Da Giovanni Floris un thriller psicologico sull’identità e sull’universo dei media
Un thriller psicologico sull’identità e sulla tendenza della società in cui viviamo a semplificare tutto. Ma anche un libro sui segreti e sugli affetti. Giovanni Floris percorre questa sfida nel suo...
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Un thriller psicologico sull’identità e sulla tendenza della società in cui viviamo a semplificare tutto. Ma anche un libro sui segreti e sugli affetti. Giovanni Floris percorre questa sfida nel suo nuovo romanzo, “L’invisibile” (Rizzoli, 238 pagine, 18 euro). Tutto si gioca in una settimana e parte dall’incontro tra due personaggi molto diversi eppure simili: un giornalista cinquantenne, Antonio, sempre connesso al suo sito notizievere.com e impegnato, in attesa che il mondo riconosca il suo talento, in vari lavoretti per sopravvivere, tra cui scrivere la tesi per un tizio di CasaPound. L’altro protagonista è un imprenditore di successo, Fausto Maria Borghese, super riservato, con una famiglia perfetta, che si dice voglia candidarsi a sindaco della Capitale.
«Lavorare sull’identità significa cercare di ricostruire se stessi attraverso quello che si è stati, che si è e che si vuole diventare. Se non riesci a mettere insieme queste tre cose finisci per basarti su quello che gli altri dicono di te. E possono dire di tutto. Antonio e Fausto sono, in qualche misura, lo specchio della società in cui viviamo. Ognuno vuole raccontarsi come si immagina di essere e non come è. Si etichettano gli altri», spiega Floris, autore e conduttore di Dimartedì su La7, dopo tredici anni di “Ballarò” su Rai3, autore di tre romanzi dedicati all’amicizia maschile, tra cui “Quella notte sono io”, ispirato a una storia di bullismo.
Questa volta il giornalista non prende spunto da un fatto di cronaca e racconta, con una vena di ironia, una storia di fantasia in cui trovano spazio degli inaspettati e significativi intermezzi. «È un romanzo d’invenzione ma estremamente probabile, che si compone di piccoli fatti di cronaca, come la vicenda dell’apolide», spiega Floris. Una vicenda ha ispirato il primo intermezzo: «Ero straniero ovunque. Un apolide, un sedicente, secondo la legge».
E chi potrebbe essere nella realtà l’imprenditore Fausto Maria Borghese? «Ognuno di noi può rispondere in modo diverso su chi sia. Può essere tante persone», dice il giornalista. «È un clima e una cultura – aggiunge – quella a cui mi sono ispirato. In verità, l’idea del romanzo è partita un giorno in cui sono andato a tagliarmi i capelli e osservavo quante identità diverse passino dal barbiere. Il libro si gioca sul fatto che le persone che vogliono apparire semplici spesso nascondono qualcosa», spiega. Ed è proprio l’incontro da Oreste, un anonimo barbiere al quartiere Nomentano di Roma, dove Antonio non si aspetta proprio di vedere Fausto, a far decollare la storia e la macchina del fango. Una macchina che diventa inarrestabile quando, poco dopo, Oreste scompare e Antonio comincia a scavare nella vita di Fausto per distruggerlo. «È un gioco pericoloso, però, cercare la verità di qualcun altro se non si sono fatti i conti con la propria», dice Floris.
«Lavorare sull’identità significa cercare di ricostruire se stessi attraverso quello che si è stati, che si è e che si vuole diventare. Se non riesci a mettere insieme queste tre cose finisci per basarti su quello che gli altri dicono di te. E possono dire di tutto. Antonio e Fausto sono, in qualche misura, lo specchio della società in cui viviamo. Ognuno vuole raccontarsi come si immagina di essere e non come è. Si etichettano gli altri», spiega Floris, autore e conduttore di Dimartedì su La7, dopo tredici anni di “Ballarò” su Rai3, autore di tre romanzi dedicati all’amicizia maschile, tra cui “Quella notte sono io”, ispirato a una storia di bullismo.
Questa volta il giornalista non prende spunto da un fatto di cronaca e racconta, con una vena di ironia, una storia di fantasia in cui trovano spazio degli inaspettati e significativi intermezzi. «È un romanzo d’invenzione ma estremamente probabile, che si compone di piccoli fatti di cronaca, come la vicenda dell’apolide», spiega Floris. Una vicenda ha ispirato il primo intermezzo: «Ero straniero ovunque. Un apolide, un sedicente, secondo la legge».
E chi potrebbe essere nella realtà l’imprenditore Fausto Maria Borghese? «Ognuno di noi può rispondere in modo diverso su chi sia. Può essere tante persone», dice il giornalista. «È un clima e una cultura – aggiunge – quella a cui mi sono ispirato. In verità, l’idea del romanzo è partita un giorno in cui sono andato a tagliarmi i capelli e osservavo quante identità diverse passino dal barbiere. Il libro si gioca sul fatto che le persone che vogliono apparire semplici spesso nascondono qualcosa», spiega. Ed è proprio l’incontro da Oreste, un anonimo barbiere al quartiere Nomentano di Roma, dove Antonio non si aspetta proprio di vedere Fausto, a far decollare la storia e la macchina del fango. Una macchina che diventa inarrestabile quando, poco dopo, Oreste scompare e Antonio comincia a scavare nella vita di Fausto per distruggerlo. «È un gioco pericoloso, però, cercare la verità di qualcun altro se non si sono fatti i conti con la propria», dice Floris.
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