Donne, vittime e carnefici nel cuore dello Stato Islamico
di Angiola Bellu
La giornalista Benedetta Argentieri racconta a fumetti una storia vera «Spesso le occidentali militanti nell’Isis andavano a cercare il senso di comunità»
3 MINUTI DI LETTURA
MILANO. “Io non sono Islam” (Salani, pp149, 18 euro) è la bellissima graphic novel di Benedetta Argentieri, disegnata magistralmente da Sara Gironi Carnevale, che racconta la vera storia di Islam Mittal, la ragazza marocchina che voleva diventare fashion designer a Londra e si è ritrovata a vivere per tre anni nel cuore infernale dello Stato Islamico. Sebbene la sua storia abbia fatto il giro del mondo sui media internazionali, la Argentieri ha voluto raccontarla dandole voce e respiro con un romanzo a fumetti e inserendo la sua vicenda in una cornice molto raccontata e davvero poco conosciuta: la vita nello Stato Islamico. Abbiamo raggiunto in Siria – sfidando la poca corrente elettrica – la voce di Benedetta nel Rojava, l’amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, dove si trova per raccontare sul campo un pezzo di storia contemporanea che ci riguarda più di quanto possiamo immaginare. Lei racconta la storia di Islam Mittal, ma ci spiega che le donne non sono sempre vittime.
Come funziona?
«Quando arrivano nella Stato Islamico fanno un training ideologico-militare. Partecipano alla vita dello Stato, non sono relegate in casa. Le occidentali spesso sono al vertice della piramide sociale».
Non sono gli uomini a sottometterle?
«Sono le stesse donne che sottomettono le altre donne. Molte fanno parte della Hisba, la polizia morale. Nel campo che ho visitato a causa dell’Hisba sono morte tre donne in una settimana».
Come e perché sono morte?
«Uccise, strangolate. Vittime della Hisba che controlla che le donne vadano in giro vestite come nello Stato Islamico e che osservino la legge islamica».
Condannate da donne e uccise da uomini?
«Sono donne che uccidono donne. A volte la Hisba uccide anche uomini se si comportano male».
Perché cittadine e cittadini europei hanno scelto l’Isis?
«Sono andati tutti alla ricerca di un senso di comunità che vada oltre la vita ipermaterialista che si trova in Europa. Molti mi hanno descritto il senso di solitudine che sentivano nei propri Paesi di origine».
E la questione delle seconde generazioni?
«Grande mito da sfatare: chi è andato nello Stato islamico, nella maggior parte dei casi non erano dei poveretti ma gente istruita con delle lauree».
Tra le donne del campo nella Siria del nord-est, esaurita l’esperienza dell’Isis tutte vogliono tornare a casa?
«Alcune sì, altre no. Ho conosciuto un’americana che per non essere rimpatriata si è finta somala. In generale, dopo la battaglia di Baghuz, tutte dicevano “non ho fatto niente, ho seguito mio marito”: è una storia preparata da mesi».
Partendo dalle “Gemelle del terrore” occidentali di cui parla nel libro, soprannominate così dalla stampa occidentale, quanto ha giocato la propaganda per la vita dell’Isis e quanto la stampa occidentale gli ha fatto da inconsapevole sponda con la sua narrazione?
«Domanda complicata. Quella dell’Isis è la propaganda di un gruppo terroristico fatta meglio in assoluto. Estremamente efficaci, sapevano esattamente come terrorizzare e come reclutare. La stampa occidentale non è riuscita per molto tempo a capire il fenomeno. Spesso ha decritto le persone andate con l’Isis come emarginate. Un fenomeno così ampio va letto con diverse lenti, e la stampa occidentale ha semplificato molto. Ho intervistato tante persone entrate nell’Isis nel 2015, cioè quando il giornalista James Foley era già stato decapitato e le atrocità dell’Isis già conosciute. Mi rispondevano “ma quella è propaganda occidentale”... trovavano sempre una scusante per la propria adesione».
Parla della centralità della Turchia nel favorire la prosperità dello Stato islamico. In che misura e perchè?
«Nel 98% dei casi i combattenti e le famiglie dell’Isis sono passate dalla Turchia: dati di Brett Mc Gurk, ex inviato della Casa Bianca».
Lei afferma che arrivano in Europa ex miliziani dell’Isis. Come arginare?
«L’amministrazione autonoma ha chiesto l’istituzione di un Tribunale internazionale per i crimini di guerra, presso di loro, ma vorrebbe dire riconoscerle uno status che la Turchia non vuole».
Come funziona?
«Quando arrivano nella Stato Islamico fanno un training ideologico-militare. Partecipano alla vita dello Stato, non sono relegate in casa. Le occidentali spesso sono al vertice della piramide sociale».
Non sono gli uomini a sottometterle?
«Sono le stesse donne che sottomettono le altre donne. Molte fanno parte della Hisba, la polizia morale. Nel campo che ho visitato a causa dell’Hisba sono morte tre donne in una settimana».
Come e perché sono morte?
«Uccise, strangolate. Vittime della Hisba che controlla che le donne vadano in giro vestite come nello Stato Islamico e che osservino la legge islamica».
Condannate da donne e uccise da uomini?
«Sono donne che uccidono donne. A volte la Hisba uccide anche uomini se si comportano male».
Perché cittadine e cittadini europei hanno scelto l’Isis?
«Sono andati tutti alla ricerca di un senso di comunità che vada oltre la vita ipermaterialista che si trova in Europa. Molti mi hanno descritto il senso di solitudine che sentivano nei propri Paesi di origine».
E la questione delle seconde generazioni?
«Grande mito da sfatare: chi è andato nello Stato islamico, nella maggior parte dei casi non erano dei poveretti ma gente istruita con delle lauree».
Tra le donne del campo nella Siria del nord-est, esaurita l’esperienza dell’Isis tutte vogliono tornare a casa?
«Alcune sì, altre no. Ho conosciuto un’americana che per non essere rimpatriata si è finta somala. In generale, dopo la battaglia di Baghuz, tutte dicevano “non ho fatto niente, ho seguito mio marito”: è una storia preparata da mesi».
Partendo dalle “Gemelle del terrore” occidentali di cui parla nel libro, soprannominate così dalla stampa occidentale, quanto ha giocato la propaganda per la vita dell’Isis e quanto la stampa occidentale gli ha fatto da inconsapevole sponda con la sua narrazione?
«Domanda complicata. Quella dell’Isis è la propaganda di un gruppo terroristico fatta meglio in assoluto. Estremamente efficaci, sapevano esattamente come terrorizzare e come reclutare. La stampa occidentale non è riuscita per molto tempo a capire il fenomeno. Spesso ha decritto le persone andate con l’Isis come emarginate. Un fenomeno così ampio va letto con diverse lenti, e la stampa occidentale ha semplificato molto. Ho intervistato tante persone entrate nell’Isis nel 2015, cioè quando il giornalista James Foley era già stato decapitato e le atrocità dell’Isis già conosciute. Mi rispondevano “ma quella è propaganda occidentale”... trovavano sempre una scusante per la propria adesione».
Parla della centralità della Turchia nel favorire la prosperità dello Stato islamico. In che misura e perchè?
«Nel 98% dei casi i combattenti e le famiglie dell’Isis sono passate dalla Turchia: dati di Brett Mc Gurk, ex inviato della Casa Bianca».
Lei afferma che arrivano in Europa ex miliziani dell’Isis. Come arginare?
«L’amministrazione autonoma ha chiesto l’istituzione di un Tribunale internazionale per i crimini di guerra, presso di loro, ma vorrebbe dire riconoscerle uno status che la Turchia non vuole».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
