«I giornali di carta si salvano solo se puntano sulla qualità»
Daniela Paba
Il direttore del settimanale Internazionale ospite a Cagliari del festival Pazza Idea: «L’errore più grande che possiamo fare è metterci a inseguire le logiche del web»
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Nel panorama della carta stampata Internazionale – il settimanale che ha puntato sul mondo e sulla stampa straniera – continua a crescere, in termini di copie vendute e di abbonati. E’ diventato un caso editoriale anche perché i suoi lettori sono spesso giovani. «Un pubblico di ragazzi che puoi vedere al nostro Festival di Ferrara fare un’ora di fila per assistere a un incontro sul conflitto tra le due Coree – dice il direttore del settimanale Giovanni De Mauro – . Ora ci siamo abituati, ma i primi anni è stata una sorpresa commovente». A raccontare la storia del magazine De Mauro è giunto ieri a Cagliari ospite di Pazza Idea, il festival che parla quest’anno di “Bellezza e Rivoluzione” fino a domenica al Ghetto.
Mentre gli altri arrancano voi siete in crescita. Come lo spiega?
«In realtà abbiamo cominciato ad andare bene da un certo punto; i primi dieci anni sono stati faticosi. Il giornale l’abbiamo fatto insieme a tre amici, cui si sono aggiunte altre persone, attarversando momenti difficili, senza contratto, con stipendi bassissimi. L’alternativa era chiudere e andare a fare un po’ di precariato altrove. Il giornale invece era nostro, decidevamo tutto, dall’A alla Z, ci divertivamo. Avevamo l’energia per farlo e niente da perdere. Forse oggi non sarebbe così. Il più grande ero io che avevo 25 anni e avevo lavorato all’Unità, gli altri studiavano all’Università e nessuno aveva esperienze di giornalismo: dilettanti allo sbaraglio. Quando abbiamo chiuso il primo numero non sapevamo cosa mettere nel secondo che dovevamo chiudere sei giorni dopo. Completamente incoscienti».
E ora siete un caso...
«Ci saranno dei meriti e delle capacità nostre, ma c’è anche il problema di quello che abbiamo intorno. E parlo soprattutto delle riviste. Perché se Internazionale uscisse in Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti sarebbe uno dei buoni news magazine e neanche il migliore, ci sarebbe il New York Times Magazine, News Week Atlantic. Qui c’è stato l’abbandono di campo degli altri, che però non mi fa piacere perché siamo tutti parte dello stesso ecosistema: quello dell’informazione. Quando le edicole chiudono, chiudono anche per Internazionale; quando la posta non distribuisce più i giornali il sabato è un problema anche per noi. E’ un sistema che sta venendo giù».
Però lei sostiene che il web non ucciderà cartaceo. Anzi il futuro dei giornali è la carta.
«Sul web non puoi non starci: è un’area che devi presidiare, quindi metterci dei soldi. Ma i soldi continuano ad arrivare dalla carta, anche se sono di meno di dieci anni fa. Questo vale dappertutto. Il New York Times, nonostante gli abbonamenti digitali crescano di anno in anno, ha i suoi ricavi dalla carta: sia dalle vendite che dai contratti pubblicitari. Da noi funziona allo stesso modo, solo che se un giornale è stato costruito quando vendeva 500.000 copie e ora ne vende 80.000 significa che ha una struttura e dei costi non più sostenibili. Il problema non è che i giornali non vendono: è che non vendono a sufficienza per coprire dei costi che servono per andare avanti».
L’impressione è che da noi la battaglia tra web e giornali abbia impoverito entrambi.
«E’ chiaro che la battaglia col web è impari. In treno o in areo nessuno legge il giornale ma tutti spippolano sul cellulare. La capacità di attrazione che esercitano le tecnologie digitali è da tossicodipendenza, quindi quella è una battaglia complicata. Però puoi differenziarti molto ed offrire un contenuto e un’esperienza di alta qualità. Questa è la battaglia da fare. Una ricercatrice neozelandese che ha studiato a lungo i quotidiani locali americani fa questo esempio: in città c’è una steak house tradizionale dove porti la tua fidanzata la prima volta, festeggi il compleanno della nonna, si mangia una bistecca buonissima e i camerieri sono simapatici. Arriva sul posto Mc Donald’s e la steak house impazzisce: decide che quello è il suo concorrente e si mette a fare hamburger, lo rincorre sullo stesso terreno diluendo la sua identità e la sua vera ragion d’essere. Mc Donald’s sono qui Google, Facebook, Instargram; la steak house sono i giornali di carta. Da qui articoli sempre più corti e valanghe di infografiche. Ma dammi una roba tosta, scritta bene, anche lunga. Con la stessa logica, se qualcuno in Italia si mette a fare la versione on line del quotidiano, ben fatta, sbanca tutto».
Mentre gli altri arrancano voi siete in crescita. Come lo spiega?
«In realtà abbiamo cominciato ad andare bene da un certo punto; i primi dieci anni sono stati faticosi. Il giornale l’abbiamo fatto insieme a tre amici, cui si sono aggiunte altre persone, attarversando momenti difficili, senza contratto, con stipendi bassissimi. L’alternativa era chiudere e andare a fare un po’ di precariato altrove. Il giornale invece era nostro, decidevamo tutto, dall’A alla Z, ci divertivamo. Avevamo l’energia per farlo e niente da perdere. Forse oggi non sarebbe così. Il più grande ero io che avevo 25 anni e avevo lavorato all’Unità, gli altri studiavano all’Università e nessuno aveva esperienze di giornalismo: dilettanti allo sbaraglio. Quando abbiamo chiuso il primo numero non sapevamo cosa mettere nel secondo che dovevamo chiudere sei giorni dopo. Completamente incoscienti».
E ora siete un caso...
«Ci saranno dei meriti e delle capacità nostre, ma c’è anche il problema di quello che abbiamo intorno. E parlo soprattutto delle riviste. Perché se Internazionale uscisse in Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti sarebbe uno dei buoni news magazine e neanche il migliore, ci sarebbe il New York Times Magazine, News Week Atlantic. Qui c’è stato l’abbandono di campo degli altri, che però non mi fa piacere perché siamo tutti parte dello stesso ecosistema: quello dell’informazione. Quando le edicole chiudono, chiudono anche per Internazionale; quando la posta non distribuisce più i giornali il sabato è un problema anche per noi. E’ un sistema che sta venendo giù».
Però lei sostiene che il web non ucciderà cartaceo. Anzi il futuro dei giornali è la carta.
«Sul web non puoi non starci: è un’area che devi presidiare, quindi metterci dei soldi. Ma i soldi continuano ad arrivare dalla carta, anche se sono di meno di dieci anni fa. Questo vale dappertutto. Il New York Times, nonostante gli abbonamenti digitali crescano di anno in anno, ha i suoi ricavi dalla carta: sia dalle vendite che dai contratti pubblicitari. Da noi funziona allo stesso modo, solo che se un giornale è stato costruito quando vendeva 500.000 copie e ora ne vende 80.000 significa che ha una struttura e dei costi non più sostenibili. Il problema non è che i giornali non vendono: è che non vendono a sufficienza per coprire dei costi che servono per andare avanti».
L’impressione è che da noi la battaglia tra web e giornali abbia impoverito entrambi.
«E’ chiaro che la battaglia col web è impari. In treno o in areo nessuno legge il giornale ma tutti spippolano sul cellulare. La capacità di attrazione che esercitano le tecnologie digitali è da tossicodipendenza, quindi quella è una battaglia complicata. Però puoi differenziarti molto ed offrire un contenuto e un’esperienza di alta qualità. Questa è la battaglia da fare. Una ricercatrice neozelandese che ha studiato a lungo i quotidiani locali americani fa questo esempio: in città c’è una steak house tradizionale dove porti la tua fidanzata la prima volta, festeggi il compleanno della nonna, si mangia una bistecca buonissima e i camerieri sono simapatici. Arriva sul posto Mc Donald’s e la steak house impazzisce: decide che quello è il suo concorrente e si mette a fare hamburger, lo rincorre sullo stesso terreno diluendo la sua identità e la sua vera ragion d’essere. Mc Donald’s sono qui Google, Facebook, Instargram; la steak house sono i giornali di carta. Da qui articoli sempre più corti e valanghe di infografiche. Ma dammi una roba tosta, scritta bene, anche lunga. Con la stessa logica, se qualcuno in Italia si mette a fare la versione on line del quotidiano, ben fatta, sbanca tutto».
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