICE. Un’idea che non poteva piacere a Pio IX, soprattutto quando il filosofo sosteneva che la «libertà della Chiesa» non doveva essere inscindibile dal «potere temporale». E così, ben quaranta proposizioni di Rosmini finirono all’Indice, condannate e proscritte perché «non conformi alla verità cattolica». Riabilitato dal Vaticano II, nella sua beatificazione si intuisce l’intervento di Cossiga attraverso il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cioè Joseph Ratzinger che diventato Papa Benedetto XVI, nel 2007 avrebbe dato a Rosmini un posto fra i beati di santa romana Chiesa. Ha scritto Cossiga: «Vera conciliazione fra Chiesa e Nazione, mentre prima, con Benito Mussolini nel 1929 e con Bettino Craxi nel 1984, c’è stata soltanto la Conciliazione fra lo Stato italiano e la Santa sede».
IL CURATO ANGLICANO. John H. Newman, l’altro «santo di Cossiga» non era stato ancora beatificato quando ne parlò con Wojtyla. Newman è entrato fra i beati solo nel 2010 con Ratzinger, poco più di un mese dopo la morte di Cossiga, e solo domenica 13 ottobre, qualche giorno fa, è stato canonizzato, fatto santo, da Bergoglio. Esemplare scrittore, dotato di una vastissima cultura che spaziava dalla matematica alla geologia, fino alla profonda conoscenza dei classici greci e latini non poteva, non far parte della triade dell’anglofilo Cossiga, per comporre quell’idea di un cattolicesimo laico, culturalmente moderno ma teologicamente ancorato alla storia. Nato a Londra Newman era curato anglicano di Oxford già a 24 anni, animatore del dibattito teologico e filosofico con riflessi anche politici nell’Inghilterra della regina Vittoria, «fermo assertore del primato della coscienza», in polemica con il secolarismo della chiesa anglicana a 44 anni si era convertito al cattolicesimo e nel 1847 era tornato sacerdote. Nonostante non piacessero alle gerarchie cattoliche del tempo le sue idee sulla importanza dei laici nella vita della Chiesa, come la sua posizione «moderata» sul dogma dell’infallibilità papale voluta da Pio IX, fu fatto cardinale da Leone XIII nel 1879.
PRIMATO DELLA COSCIENZA. Della teologia di Newman, «filosofo della religione» parlava spesso con Ratzinger cardinale. Per entrambi infatti, «il primato della coscienza» teorizzato dal cardinale di Oxford portava direttamente al terzo santo di Cossiga: Thomas More, patrono dei governanti con motu proprio di Giovanni Paolo II, dal 31 ottobre del 2000. Avvocato e diplomatico, letterato e politico, divenne Lord Cancelliere di Enrico VIII nel 1529 nel pieno della crisi politica e religiosa scatenata dalla scelta del re di sposare Anna Bolena. Sei anni dopo sarà decapitato per il rifiuto a giurare sul primato religioso di Londra contro Roma: «Perché non è il re che fa le leggi, ma sono le leggi che fanno il re».
OPUS DEI. È stato lo stesso Cossiga a far credere che l’idea di scegliere il santo inglese come patrono dei politici venisse dal venezuelano Hilarion Cardozo, presidente del partito social-cristiano, che nel 1991 ne aveva parlato al papa. Da una lettera del suo archivio, ritrovata dal figlio Giuseppe, citata da Antonio Casu nel libro “Il potere e la coscienza”, abbiamo scoperto invece che già un anno prima dell’udienza di Cardozo, Cossiga aveva scritto ad Alvaro del Portillo, capo dell’Opus Dei (3 maggio 1990), chiedendogli di intraprendere «un’iniziativa a livello internazionale per ottenere dal Santo Padre, la proclamazione di San Thomas More, martire, a Patrono dei Governanti».
NESSUNA ILLUSIONE. Si rammaricava, il presidente, del suo riserbo, per evitare strumentalizzazioni legate al suo ruolo istituzionale. Insomma, proprio nel periodo in cui cominciavano le prime pesanti Picconate, pensando alla natura politica della scelta di Thomas More, Cossiga non si faceva nessuna illusione sulla dimensione tragica della vita pubblica. E con improntitudine intellettuale amava citare idee che non condivideva ma che funzionavano come un salutare antidoto. Così, il 26 ottobre del 1991, aveva concluso la sua lectio magistralis nell’Università del Liechtenstein, parlando di More ma pensando a se stesso, autoironia democristiana, con un azzeccato assioma di Nicolò Machiavelli sulla essenza terrena del potere: «Li stati non si governano con li paternostri».
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