La Nuova Sardegna

Veronesi tra Beppe Fenoglio e Tolstoj

di Costantino Cossu
Veronesi tra Beppe Fenoglio e Tolstoj

Lo scrittore toscano ha presentato ieri a Sassari il suo nuovo romanzo, “Il Colibrì”, con Antonello Grimaldi e Sante Maurizi

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Partiamo da Beppe Fenoglio per dire quanto sia importante “Il Colibrì”, il nuovo romanzo di Sandro Veronesi che ieri sera a Sassari, nella sala della Camera di commercio, l’autore ha presentato insieme con Antonello Grimaldi e Sante Maurizi. Partiamo dalle Langhe. Finiremo nella Russia di Anna Karenina.

Fenoglio, quindi. C’è un capitolo del “Colibrì” – “Ai Mulinelli”, s’intitola – in cui Veronesi riscrive uno dei racconti più belli del grande narratore piemontese, “Il gorgo”. E lo riscrive, come lo stesso Veronesi ha spiegato ieri, non come il resto del romanzo (alla Veronesi, possiamo dire) ma proprio come lo avrebbe scritto Fenoglio. Capitolo necessario al libro, “I Mulinelli”, perché snodo narrativo centrale. Ma anche capitolo dal quale si capisce, con evidenza assoluta, come Veronesi si muova – in questo libro lo fa più che in tutti gli altri suoi – nel solco della tradizione letteraria italiana ed europea. In un panorama letterario come quello attuale, in cui la stragrande maggioranza degli autori non sanno, non vogliono sapere niente del passato, questa fedeltà alla tradizione letteraria, ribadita a chiare lettere dallo scrittore toscano ieri durante la presentazione, è il primo motivo che fa del “Colibrì” un libro importante. Come si sa, nasce nell’alveo della cultura borghese, il romanzo. In Italia subisce – lo ha ricordato ieri Veronesi – un eclissi durante gli anni Sessanta e Settanta. L’aria era allora quella che circola in quel libro manifesto che è “Scrittori e popolo” (1965) di Alberto Asor Rosa. Poi, a poco a poco, il romanzo riprende il suo cammino. Un cammino che, ben al di là della connotazione borghese, è sostanzialmente un cammino di verità. «Nei romanzi gli scrittori mentono – ha ricordato Veronesi – e attraverso la menzogna diventano liberi di dire la verità».

La verità, appunto. Che è ovviamente, in letteratura, la verità del personaggio. Nel “Colibrì” è la verità del protagonista, Marco Carrera, un medico che deve affrontare, dopo tanti altri, un nuovo terribile dolore. Potrebbe diventare schiavo di quel dolore, chiudersi dentro la prigione del dolore. Lui che per una vita intera ha impiegato ogni sua energia per proteggersi dai cambiamenti, per stare fermo, esattamente come fanno i colibrì, potrebbe ancora una volta scegliere di rimanere immobile, assecondare la pulsione di morte che accompagna ogni dolore vero. Ma non lo fa. «Perché – spiega Veronesi – ha la fortuna di incappare in uno psicoterapeuta “spretato” – lascia il suo studio per andare ad assistere le vittime traumatizzate da un terribile terremoto in qualche parte del mondo – che lo spinge a sfidare il lutto: fai quello che desideri, ritorna ai desideri della tua giovinezza». Marco Carrera si aggrappa a una bambina di appena due anni, la sua nipotina. Le parole sbagliate sono: «Ormai vivo solo per lei». Scelta che espone la bambina al pericolo di essere tirata giù dal nonno che annaspa e rischia di annegare. Vivere per la bambina, vivere per il futuro non può significare aggrapparsi a lei. Deve invece significare ritrovare la dimensione del desiderio, opporre Eros a Thanatos.

E’ facile, quando in un testo narrativo si gioca con questa opposizione, semplificare e banalizzare. Veronesi non lo fa perché riesce a non chiudere la partita. Sfugge alla tentazione di mettere a posto ogni cosa. Marco Carrera farà un suo percorso, ma alla fine ciò che resta non è ciò che il protagonista fa. Chiuso questoromanzo – ecco il secondo motivo per cui “Il Colibrì” è un libro importante – è il flusso stesso della vita. Un flusso in cui desiderio e morte, felicità e dolore si intrecciano in un gioco che, alla fine, basta a se stesso. La vita è desiderio che si perde. Torna Anna Karenina, torna Tolstoj, torna la grande tradizione del romanzo europeo.

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