«Le mie mille luci, da De Seta ad Antonioni»
di Fabio Canessa
Intervista col direttore della fotografia Luciano Tovoli: gli esordi in Sardegna e le collaborazioni con i grandi del cinema
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Dai pastori della Barbagia a Bridget Fonda senza veli. I ricordi di Luciano Tovoli viaggiano dalla Sardegna a Hollywood, passando per la Cina ripresa nei primi anni Settanta. La sua carriera racconta un pezzo di storia del cinema. Che lui ha scritto con la luce, mezzo d’espressione per chi ha scelto il mestiere di direttore della fotografia. Uno dei ruoli fondamentali nella realizzazione di un film. La persona più vicina al regista, con il difficile compito di tradurre in immagini la sua visione. Necessarie non solo capacità artistiche, ma anche tecniche. Tovoli le ha messe a disposizione di alcuni dei più importanti cineasti italiani e non solo: da Michelangelo Antonioni a Ettore Scola, da Maurice Pialat a Barbet Schroeder.
Una lunga avventura nel cinema iniziata in Sardegna. Sessant’anni fa. Chiamato da Vittorio De Seta per le riprese di “Banditi a Orgosolo”. Per un tributo a quello straordinario lungometraggio e al suo regista, Tovoli è tornato nell’isola. Protagonista a Sassari, dopo una masterclass all’università di Cagliari e un’emozionante visita a Orgosolo, di un incontro inserito nel programma della terza edizione del Fiorenzo Serra Film Festival.
Toscano, classe 1936, Tovoli si concede con grande generosità. Gli inizi, i cambiamenti tecnologici, le geniali soluzioni ai problemi sul set, aneddoti su attori. E poi il rapporto con i registi ai quali ha legato le più belle esperienze della sua carriera, a cominciare da De Seta che dopo “Banditi a Orgosolo” lo coinvolge anche in altri lavori: “Un uomo a metà”, dove incontra l’attore e produttore francese Jacques Perrin con il quale, ci tiene a sottolinearlo, instaura una profonda amicizia (si ritroveranno sul set del film diretto da Zurlini “Il deserto dei tartari” e più recentemente per “La vita negli oceani”, affascinante documentario realizzato qualche anno fa), ma soprattutto “Diario di un maestro”. Un capolavoro televisivo, una miniserie che ai tempi (primi anni Settanta) fu seguita da milioni di spettatori. Tra questi c’era anche Michelangelo Antonioni. «Mi telefonò – ricorda Tovoli – e rimase sorpreso quando gli raccontai che avevo usato soltanto una macchina da presa, a mano. Avevo pensato, e convinto De Seta dopo delle prove, che era la soluzione migliore in quelle condizioni. Con i bambini. Ad Antonioni erano piaciute molto le immagini e mi chiese di andare in Cina con lui per un reportage: nacque così “Chung kuo”. Era stato invitato da Zhou Enlai, che poi però fu accusato di un’eccessiva apertura verso l’Occidente. Così il documentario che girammo fu bandito e proiettato in Cina solo trent’anni dopo. È uno dei pochi materiali video girati nel Paese allora, al culmine della Rivoluzione culturale, e per questo è un documento prezioso».
Antonioni chiama Tovoli anche per il suo film successivo, questa volta di finzione. “Professione: reporter”, rimasto nella storia per il memorabile piano sequenza finale di sette minuti («Fu molto difficile trovare la soluzione per girare quella scena che lui aveva in mente dall’inizio»), e con protagonista una star notoriamente stravagante come Jack Nicholson. «Il primo giorno di riprese mi beccai un “Fuck you!” perché secondo lui gli aveva avvicinato troppo una luce. Poi i rapporti furono idilliaci, fu estremamente collaborativo adeguandosi al metodo di direzione degli attori di Antonioni che trattava gli interpreti un po’ come degli oggetti, senza motivare ogni azione che dovevano compiere secondo le sue molto dettagliare indicazioni. Una cosa che per gli americani è incomprensibile».
Da Antonioni, un maestro al quale deve molto, Luciano Tovoli apprende anche l’importanza del colore come elemento narrativo e drammaturgico. Una lezione che sviluppa al massimo livello lavorando poi con Dario Argento per un film centrale nella filmografia del regista come “Suspiria”. L’uso espressivo, visionario del colore rende unico quest’horror amatissimo in tutto il mondo. Ma Tovoli ha sperimentato tutti i generi, lavorando anche a famose commedie. «Il lavoro che mi sono divertito di più a fare è stato “Fracchia contro Dracula” di Neri Parenti – conclude il direttore della fotografia –. Adoravo Paolo Villaggio e stare con lui tre mesi sul set è stato un grande privilegio».
Una lunga avventura nel cinema iniziata in Sardegna. Sessant’anni fa. Chiamato da Vittorio De Seta per le riprese di “Banditi a Orgosolo”. Per un tributo a quello straordinario lungometraggio e al suo regista, Tovoli è tornato nell’isola. Protagonista a Sassari, dopo una masterclass all’università di Cagliari e un’emozionante visita a Orgosolo, di un incontro inserito nel programma della terza edizione del Fiorenzo Serra Film Festival.
Toscano, classe 1936, Tovoli si concede con grande generosità. Gli inizi, i cambiamenti tecnologici, le geniali soluzioni ai problemi sul set, aneddoti su attori. E poi il rapporto con i registi ai quali ha legato le più belle esperienze della sua carriera, a cominciare da De Seta che dopo “Banditi a Orgosolo” lo coinvolge anche in altri lavori: “Un uomo a metà”, dove incontra l’attore e produttore francese Jacques Perrin con il quale, ci tiene a sottolinearlo, instaura una profonda amicizia (si ritroveranno sul set del film diretto da Zurlini “Il deserto dei tartari” e più recentemente per “La vita negli oceani”, affascinante documentario realizzato qualche anno fa), ma soprattutto “Diario di un maestro”. Un capolavoro televisivo, una miniserie che ai tempi (primi anni Settanta) fu seguita da milioni di spettatori. Tra questi c’era anche Michelangelo Antonioni. «Mi telefonò – ricorda Tovoli – e rimase sorpreso quando gli raccontai che avevo usato soltanto una macchina da presa, a mano. Avevo pensato, e convinto De Seta dopo delle prove, che era la soluzione migliore in quelle condizioni. Con i bambini. Ad Antonioni erano piaciute molto le immagini e mi chiese di andare in Cina con lui per un reportage: nacque così “Chung kuo”. Era stato invitato da Zhou Enlai, che poi però fu accusato di un’eccessiva apertura verso l’Occidente. Così il documentario che girammo fu bandito e proiettato in Cina solo trent’anni dopo. È uno dei pochi materiali video girati nel Paese allora, al culmine della Rivoluzione culturale, e per questo è un documento prezioso».
Antonioni chiama Tovoli anche per il suo film successivo, questa volta di finzione. “Professione: reporter”, rimasto nella storia per il memorabile piano sequenza finale di sette minuti («Fu molto difficile trovare la soluzione per girare quella scena che lui aveva in mente dall’inizio»), e con protagonista una star notoriamente stravagante come Jack Nicholson. «Il primo giorno di riprese mi beccai un “Fuck you!” perché secondo lui gli aveva avvicinato troppo una luce. Poi i rapporti furono idilliaci, fu estremamente collaborativo adeguandosi al metodo di direzione degli attori di Antonioni che trattava gli interpreti un po’ come degli oggetti, senza motivare ogni azione che dovevano compiere secondo le sue molto dettagliare indicazioni. Una cosa che per gli americani è incomprensibile».
Da Antonioni, un maestro al quale deve molto, Luciano Tovoli apprende anche l’importanza del colore come elemento narrativo e drammaturgico. Una lezione che sviluppa al massimo livello lavorando poi con Dario Argento per un film centrale nella filmografia del regista come “Suspiria”. L’uso espressivo, visionario del colore rende unico quest’horror amatissimo in tutto il mondo. Ma Tovoli ha sperimentato tutti i generi, lavorando anche a famose commedie. «Il lavoro che mi sono divertito di più a fare è stato “Fracchia contro Dracula” di Neri Parenti – conclude il direttore della fotografia –. Adoravo Paolo Villaggio e stare con lui tre mesi sul set è stato un grande privilegio».
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