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I Collage conquistano New York

I Collage conquistano New York

Che cosa si dice del vino? Ecco, i Collage il proverbio possono farlo loro. Più vanno avanti, più sembrano avere voglia di musica. E più della band stessa, gli affezionati sparsi tra Italia ed estero,...

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Che cosa si dice del vino? Ecco, i Collage il proverbio possono farlo loro. Più vanno avanti, più sembrano avere voglia di musica. E più della band stessa, gli affezionati sparsi tra Italia ed estero, che negli ultimi mesi hanno dimostrato di essere davvero tanti. Tanti, come i palchi su cui Tore Fazzi e soci sono saliti durante il tour estivo, «Non sono mancati i chilometri». L’Italia, la Svizzera, il gran finale negli Stati Uniti, nientemeno che all’interno di uno sfarzoso castello del New Jersey. No, a quanto pare i Collage non ci stanno a rimanere nelle teche impolverate dei successi dei decenni passati, ma superata la soglia dei quarant’anni, a quasi mezzo secolo dalla nascita, le note del gruppo olbiese continuano a risuonare.

Il sogno americano

«Cinque mesi e mezzo» è durata l’ultima tournée. Adesso sarebbe anche ora di spegnere microfoni e amplificatori per un po’. «Abbiamo cominciato dal primo maggio». Parla Tore Fazzi, leader e voce della band, e parla direttamente dal suo studio, la musica non va mai in vacanza. L’ultima tappa poco più di dieci giorni fa, negli Usa. Tutto esaurito, anzi: sold out. «Al Legacy Castle, un vero e proprio castello circondato da laghi e dal verde – racconta –, non avevamo mai suonato in un posto del genere, all’interno era bellissimo, con scale a chioccia, un’atmosfera stile la serie tv “Dynasty”». Il fascino di sorprendersi ancora. E di sorprendere ancora: «Durante le foto non abbiamo incontrato nessuno nato in Italia, ma erano tutti di origine italiana, tutti nati lì ma italiani dentro. Qualcuno faceva fatica a parlare la nostra lingua, altri avevano dimestichezza, ma la cosa bella è stata sentirli all’unisono cantare le nostre canzoni più famose». C’è anche il fascino dell’America: «Ci siamo stati sei volte – ricorda Fazzi –, anche in Canada, a Toronto, Montreal, una volta suonammo a pochi metri dalle cascate del Niagara. Stavolta abbiamo deciso di fare un solo concerto e goderci un po’ di tempo libero a New York. Come sempre, è bello salire sull’Empire state building, ma l’emozione più grande è stata andare a Ground zero. Io ero stato anche sulle torri gemelle, a maggior ragione mi ha fatto un certo effetto».

Strascichi dal tour

Arriva il momento della riflessione. Si spengono i riflettori e domina il silenzio. «Cosa ha portato questo tour? La consapevolezza di essere importanti per tante persone, che è una cosa bella al di là che si faccia musica o meno, in qualsiasi ambito. La gente ci dimostra davvero tanto affetto» il commento di Tore Fazzi. Ogni concerto, spiegherà, è diventato, più che l’esecuzione del repertorio, un grande ritrovo. Non a caso il loro pezzo forte sta diventando la formula di “cena-concerto”. Tra una canzone e l’altra si parla, il cantante dei Collage lo fa tanto, dialoga col pubblico, racconta se stesso. «Ci ho messo tanto ad abituarmi a questo tipo di rapporto col pubblico, prima ero più timido, anzi a dir la verità mi aspettavo sempre che qualcuno mi urlasse contro di andar via. Invece tutt'altro, a molta gente manca un certo tipo di far musica».

Nuovi progetti

I Collage come una coperta di Linus a cui rimanere aggrappati: «C’è una grandissima parte tra gli assidui frequentatori di concerti che vuole risentire un tipo di canzoni e melodie ormai impossibile da ritrovare nei brani attuali. E quando vengono a sentirci dal vivo ce lo dicono spesso, così come sui social e quando ci scrivono. Ora con troppa elettronica c’è una mancanza di armonie, melodie, cose che alle persone mancano. Stiamo allargando un campo rimasto vuoto». Giusto un breve riposo, ma tra un mese brani come “Tu mi rubi l’anima” e “Due ragazzi nel sole” riprenderanno a macinare chilometri. «Intanto sto lavorando a un mio progetto, il primo da solista – conclude Tore Fazzi –, non mette in discussione l’esistenza dei Collage, ma è qualcosa che ho in serbo da dieci anni. Ho già testi e provini».

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