Stefano Bartezzaghi: «La critica banale alla banalità dei social»
di Roberta Sanna
Lo scrittore presenta al festival Lei di Cagliari il suo ultimo libro sui luoghi comuni della società di oggi
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CAGLIARI. «Spesso ho la sensazione che il pubblico vorrebbe sentirsi dire che la banalità è una brutta cosa, che bisogna essere originali. E che i social network sono potenzialmente armi del demonio. Ma non ci si rende conto che è quella la trappola estrema della banalità stessa».
Con un paradosso Stefano Bartezzaghi ci introduce all’argomento della conferenza di stasera al teatro Massimo (alle ore 20 nell’ambito del “LEI Festival” organizzato dalla Compagnia B), incentrata sull’ultimo libro dello scrittore e docente, dal titolo “Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social media”. Un libro, spiega l’autore, che contiene omaggi alla figura di Umberto Eco, alla cui scuola si è formato, e alle sue ricerche su senso comune, kitsch, logica.
«Quando due anni fa ho cominciato a lavorare sul tema, c’era forte preoccupazione sul fatto che i social media: Facebook, Twitter, Instagram eccetera, avessero influssi negativi, anche se la banalità esiste dal Medioevo. Diciamo che hanno effetti dovuti soprattutto al fatto che si digita come se parlassimo, in modo discorsivo, ma poi resta tutto scritto. E questo, oltre a dare la possibilità di farne oggetto di studio, ha un effetto di grande amplificazione, in cui anche un neologismo può diffondersi più velocemente che col passaparola.
In particolare mi son reso conto come nei social da una parte si deprecano i luoghi comuni e dall’altra se ne formano continuamente di nuovi, proprio da parte di chi vuol essere originale. La velocità implica anche che nella corsa al paradosso si faccia il bastian contrario, come per esempio quello che scrive “De Andrè era sopravvalutato. E adesso crocifiggetemi”. O nel recente caso del professore universitario sessantenne, stimato studioso delle culture politiche di destra, che poi sui social scrive un post filo hitleriano completamente fuori di testa». Sono funzionamenti particolari e molto interessanti da osservare, ribadisce Bartezzaghi. A volte però dobbiamo essere banali di base.
«La cosa pericolosa è demonizzare la banalità e voler essere originali a tutti i costi. Insegnare a non chiudersi le dita nella portiera dell’auto sarà banale ma è utile. All’università per dire cose nuove devo basarmi su cose vecchie, su ciò che già sanno gli studenti, per poter costruire qualcosa che magari poi va all’opposto del senso comune condiviso sino a quel momento. L’importante insomma è essere consapevoli».
Ultimamente social e politica vanno di pari passo, e così purtroppo i luoghi comuni. “In politica – dice Stefano Bartezzaghi – il problema è il consenso. Se ricordiamo certi politici del passato che ci capita persino di rimpiangere, facevano ricerca del consenso in campagna elettorale, ma poi lavoravano, spendendo anche il patrimonio – come nella parabola biblica dei talenti – a favore della comunità. Ora invece i politici sono alla ricerca del consenso, a volte “controsenso”, rinunciando cioè al bene comune a favore della loro popolarità. E quindi sono leader che vanno dietro a correnti di pensiero formatesi nella società – la famosa pancia degli italiani – e inseguono le banalità diffuse perché così è più facile raccogliere consenso. Molto di ciò che forma il credo comune è basato su culture ancestrali. Coloro che vanno contro il politicamente corretto, ad esempio sui temi della condizione femminile, e dicono “le donne dovrebbero stare a casa a fare la calza”, non fanno niente di originale. Tornano semplicemente alle banalità dell’altro ieri. Per questo spesso i luoghi comuni normalmente sono di destra, perché costituiscono la base del pensiero del conservatorismo, che non capisce che il mondo è andato avanti. Chi esprime un pensiero basato sulla razza è fermo a prima della scoperta del Dna.
È come se si volesse pensare come nell’Ottocento. Insomma il problema del consenso è trovare intorno a sé molte persone che la pensano allo stesso modo, cosa che di per sé non è peccato, fuori dal coro ci sono altri cori. Ma c’è da chiedersi poi che politiche vengono fuori quando ci si basa su certe maggioranze di pensiero nel nome del consenso.
Questo è il punto in cui pare noi siamo arrivati oggi. La pop art era basata sulla pubblicità, sulle grandi icone da Marylin in poi, tutti famosi per essere già famosi, mostrava una cultura di massa da cui più nessuno è potenzialmente tagliato fuori. Però – conclude Stefano Bartezzaghi – la cultura di massa oggi condivide miti, idoli e mentalità, che sono spesso mentalità pigre, quasi ostili allo studio. Come coloro che preferiscono avercela coi professori e con la scuola che impedisce di fare i weekend al mare o di riposare perché danno i compiti a casa ai loro figli».
Con un paradosso Stefano Bartezzaghi ci introduce all’argomento della conferenza di stasera al teatro Massimo (alle ore 20 nell’ambito del “LEI Festival” organizzato dalla Compagnia B), incentrata sull’ultimo libro dello scrittore e docente, dal titolo “Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social media”. Un libro, spiega l’autore, che contiene omaggi alla figura di Umberto Eco, alla cui scuola si è formato, e alle sue ricerche su senso comune, kitsch, logica.
«Quando due anni fa ho cominciato a lavorare sul tema, c’era forte preoccupazione sul fatto che i social media: Facebook, Twitter, Instagram eccetera, avessero influssi negativi, anche se la banalità esiste dal Medioevo. Diciamo che hanno effetti dovuti soprattutto al fatto che si digita come se parlassimo, in modo discorsivo, ma poi resta tutto scritto. E questo, oltre a dare la possibilità di farne oggetto di studio, ha un effetto di grande amplificazione, in cui anche un neologismo può diffondersi più velocemente che col passaparola.
In particolare mi son reso conto come nei social da una parte si deprecano i luoghi comuni e dall’altra se ne formano continuamente di nuovi, proprio da parte di chi vuol essere originale. La velocità implica anche che nella corsa al paradosso si faccia il bastian contrario, come per esempio quello che scrive “De Andrè era sopravvalutato. E adesso crocifiggetemi”. O nel recente caso del professore universitario sessantenne, stimato studioso delle culture politiche di destra, che poi sui social scrive un post filo hitleriano completamente fuori di testa». Sono funzionamenti particolari e molto interessanti da osservare, ribadisce Bartezzaghi. A volte però dobbiamo essere banali di base.
«La cosa pericolosa è demonizzare la banalità e voler essere originali a tutti i costi. Insegnare a non chiudersi le dita nella portiera dell’auto sarà banale ma è utile. All’università per dire cose nuove devo basarmi su cose vecchie, su ciò che già sanno gli studenti, per poter costruire qualcosa che magari poi va all’opposto del senso comune condiviso sino a quel momento. L’importante insomma è essere consapevoli».
Ultimamente social e politica vanno di pari passo, e così purtroppo i luoghi comuni. “In politica – dice Stefano Bartezzaghi – il problema è il consenso. Se ricordiamo certi politici del passato che ci capita persino di rimpiangere, facevano ricerca del consenso in campagna elettorale, ma poi lavoravano, spendendo anche il patrimonio – come nella parabola biblica dei talenti – a favore della comunità. Ora invece i politici sono alla ricerca del consenso, a volte “controsenso”, rinunciando cioè al bene comune a favore della loro popolarità. E quindi sono leader che vanno dietro a correnti di pensiero formatesi nella società – la famosa pancia degli italiani – e inseguono le banalità diffuse perché così è più facile raccogliere consenso. Molto di ciò che forma il credo comune è basato su culture ancestrali. Coloro che vanno contro il politicamente corretto, ad esempio sui temi della condizione femminile, e dicono “le donne dovrebbero stare a casa a fare la calza”, non fanno niente di originale. Tornano semplicemente alle banalità dell’altro ieri. Per questo spesso i luoghi comuni normalmente sono di destra, perché costituiscono la base del pensiero del conservatorismo, che non capisce che il mondo è andato avanti. Chi esprime un pensiero basato sulla razza è fermo a prima della scoperta del Dna.
È come se si volesse pensare come nell’Ottocento. Insomma il problema del consenso è trovare intorno a sé molte persone che la pensano allo stesso modo, cosa che di per sé non è peccato, fuori dal coro ci sono altri cori. Ma c’è da chiedersi poi che politiche vengono fuori quando ci si basa su certe maggioranze di pensiero nel nome del consenso.
Questo è il punto in cui pare noi siamo arrivati oggi. La pop art era basata sulla pubblicità, sulle grandi icone da Marylin in poi, tutti famosi per essere già famosi, mostrava una cultura di massa da cui più nessuno è potenzialmente tagliato fuori. Però – conclude Stefano Bartezzaghi – la cultura di massa oggi condivide miti, idoli e mentalità, che sono spesso mentalità pigre, quasi ostili allo studio. Come coloro che preferiscono avercela coi professori e con la scuola che impedisce di fare i weekend al mare o di riposare perché danno i compiti a casa ai loro figli».
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