«Quella strage compiuta per realizzare in Italia un colpo di Stato fascista»
di Angiola Bellu
Un libro inchiesta che fa luce ulteriore sul ruolo degli apparati statali deviati Fu la Squadra 54 degli Affari riservati a prendere da subito la regia delle indagini
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Il cinquantesimo della strage di piazza Fontana ha portato in libreria “La bomba” (Feltrinelli, 18 euro), magnetico libro di Enrico Deaglio, che racconta l’intrigo di Stato più ingarbugliato della storia della Repubblica. Ancora oggi viviamo le conseguenze di quel 12 dicembre 1969, quando saltò in aria la sede della Banca dell’Agricoltura a due passi dal Duomo di Milano, facendo strage di persone e di democrazia. La verità, che Deaglio racconta con una logica disarmante, mette insieme scoperte clamorose fatte a partire da dieci anni fa e ci incolla a una spy story davvero incredibile. Personaggi sempre a tre dimensioni: sentiamo respirare l’anarchico Pinelli, vediamo il commissario Calabresi, leggiamo l’antologia di Spoon River con loro e osserviamo da vicino con un brivido gli uomini neri della Squadra 54 che neanche i serial tv più estremi e distopici hanno immaginato.
Leggere “La bomba” è fare un viaggio, spesso senza passaporto, e il cuore balza in gola con rivelazioni troppo pesanti. Sembra che nella costruzione del falso gli attuali demagoghi non abbiano inventato niente. Piazza Fontana ha fatto scuola?
«E’ stata una strage studiata a tavolino. E’ stato compiuto un terribile attentato. Nello stesso tempo – sta qui il tratto di particolare ferocia di Piazza Fontana – chi ha organizzato quell’attentato ha anche previsto quale svolgimento ci sarebbe stato: dall’accusa agli anarchici in poi».
Ma perché proprio la Banca dell’Agricoltura, che lei racconta essere stata di destra e che, nel mese successivo alla strage, raddoppia correntisti e dipendenti tanto che un certo Sindona cerca di “mangiarsela”?
«In cinquant’anni di indagini e di interminabili processi, i motivi per cui venne scelta quella banca (e che cosa le successe in seguito) non vennero mai considerati. Eppure era la più importante banca privata italiana e intorno ad essa – proprio per l’attentato – cominciarono le manovre di Sindona, che voleva appropriarsene. Credo sia una delle chiavi per capire quello che accadde. Gli avvocati della banca hanno sempre sostenuto la pista anarchica per evitare di coinvolgere gli Affari Riservati».
Con “La bomba” scopriamo che la Squadra 54 della Divisione affari riservati ha diretto da dietro le quinte polizia e magistratura milanesi fin dai primi minuti. Sembra di entrare in un true crime di Netflix sui complotti nell’era Internet.
«Era una struttura apicale della polizia italiana. La Divisione affari riservati aveva assoluta autonomia rispetto alla polizia. Potentissima, ben organizzata e ben finanziata, efficiente. In buona parte, la vecchia struttura della polizia fascista. Non era segreta, soltanto che tutti hanno mantenuto il segreto suelle sue attività. I suoi capi – D’amato, Catenacci, Russomanno – avevano un grande potere a quell’epoca».
Quand’è che questi nomi sono entrati nella narrazione – se non negli atti giudiziari – su Piazza Fontana?
« Si è saputo del loro enorme coinvolgimento – a spizzichi e bocconi – soltanto trent’anni dopo. Freda e Ventura erano alle loro dipendenze. Ordine Nuovo non era una cosa autonoma».
E’ per questo che Ventura ha avuto una incredibile e incrollabile copertura?
«Certo. Si spiega anche quello slogan sui muri: “Strage di Stato”. Non era sicuramente tutto lo Stato. Non erano tutti “cattivi”, ma i “buoni” sapevano fin dall’inizio com’era andata. Avrebbero potuto arrestarli tutti».
Lei racconta che poliziotti e magistrati milanese facevano da passacarte per la “romana” Squadra 54. Che cosa successe?
«La Squadra 54 prese il controllo della situazione e diede una direzione alle indagini con l’arresto degli anarchici. Decisero di far brillare l’altra bomba, di far sostituire i magistrati scomodi. Trent’anni dopo, pensionati, gli appartenenti alla Squadra 54, con il magistrato Grazia Pradella che li interrogò nel corso di un’altra indagine, semplicemente ammisero, come fosse normale».
Ma se Pinelli fosse uscito vivo, come ci si domanda nel libro, cosa sarebbe successo?
«Avrebbero tentato di mandato a processo e di condannarlo all’ergastolo insieme con Valpreda. Questo era il piano. Che non ha funzionato perché è successo qualcosa in quella stanza della Questura di Milano per cui Pinelli è morto. La pista nera di Freda eVentura nasce un anno dopo e quasi per caso».
Per capire la storia di Piazza Fontana nel suo libro compare la letteratura (da Sofocle a Shakespeare a Spoon River), il cinema (da Cavani a Pasolini), le arti visive (con Picasso e Baj). Compare anche la Storia. Che cosa unisce Piazza Fontana all’affaire Dreyfus?
«Sono entrambi grandi depistaggi di Stato che coinvolgono capri espiatori: l’ufficiale ebreo e gli anarchici. I dettagli sono simili: funzionari che accettano di insabbiare e la verità svelata da artisti, intellettuali e alcuni giornalisti che alle menzogne di Stato non hanno creduto».
Che cosa c’era, nel 1969, di diverso rispetto a oggi?
«La società era più autoritaria: se la tv e il Corriere dicevano “E’ stato Valpreda” era così. Ora ci sono mille canali di informazione, anche se la manipolazione dell’opinione pubblica continua a essere massiccia».
Le celebrazioni del cinquantesimo della strage – con le parole di Mattarella e il sindaco di Milano Sala che chiede scusa alla famiglia di Pinelli – che impatto hanno avuto sugli italiani?
«Sala ha chiesto perdono, addirittura. Mattarella ha parlato di depistaggi di Stato. E’ importante che la figura di Pinelli risulti essere l’innocente da ricordare. D’altra parte, l’Italia delle istituzioni non ha detto ufficialmente come sono andate le cose».
In sintesi estrema, cosa successe?
«C’era una cosa chiamata Affari riservati che aveva una strategia: ha messo una bomba perché voleva fare un colpo di Stato fascista in Italia».
Scrivere questo libro l’ha cambiata?
«Tutta questa vicenda mi ha cambiato: facevo un altro mestiere, ero un medico, questa strage mi ha convinto a fare il giornalista. Alcuni miei amici sono stati ingiustamente accusati di aver ucciso il commissario Calabresi. Credo che scrivere questo libro mi abbia migliorato. Credo però che ci sia ancora qualcosa da fare. Forse questo libro spingerà a raccontare questa verità in maniera più ufficiale. Fosse vero!».
Leggere “La bomba” è fare un viaggio, spesso senza passaporto, e il cuore balza in gola con rivelazioni troppo pesanti. Sembra che nella costruzione del falso gli attuali demagoghi non abbiano inventato niente. Piazza Fontana ha fatto scuola?
«E’ stata una strage studiata a tavolino. E’ stato compiuto un terribile attentato. Nello stesso tempo – sta qui il tratto di particolare ferocia di Piazza Fontana – chi ha organizzato quell’attentato ha anche previsto quale svolgimento ci sarebbe stato: dall’accusa agli anarchici in poi».
Ma perché proprio la Banca dell’Agricoltura, che lei racconta essere stata di destra e che, nel mese successivo alla strage, raddoppia correntisti e dipendenti tanto che un certo Sindona cerca di “mangiarsela”?
«In cinquant’anni di indagini e di interminabili processi, i motivi per cui venne scelta quella banca (e che cosa le successe in seguito) non vennero mai considerati. Eppure era la più importante banca privata italiana e intorno ad essa – proprio per l’attentato – cominciarono le manovre di Sindona, che voleva appropriarsene. Credo sia una delle chiavi per capire quello che accadde. Gli avvocati della banca hanno sempre sostenuto la pista anarchica per evitare di coinvolgere gli Affari Riservati».
Con “La bomba” scopriamo che la Squadra 54 della Divisione affari riservati ha diretto da dietro le quinte polizia e magistratura milanesi fin dai primi minuti. Sembra di entrare in un true crime di Netflix sui complotti nell’era Internet.
«Era una struttura apicale della polizia italiana. La Divisione affari riservati aveva assoluta autonomia rispetto alla polizia. Potentissima, ben organizzata e ben finanziata, efficiente. In buona parte, la vecchia struttura della polizia fascista. Non era segreta, soltanto che tutti hanno mantenuto il segreto suelle sue attività. I suoi capi – D’amato, Catenacci, Russomanno – avevano un grande potere a quell’epoca».
Quand’è che questi nomi sono entrati nella narrazione – se non negli atti giudiziari – su Piazza Fontana?
« Si è saputo del loro enorme coinvolgimento – a spizzichi e bocconi – soltanto trent’anni dopo. Freda e Ventura erano alle loro dipendenze. Ordine Nuovo non era una cosa autonoma».
E’ per questo che Ventura ha avuto una incredibile e incrollabile copertura?
«Certo. Si spiega anche quello slogan sui muri: “Strage di Stato”. Non era sicuramente tutto lo Stato. Non erano tutti “cattivi”, ma i “buoni” sapevano fin dall’inizio com’era andata. Avrebbero potuto arrestarli tutti».
Lei racconta che poliziotti e magistrati milanese facevano da passacarte per la “romana” Squadra 54. Che cosa successe?
«La Squadra 54 prese il controllo della situazione e diede una direzione alle indagini con l’arresto degli anarchici. Decisero di far brillare l’altra bomba, di far sostituire i magistrati scomodi. Trent’anni dopo, pensionati, gli appartenenti alla Squadra 54, con il magistrato Grazia Pradella che li interrogò nel corso di un’altra indagine, semplicemente ammisero, come fosse normale».
Ma se Pinelli fosse uscito vivo, come ci si domanda nel libro, cosa sarebbe successo?
«Avrebbero tentato di mandato a processo e di condannarlo all’ergastolo insieme con Valpreda. Questo era il piano. Che non ha funzionato perché è successo qualcosa in quella stanza della Questura di Milano per cui Pinelli è morto. La pista nera di Freda eVentura nasce un anno dopo e quasi per caso».
Per capire la storia di Piazza Fontana nel suo libro compare la letteratura (da Sofocle a Shakespeare a Spoon River), il cinema (da Cavani a Pasolini), le arti visive (con Picasso e Baj). Compare anche la Storia. Che cosa unisce Piazza Fontana all’affaire Dreyfus?
«Sono entrambi grandi depistaggi di Stato che coinvolgono capri espiatori: l’ufficiale ebreo e gli anarchici. I dettagli sono simili: funzionari che accettano di insabbiare e la verità svelata da artisti, intellettuali e alcuni giornalisti che alle menzogne di Stato non hanno creduto».
Che cosa c’era, nel 1969, di diverso rispetto a oggi?
«La società era più autoritaria: se la tv e il Corriere dicevano “E’ stato Valpreda” era così. Ora ci sono mille canali di informazione, anche se la manipolazione dell’opinione pubblica continua a essere massiccia».
Le celebrazioni del cinquantesimo della strage – con le parole di Mattarella e il sindaco di Milano Sala che chiede scusa alla famiglia di Pinelli – che impatto hanno avuto sugli italiani?
«Sala ha chiesto perdono, addirittura. Mattarella ha parlato di depistaggi di Stato. E’ importante che la figura di Pinelli risulti essere l’innocente da ricordare. D’altra parte, l’Italia delle istituzioni non ha detto ufficialmente come sono andate le cose».
In sintesi estrema, cosa successe?
«C’era una cosa chiamata Affari riservati che aveva una strategia: ha messo una bomba perché voleva fare un colpo di Stato fascista in Italia».
Scrivere questo libro l’ha cambiata?
«Tutta questa vicenda mi ha cambiato: facevo un altro mestiere, ero un medico, questa strage mi ha convinto a fare il giornalista. Alcuni miei amici sono stati ingiustamente accusati di aver ucciso il commissario Calabresi. Credo che scrivere questo libro mi abbia migliorato. Credo però che ci sia ancora qualcosa da fare. Forse questo libro spingerà a raccontare questa verità in maniera più ufficiale. Fosse vero!».
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