Emilio Lussu, l’autonomia come valore morale

Da venerdì 8 in edicola la nuova uscita della collana "Storia di Sardegna" dedicata alla biografia di uno dei padri della Repubblica

Quella di Emilio Lussu è figura assai complessa, il cui profilo morale, intellettuale e politico si definisce attraverso cinque grandi vicende storiche: la partecipazione alla Grande Guerra, la fondazione del movimento sardista e autonomista, la lotta contro il fascismo in Giustizia e Libertà, la costruzione dell’Italia democratica e repubblicana, la militanza socialista.

LUNGA ESPERIENZA. Nel cuore di un’esperienza d’inaudita durata e intensità, la stella polare che guida il pensiero e l’azione di Lussu è il concetto o principio d’autonomia. Un concetto che non può essere compreso se declinato nei semplici termini di autonomismo regionalista, in una prospettiva tutta politico-istituzionale. E ciò nonostante Lussu s’impegnasse strenuamente all’Assemblea Costituente sia per la concessione di statuti di autonomia speciale ad alcune regioni, sia per l’approvazione dell’articolo 5 della Costituzione italiana che riconosce e promuove tutte le autonomie locali. Ma, appunto, l’autogoverno locale è soltanto una delle declinazioni del «principio d’autonomia» lussiano, e neppure la più originale perché l’autonomismo regionalistico ha conosciuto in Sardegna una ricca elaborazione sin dalla seconda metà dell’Ottocento, soprattutto con Tuveri, Asproni e in seguito con Attilio Deffenu



CONTRO I SAVOIA. Tuveri e Asproni subivano entrambi la suggestione del pensiero di Carlo Cattaneo, seppure con esiti diversi. Tuveri perveniva, infatti, a una concezione dello Stato di tipo federalista, avversante ogni forma centralista e autoritaria di governo, mentre Asproni applicava il suo autonomismo a una polemica contro il governo sabaudo tanto aspra da trasformarsi in astio anti-piemontese. Una polemica e astio che penetreranno entro il filone più risentito dell’autonomismo sardo, sino a essere consacrati dalla festività «Sa die», ricorrenza della cacciata dei piemontesi dall’isola, il 28 aprile 1794.Nel primo Novecento il giovanissimo Deffenu offriva pure un contributo originale alla definizione della rivendicazione autonomistica, in una contingenza storica in cui un borgo montano come Nuoro esprimeva anche l’opera letteraria di Grazia Deledda e Sebastiano Satta e la scultura “sublime” di Francesco Ciusa, apripista di una scuola di scultura sarda che annovererà maestri come Aligi Sassu, Costantino Nivola e Pinuccio Sciola.

FERMENTI POPOLARI. Questa tradizione autonomista era ben presente a Lussu, che non ne faceva però gran conto, ritenendola priva di fermenti popolari e democratici. Per Lussu, infatti, l’idea e il movimento autonomisti non potevano scaturire dalla testa di uno o più intellettuali, ma soltanto dalla «rivoluzione» maturata nella coscienza e nella volontà dei contadini e pastori sardi combattenti nella Grande Guerra e dal loro successivo impegno in un movimento politico democratico e anti-centralista.

DISCORSO A PARIGI. La convinzione che la rivendicazione d’autonomia maturasse in un grande movimento di massa portò Lussu a definire il suo concetto d’autonomia nei termini più generali di autogoverno popolare, di una pratica della democrazia che va molto oltre la dimensione locale e istituzionale, per riguardare in imo ogni comunità politica e l’uomo stesso. In un discorso tenuto nel 1931 a Parigi affermava che «l’autonomia è un’esigenza generale che investe tutto il problema della ricostruzione dello Stato», in Italia e altrove. «Mentre nello Stato feudale e in quello borghese – aggiungeva – tutto viene dall’alto, autonomia significa il contrario. Tutto deve venire dal basso: la capacità e le forze si esprimono e si sviluppano alla base». L’autonomia lussiana è dunque un’istanza di democrazia “basale” e radicale, non riducibile alla dimensione locale-istituzionale perché attiene all’intera dimensione di vita dell’uomo in società, che trova in se stesso e nel rapporto con i suoi simili le motivazioni all’autonomia delle scelte.

GIUSTIZIA E LIBERTÀ. Negli anni Trenta del Novecento, in seno al movimento di Giustizia e Libertà, Lussu andò peraltro verso il superamento del tema delle autonomie regionali con una ricca elaborazione dell’ipotesi federalista, l’unica a suo avviso in grado di fondare la ricostruzione dello Stato italiano, una volta sconfitto il fascismo, su base popolare e democratica. Guardando alla declinazione istituzionale del concetto dell’autonomia, il federalismo rappresenta senza dubbio un obiettivo politico più avanzato, condiviso da altri esponenti di Giustizia e Libertà, come Silvio Trentin, Carlo Levi e Leone Ginzburg.

BATTAGLIA PERSA. Caduto il fascismo e insediata l’Assemblea Costituente, Lussu avrebbe voluto che la Repubblica italiana avesse forma federale. Poiché la gran maggioranza dei Costituenti si mostrò refrattaria a questa soluzione costituzionale Lussu indirizzò il massimo impegno a conferire al nuovo Stato un ordinamento almeno autonomistico. Con rammarico, però, poiché si trattava comunque di un ripiegamento, sì che nella discussione sull’articolo 5 della Costituzione, relativo alle autonomie regionali e locali osservò sarcasticamente: «Queste nostre autonomie possono rientrare nella grande famiglia del federalismo così come il gatto rientra nella stessa famiglia del leone». Alcuni studiosi si sono avvalsi di questa gerarchia simbolica, anteponente il federalismo (leone) all’autonomismo (gatto), per depotenziare l’intero discorso lussiano sull’autonomia. Ma è gerarchia che si colloca tutta sul versante politico-istituzionale e non riguarda il principio di autonomia come fondamento di libertà e di democrazia, qualificante il pensiero e l’azione di Lussu più del federalismo.

LA LEZIONE DEL PADRE. In quanto istanza fondamentale di libertà e di democrazia il principio di autonomia è passibile di molteplici declinazioni. Ho già detto della declinazione istituzionale. Una seconda declinazione è sociale, perché Lussu individua come soggetto proprio dell’autonomismo moderno i contadini, i pastori, gli operai e in genere i piccoli produttori, negando valore di verace autonomismo alle rivendicazioni dell’aristocrazia in età moderna e della borghesia nell’Ottocento. Una terza declinazione del principio d’autonomia è etica, perché il valore dell’autonomia compete soltanto a chi coltiva in sé i valori della libertà, della dignità, del rispetto e della solidarietà. Al riguardo è illuminante la memoria “La mia prima formazione democratica”, che attribuisce all’educazione paterna la sua recezione di tali valori. Una quarta declinazione del principio d’autonomia è infine simbolica, con l’elevazione del nativo villaggio di Armungia a comunità di vita depositaria dei valori più alti della Sardegna popolare, quasi archetipo di comunità umana, di scala insieme locale e universale.

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