La Nuova Sardegna

Antonio Marras espone le opere nascoste di Maria Lai

Angiola Bellu
Antonio Marras espone le opere nascoste di Maria Lai

Lo stilista svela al pubblico per la prima volta i lavori donatigli dall’artista e quelli realizzati a quattro mani insieme a lei nel corso di un’intensa amicizia

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Antonio Marras e Maria Lai ancora una volta insieme in “Trama Doppia, Maria Lai, Antonio Marras”, l’esposizione che l’artista algherese inaugurerà a Palazzo Lanfranchi a Matera – Capitale europea della Cultura 2019 – in occasione del centenario della nascita della grande artista, scomparsa nel 2013. Un rapporto d’arte e di amicizia, soprattutto di affinità elettive e di profondo affetto quello tra i due; una relazione che ha segnato intimamente il cammino artistico di Marras. Saranno proprio le tappe di questo percorso a scandire la mostra di Matera, con opere inedite di Mara Lai che dialogano con i lavori di Marras e con quelli realizzati a quattro mani. Una storia intensa e non comune quella che i due hanno scritto insieme.

Antonio Marras, è arrivato il momento di rivivere il suo percorso artistico con Maria Lai?

«Dopo qualche anno dalla sua assenza – che per me non è mai esistita se non fisicamente – ho deciso di esporre i lavori fatti a quattro mani e i suoi che mi aveva donato durante il nostro rapporto. E’ arrivato per me il momento, nel centenario della sua nascita, di restituire al pubblico i lavori straordinari di Maria che ho tenuto nascosti e protetti».

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Perché ha scelto Matera per questa mostra?

«Matera è stata per Maria un luogo di affezione. Era molto legata a questa città. Quale miglior occasione, ora che Matera è Capitale della cultura europea 2019. Abbiamo a disposizione Palazzo Lanfranchi sede del Museo nazionale d’arte medievale e moderna della Basilicata, importantissimo. Sono tre piani che vengono occupati da trame, fili, tessiture che io e lei facciamo insieme. Un lavoro suggellato e sostenuto anche dalla Fondazione Maria Lai; da Maria Sofia, la nipote erede di tutto il patrimonio artistico di Maria».

Come racconterebbe il suo legame – non solo artistico – con Maria Lai?

«Non era certo un legame solo artistico; era un modo di giocare, di vedere le cose, di toccarle, di fuggirle, di osservarle scontrarsi, di maneggiarle».

Cosa le ha insegnato?

«Mi ha insegnato ad ascoltare le cose, a provare a dialogare con gli oggetti che apparentemente non hanno voce. Questo è stato molto importante per me. Sulle cose mute, abbandonate, Maria mi ha insegnato che potevano avere un’anima, una voce. Mi ha insegnato a ridare loro vita. Il suo sguardo mi ha fatto intuire la magia, la grande bellezza di cose che il tempo aveva abbandonato».

Ricorda il suo primo incontro con Maria Lai?

«Certo. Sono andato ad un appuntamento a casa di qualcuno e lei mi ha aperto la porta. Io le ho lasciato in mano un sasso che avevo raccolto in spiaggia e sono scappato via. Non sapevo che cosa altro avrei potuto fare: ero intimidito, intimorito, impaurito. Estasiato dal suo modo di fare arte nella maniera più semplice e immediata: la più profonda».

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Cosa conserva intimamente di lei; qual è la sua profonda eredità?

«Mi ha preso per mano e mi ha condotto verso un altrove. Mi ha detto: “Ti ho lasciato bambino e ti ritrovo un artista”: questa cosa l’ho fatta mia. E’ stata motivo di orgoglio. Ho ancora molto senso di pudore nel raccontarla. Mi ha detto anche: “Noi ci amiamo troppo, bisogna che ogni tanto ci stacchiamo”. E’ stata per me colei che ha fatto venire fuori i miei scarabocchi. Con lei li ho tirati fuori».

Cosa le manca di più nella sua assenza fisica?

«La sua voce. Il suo tono, la sua calma. Mi mancano le sue attenzioni, il suo modo di confidarsi e di proteggermi. Mi manca il suo sorriso, soprattutto».
 

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