Maggioni: “Sardegna terra del cinema»
di Fabio Canessa
Il regista a Cagliari fa il punto su un sistema regionale che negli ultimi anni ha mostrato forti potenzialità di crescita
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Opera da oltre quarant’anni nell’ambito del cinema, in diversi ruoli. Produttore di film importanti come “Pane e tulipani” di Silvio Soldini, sceneggiatore per Marina Spada, a lungo direttore della Scuola di cinema di Milano, Daniele Maggioni negli ultimi anni ha anche diretto due lungometraggi girati in Sardegna: “Nel mondo grande e terribile” (insieme a Maria Grazia Perria e Laura Perini) e “Piove deserto” (in co-regia sempre con Perria). Nei giorni scorsi a Cagliari ha tenuto una masterclass sulla progettazione cinematografica al Babel Film Festival, manifestazione sul cinema delle minoranze linguistiche organizzata dalla Società Umanitaria – Cineteca Sarda e dall’associazione Babel. «Un festival – racconta Daniele Maggioni – che rappresenta una formidabile occasione di confronto interculturale attraverso il cinema».
Maggioni, cosa significa progettare un film?
«La progettazione è un passaggio fondamentale per qualunque tipologia di prodotto audiovisivo. Non vuol dire soltanto scrivere un soggetto, ma avere una visione su quello che si vuole raccontare, capire il tipo di rapporto che si intende instaurare con il pubblico, riflettere su come trasferire l’idea di partenza in una narrazione e individuare il modo di arrivare a un processo produttivo per realizzarlo».
Conosce bene la realtà cinematografica della Sardegna, come vede il suo sviluppo?
«Ci sono diversi elementi positivi. A cominciare dalla legge regionale per il cinema che contribuisce a sviluppare sia gli esordi sia a dare continuità a chi lavora in questo campo e dalle possibilità offerte dalla Sardegna Film Commission che sostiene l’ospitalità, lo scouting e la promozione. Inoltre è giusto ricordare che le opportunità per il cinema sardo sono tenute vive anche dal sistema delle cineteche di Cagliari, Alghero-Sassari e Carbonia che non svolgono un mero ruolo di archivio, ma sono un potente strumento di attivazione del pubblico, della formazione e della cultura cinematografica. Si è così attivato un processo produttivo importante, anche qualitativo come dimostra l’attenzione dei festival nei confronti dei film sardi».
Cosa si può fare per migliorare ulteriormente la situazione?
«Intanto vedo che c’è un gruppo allargato di decine di filmmaker, indipendentemente dai ruoli, che stanno mettendo le basi per il futuro. Sarà importante che le istituzioni continuino a sostenere regolarmente l’attività, la legge e tutto il resto. Quello che a mio avviso si può fare per migliorare ancora la situazione e agire a livello formativo dove ci sono dei problemi. Non parlo della formazione accademica che ha le sue regole, vincoli legati a procedure ministeriali, e dove ci sono comunque docenti che fanno il loro lavoro più che egregiamente. Mi riferisco alla formazione professionalizzante che in qualche modo ti permette di imparare sino in fondo un mestiere, il passaggio intermedio dalla scuola al lavoro pensato come formazione continua accompagnata da professionisti e integrata con esperienze pratiche. Un aspetto che andrebbe pianificato meglio, con delle risorse. Dando spazio ai vari ruoli del settore. C’è per esempio tutto il discorso del suono, importante ma poco considerato. Mancano fonici in presa diretta, ma anche sceneggiatori che non siano interessati a fare solo i loro film».
Come territorio la Sardegna cosa può dare allo sviluppo di storie per il cinema?
«Tanto. Nel panorama mondiale molte delle opere più interessanti che sono state fatte negli ultimi 10 anni vengono da situazioni che si possono definire marginali. Penso al Portogallo con Miguel Gomes che in “Tabu” parte del ricordo delle colonie o alle Filippine con l’attenzione alle tradizioni della sua cultura nel cinema di Lav Diaz. Storie locali che parlano al mondo. In Sardegna si può seguire questa strada, attingendo per esempio al patrimonio di leggende, di vissuto magico, come ha fatto Giovanni Columbu con “Surbiles” che è stato presentato al festival di Locarno. Ma anche come fa Bonifacio Angius con il suo sguardo sulla contemporaneità che parte da cose molto vicine a lui, dalla sua città. La visione del locale per raccontare il globale, così si diventa universali».
Maggioni, cosa significa progettare un film?
«La progettazione è un passaggio fondamentale per qualunque tipologia di prodotto audiovisivo. Non vuol dire soltanto scrivere un soggetto, ma avere una visione su quello che si vuole raccontare, capire il tipo di rapporto che si intende instaurare con il pubblico, riflettere su come trasferire l’idea di partenza in una narrazione e individuare il modo di arrivare a un processo produttivo per realizzarlo».
Conosce bene la realtà cinematografica della Sardegna, come vede il suo sviluppo?
«Ci sono diversi elementi positivi. A cominciare dalla legge regionale per il cinema che contribuisce a sviluppare sia gli esordi sia a dare continuità a chi lavora in questo campo e dalle possibilità offerte dalla Sardegna Film Commission che sostiene l’ospitalità, lo scouting e la promozione. Inoltre è giusto ricordare che le opportunità per il cinema sardo sono tenute vive anche dal sistema delle cineteche di Cagliari, Alghero-Sassari e Carbonia che non svolgono un mero ruolo di archivio, ma sono un potente strumento di attivazione del pubblico, della formazione e della cultura cinematografica. Si è così attivato un processo produttivo importante, anche qualitativo come dimostra l’attenzione dei festival nei confronti dei film sardi».
Cosa si può fare per migliorare ulteriormente la situazione?
«Intanto vedo che c’è un gruppo allargato di decine di filmmaker, indipendentemente dai ruoli, che stanno mettendo le basi per il futuro. Sarà importante che le istituzioni continuino a sostenere regolarmente l’attività, la legge e tutto il resto. Quello che a mio avviso si può fare per migliorare ancora la situazione e agire a livello formativo dove ci sono dei problemi. Non parlo della formazione accademica che ha le sue regole, vincoli legati a procedure ministeriali, e dove ci sono comunque docenti che fanno il loro lavoro più che egregiamente. Mi riferisco alla formazione professionalizzante che in qualche modo ti permette di imparare sino in fondo un mestiere, il passaggio intermedio dalla scuola al lavoro pensato come formazione continua accompagnata da professionisti e integrata con esperienze pratiche. Un aspetto che andrebbe pianificato meglio, con delle risorse. Dando spazio ai vari ruoli del settore. C’è per esempio tutto il discorso del suono, importante ma poco considerato. Mancano fonici in presa diretta, ma anche sceneggiatori che non siano interessati a fare solo i loro film».
Come territorio la Sardegna cosa può dare allo sviluppo di storie per il cinema?
«Tanto. Nel panorama mondiale molte delle opere più interessanti che sono state fatte negli ultimi 10 anni vengono da situazioni che si possono definire marginali. Penso al Portogallo con Miguel Gomes che in “Tabu” parte del ricordo delle colonie o alle Filippine con l’attenzione alle tradizioni della sua cultura nel cinema di Lav Diaz. Storie locali che parlano al mondo. In Sardegna si può seguire questa strada, attingendo per esempio al patrimonio di leggende, di vissuto magico, come ha fatto Giovanni Columbu con “Surbiles” che è stato presentato al festival di Locarno. Ma anche come fa Bonifacio Angius con il suo sguardo sulla contemporaneità che parte da cose molto vicine a lui, dalla sua città. La visione del locale per raccontare il globale, così si diventa universali».
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