“L’età giovane”, integralismo e cattivi maestri
di Angiola Bellu
I fratelli Dardenne parlano del loro film Palma d’Oro alla regia a Cannes. Metamorfosi dalla mitezza agli ideali mortiferi
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MILANO. Sul grande schermo arriva “L’età giovane” dei fratelli Dardenne, Palma D’oro alla regia a Cannes 2019. Le Jeune Ahmed, (titolo originale) è un film denso e asciutto – secondo lo stile dei cineasti belgi, il cui cinema sociale racconta da sempre l’individuo, la “polis” e i suoi cortocircuiti – che racconta la traiettoria esistenziale del tredicenne Ahmed, belga di terza generazione che si disfa di play station, amici e famiglia, congelando la propria emotività dietro al tagliente e molto centrato pensiero di purezza e morte dell’imam.
Ahmed si vota al radicalismo affascinato dalla figura del cugino volontariamente martire in Afganistan, e progetta con meticolosità l’uccisione di una “blasfema” insegnante della sua scuola, colpevole di voler sporcare la lingua araba insegnandola alla comunità senza usare il Corano. La sottigliezza e l’intelligenza della cinepresa, di Luc e Jean-Pierre Dardenne, sempre stretta sul bravissimo Idir Ben Addi, che interpreta Ahmed, ci invita a riflettere su un dramma della nostra epoca.
Siete i registi del cinema sociale per eccellenza. Perché avete scelto di fare un film sull’islam?
Luc Dardenne: «Alla base di tutto ci sono gli attentati che sono avvenuti in Belgio, Francia, Tunisia, Marocco. Ci siamo chiesti “cosa sta succedendo?” soprattutto con gli attentati in Belgio, così vicini a noi. Per noi fare cinema è un modo di rivolgere il nostro sguardo al mondo che ci circonda. Abbiamo capito che questo tema ci interpellava e abbiamo deciso di fare un film valutando la possibilità della de-radicalizzazione; per capire se chi abbraccia questi ideali mortiferi possa un giorno abbandonare questa ideologia di morte.
Perché avete scelto un protagonista poco più che bambino?
L. D. : «Abbiamo provato con un protagonista più grande di 18\20 anni ma era assolutamente inverosimile, osceno nei confronti dei morti degli attentati. Abbiamo intravvisto la possibilità di lavorare con un ragazzino che sta passando dall’infanzia all’adolescenza e che costituisce un terreno fertile per il proselitismo dell’imam. Proprio perché è ancora così legato all’infanzia probabilmente poteva succedere qualcosa che lo richiamasse a questa voglia di vita che ha abbandonato per essere il più puro dei puri».
Avete scelto un ragazzino mite in contrasto con la durezza di una morale che lo schiaccia. Come siete arrivati a questo?
Jean-PierreDardenne: «E’ l’intento che volevamo ottenere con Idir che ha le fattezze di un bambino. La macchina da presa registra tutto questo. Un bambino che fa scelte e compie azioni perché ha abbracciato ideali mortiferi che l’imam gli ha messo in mente. Volevamo che, pur rimanendo affascinato dal personaggio, il pubblico non capisse perché non corrisponda all’immagine di bambino che ciascuno di noi ha. Determinato a sopprimere l’insegnante considerata un’apostatata, mettiamo lo spettatore nella stessa condizione della madre e dell’insegnate: nell’impossibilità di un contatto con chi sarebbe facile da contattare. È un film anche sul rapporto tra corpo e religione, che va al di là dell’età di Ahmed. Il discorso su cosa sia puro e impuro: mani che si allontanano da un cane o da una donna».
Perché avete deciso di sottolinearlo?
L.D. : «E’ la religione a dettare la postura del corpo, tanto più in quella islamica, che ha precisi rituali di preghiera. Avevamo sul set un professore di religione islamica che ha controllato tutto. Il film è costruito su un doppio asse; un corpo di ragazzino che sfugge alla macchina da presa. Sfugge anche il suo sguardo: è stato l’attore che non si è sentito mai a suo agio nel guardare in macchina e tiene lo sguardo basso; perfetto per il personaggio che interpreta. L’altro asse è il puro\impuro: si parte dal rifiuto di stringere la mano all’insegnate, di toccare il cane, di conservare il Corano in una busta di plastica per non insozzarlo con il resto. Tutto molto sterilizzato, fino a raggiungere l’apice quando la ragazza gli da un bacio: impurezza assoluta».
Ogni volta questa impurezza viene data dalle donne. Vi siete ispirati ad una figura in particolare per l’imam?
J-P. D. : «Lo vediamo poco sullo schermo ma è presente in ogni scelta che compie Ahmed ed è l’unico adulto che possa influenzare le sue azioni. Abbiamo volutamente scelto un attore fisicamente piccolo, magro, secco: non ispira nessun tipo di virilità, ma è estremamente radicato e concentrato in quello che fa. Spesso sono così: dolcezza, determinazione, severità. Sguardo penetrante e seduttivo».
Ahmed si vota al radicalismo affascinato dalla figura del cugino volontariamente martire in Afganistan, e progetta con meticolosità l’uccisione di una “blasfema” insegnante della sua scuola, colpevole di voler sporcare la lingua araba insegnandola alla comunità senza usare il Corano. La sottigliezza e l’intelligenza della cinepresa, di Luc e Jean-Pierre Dardenne, sempre stretta sul bravissimo Idir Ben Addi, che interpreta Ahmed, ci invita a riflettere su un dramma della nostra epoca.
Siete i registi del cinema sociale per eccellenza. Perché avete scelto di fare un film sull’islam?
Luc Dardenne: «Alla base di tutto ci sono gli attentati che sono avvenuti in Belgio, Francia, Tunisia, Marocco. Ci siamo chiesti “cosa sta succedendo?” soprattutto con gli attentati in Belgio, così vicini a noi. Per noi fare cinema è un modo di rivolgere il nostro sguardo al mondo che ci circonda. Abbiamo capito che questo tema ci interpellava e abbiamo deciso di fare un film valutando la possibilità della de-radicalizzazione; per capire se chi abbraccia questi ideali mortiferi possa un giorno abbandonare questa ideologia di morte.
Perché avete scelto un protagonista poco più che bambino?
L. D. : «Abbiamo provato con un protagonista più grande di 18\20 anni ma era assolutamente inverosimile, osceno nei confronti dei morti degli attentati. Abbiamo intravvisto la possibilità di lavorare con un ragazzino che sta passando dall’infanzia all’adolescenza e che costituisce un terreno fertile per il proselitismo dell’imam. Proprio perché è ancora così legato all’infanzia probabilmente poteva succedere qualcosa che lo richiamasse a questa voglia di vita che ha abbandonato per essere il più puro dei puri».
Avete scelto un ragazzino mite in contrasto con la durezza di una morale che lo schiaccia. Come siete arrivati a questo?
Jean-PierreDardenne: «E’ l’intento che volevamo ottenere con Idir che ha le fattezze di un bambino. La macchina da presa registra tutto questo. Un bambino che fa scelte e compie azioni perché ha abbracciato ideali mortiferi che l’imam gli ha messo in mente. Volevamo che, pur rimanendo affascinato dal personaggio, il pubblico non capisse perché non corrisponda all’immagine di bambino che ciascuno di noi ha. Determinato a sopprimere l’insegnante considerata un’apostatata, mettiamo lo spettatore nella stessa condizione della madre e dell’insegnate: nell’impossibilità di un contatto con chi sarebbe facile da contattare. È un film anche sul rapporto tra corpo e religione, che va al di là dell’età di Ahmed. Il discorso su cosa sia puro e impuro: mani che si allontanano da un cane o da una donna».
Perché avete deciso di sottolinearlo?
L.D. : «E’ la religione a dettare la postura del corpo, tanto più in quella islamica, che ha precisi rituali di preghiera. Avevamo sul set un professore di religione islamica che ha controllato tutto. Il film è costruito su un doppio asse; un corpo di ragazzino che sfugge alla macchina da presa. Sfugge anche il suo sguardo: è stato l’attore che non si è sentito mai a suo agio nel guardare in macchina e tiene lo sguardo basso; perfetto per il personaggio che interpreta. L’altro asse è il puro\impuro: si parte dal rifiuto di stringere la mano all’insegnate, di toccare il cane, di conservare il Corano in una busta di plastica per non insozzarlo con il resto. Tutto molto sterilizzato, fino a raggiungere l’apice quando la ragazza gli da un bacio: impurezza assoluta».
Ogni volta questa impurezza viene data dalle donne. Vi siete ispirati ad una figura in particolare per l’imam?
J-P. D. : «Lo vediamo poco sullo schermo ma è presente in ogni scelta che compie Ahmed ed è l’unico adulto che possa influenzare le sue azioni. Abbiamo volutamente scelto un attore fisicamente piccolo, magro, secco: non ispira nessun tipo di virilità, ma è estremamente radicato e concentrato in quello che fa. Spesso sono così: dolcezza, determinazione, severità. Sguardo penetrante e seduttivo».
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