La Nuova Sardegna

Satta, un “bifrontismo culturale” tra la borghesia sassarese e la Nuoro delle grandi proteste

di SALVATORE TOLA
Satta, un “bifrontismo culturale” tra la borghesia sassarese e la Nuoro delle grandi proteste

Il percorso: da studente scapigliato a intellettuale Preferiva i versi in italiano per rappresentare la realtà locale nel modo migliore

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La prima notorietà di Sebastiano Satta non si diffuse nella sua città, Nuoro (dove era nato nel 1867), ma a Sassari, e non fu tanto, all’inizio, nel campo della poesia, della letteratura, ma in quelli della goliardia e del giornalismo. Goliardia perché, dopo aver fatto il servizio militare nella penisola, a Bologna, era tornato nella città, dove da prima aveva frequentato il liceo «Azuni», per terminare gli studi nella facoltà di Legge. Il suo grande estimatore Vincenzo Soro dice che era animatore di una «gaio cenacolo» che si era formato intorno a lui, e si riuniva «nelle cantine dei milesi (commercianti di Milis) odoranti di vernaccia e di mandarino». Di questo periodo rimangono memorabili i suoi rapporti col notissimo Angelo Tomè, che stava facendo fortuna con la vendita di capi d’abbigliamento: Satta si preoccupava perché aveva un conto da saldare, ma cercava di scherzarci sopra: «Quando Tomè mi vede / trema da capo a piede; quand'io vedo Tomè / tremo da capo a piè»; e cercava di tener buono il creditore, che evidentemente dimostrava molta pazienza, adattandogli un famosissimo sonetto: «Tanto gentile e tanto onesto pare…».

IL GIORNALISMO. Studente scapigliato, non stava molto sui libri, preferiva dedicarsi ad altre attività, tra le quali il giornalismo. Collaborò con “La Nuova Sardegna” e visse insieme al lombardo Gastone Chiesi la breve avventura di un altro quotidiano, “L’Isola” che, fondato nell’autunno del 1893, non riuscì a superare la successiva estate. E oltre a scrivere numerosi articoli, che firmava con lo pseudonimo “Povero Yorik”, riuscì a realizzare col collega un clamoroso scoop: un’intervista a tre dei più efferati banditi del tempo, Francesco “Cicciu” Derosas e i suoi accoliti Delogu e Angius, ai quali veniva attribuita tra le altre imprese l’uccisione del noto poeta bonorvese Paolo Mossa. L’incontro avvenne segretamente in una grotta, e gli articoli in cui venne raccontato attirarono l’attenzione anche nella penisola.

LA POESIA. Ma intanto Satta coltivava da anni la poesia. Sotto questo profilo fu molto importante il 1893, anno in cui, di certo stimolato dalla vivacità dell’ambiente culturale sassarese, pubblicò due piccole raccolte. Una, intitolata “Versi ribelli”, raccoglieva poesie ispirate dall’esperienza della vita militare: impiegava la sua lingua materna, il sardo-nuorese: «Ite bucca ’e gravegliu / juket sa ch’apo in coro!... / Su Continente er bellu, / ma er menzu’ Nugòro» (Che bocca di garofano ha quella che porto in cuore!... Il Continente è bello ma Nuoro è meglio); ma per dare voce ai colleghi passava anche al logudorese, al gallurese, al campidanese. Le altre poesie compaiono nel volumetto “Nella terra dei nuraghes” alternate a quelle di due poeti sassaresi, Pompeo Calvia e Luigi Falchi.

Delle sue composizioni sei sono in italiano, e rappresentano un «assaggio» della produzione successiva e famosa, come si avverte nell’attacco di “Ritornando nella terra dei nuraghes”: «Si risvegliano a notte le brughiere / al trotto stanco, ed alle sonagliere / dei cavalli monotono». Ma compaiono anche due sonetti in sardo. Nel primo si racconta di una festa di battesimo dove, tra canti e bevute, parenti e amici si chiedono quale sarà il destino del piccolo. Nel secondo due compari, vedendo passare il treno, commentano che si porta via tanto ben di Dio, ma «non si lassat dae nemos irrobbare» (non si lascia derubare da nessuno). Si nota che quando scrive in sardo Satta cambia registro, abbandona il ruolo del “vate” – quello che lo ha reso famoso –, impegnato sui temi scottanti del tempo e della società, per trasferirsi sul versante della poesia leggera e scherzosa e collocarsi così sul piano di un colloquio amicale e paesano.

Un po’ come è accaduto in tempi più vicini a noi allo scrittore Antonio Cossu che, dopo aver pubblicato un paio di romanzi dal tono serio a anche drammatico (uno ispirato a un sequestro di persona avvenuto nel suo paese, Santu Lussurgiu), decise di passare al sardo con “Mannigos de memoria” (del 1984) dove racconta in chiave satirica di un gruppo di emigrati che torna in Sardegna per dare una sistemata alle cose che non vanno, in particolare l’amministrazione regionale.

SDOPPIAMENTO. Come è noto Sebastiano Satta scrisse poche altre cose in sardo, per imboccare poi decisamente la strada della poesia italiana: non perché, così facendo, volesse allontanarsi dalla realtà locale, ma perché riteneva che fosse quello il modo più moderno ed efficace per rappresentarla. Era ormai in atto tra gli autori sardi lo sdoppiamento della «ricetta» ritenuta più adatta per raggiungere il fine comune, quello di “leggere” e “interpretare” il loro mondo e dare un qualche contributo alla comprensione dei tanti problemi che vi si affacciano. Uno sdoppiamento divenuto una costante della nostra letteratura, a dividere quanti scelgono la lingua nazionale dagli altri, convinti che si possa e si debba fare letteratura impiegando la lingua materna.

CULTURA SARDA. Anche per questo la scelta di Satta è stata oggetto di analisi da parte di coloro che si sono occupati delle sue poesie. Paola Pittalis ha parlato di un suo «bifrontismo culturale», che vede su un versante la «cultura barbaricina» e la «Nuoro delle vivaci proteste sociali», sull’altro «la cultura della borghesia democratica sassarese, repubblicana e radicale, antistatualista e antigiolittiana»; mentre per gli strumenti da utilizzare fa riferimento da un lato «alla cultura italiana e alla scrittura, dall’altro alla cultura sarda e all’oralità». Decisamente positivo il giudizio di Mario Ciusa Romagna che, nel varare perMondadori la raccolta del 1955, scriveva che «segna il definitivo trapasso dalla poesia dialettale ed arcadica ad una poesia-azione, immediata e realistica, in lingua italiana. E assieme a Salvatore Farina e a Grazia Deledda determina l’ingresso della Sardegna nella letteratura nazionale». Ben diverso il giudizio di Manlio Brigaglia, per il quale la scelta della lingua nazionale ha impedito a Satta di «farsi organico alla realtà popolare» che voleva descrivere, tanto che il suo è stato il ruolo di «un intellettuale dimezzato e, quando ne ha avuto consapevolezza», anche di «un intellettuale lacerato».

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