Un mondo folle che gioca con il demonio
di GOFFREDO FOFI
Ritorna in libreria con una prefazione di Goffredo Fofi un classico della narrativa: “Il diavolo nella bottiglia” di Stevenson
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La seconda parte della sua vita, Robert Louis Stevenson (1850-1896) la trascorse in un’isola delle Samoa, non cessando di tornare su un tema cruciale per ogni letteratura, anzi per ogni essere umano: la contrapposizione tra le due istanze più forti presenti nel genere umano, derivate dalla sua natura animale e dalla sua insufficiente intelligenza: il conflitto tra le forze del Male e quelle del Bene: lo scontro, in altri termini, tra un Diavolo ben presente in tutta la sua forza e un Dio nascosto e imperscrutabile, ora generoso, ora crudele, ora indifferente.
Ogni società si è pensata e voluta giusta, fondata sul Bene, ma non è mai riuscita a sopprimere o controllare gli istinti egoistici e violenti dell’Uomo e, di conseguenza, delle sue creazioni comunitarie, collettive. La forte presenza del Male e del fascino che esso può esercitare (si veda il rapporto tra il quattordicenne Jim Hawkins e il pirata Long John Silver in “L’isola del tesoro”) è un tema costante in Stevenson (e c’era già, molti anni prima, nell’ambiguo legame stabilito da Charles Dickens tra il ragazzo Oliver Twist e il malvagio e astuto Fagin). È un confronto con il Bene che si incarna, nella geniale sintesi del “Dottor Jekyll & Mister Hyde”, in uno stesso personaggio che ha bensì un Doppio, e che è diviso come ogni umano, ma in modi invero estremi, in una natura buona e in una malvagia che ha infine il sopravvento. Eppure l’uomo può scegliere, può resistere al Male e contrapporglisi, anche se una volta che sbaglia è poi difficile possa ritornare sulla strada giusta. Talvolta, come nell’altro geniale capolavoro di Stevenson “Il signore di Ballantrae”, moderna versione della leggenda originaria di Caino e Abele, sono due fratelli a incarnare il Bene e il Male, ma tale è la forza del Male da corrompere il Bene irretendolo nelle sue spire fino a farlo prigioniero di un Male non meno spietato di quello a cui si opponeva.
Alle spalle di Stevenson e del suo Diavolo c’è ovviamente l’antica leggenda di Faust e Mephisto, e la versione goethiana dei primi anni dell’Ottocento, ma è invece suo contemporaneo Lev Tolstoj, di vent’anni più vecchio di lui e che, nel 1886, ebbe la prima idea di “Denaro falso”, uno dei suoi racconti più belli e più profondi. E più metaforici e ideologici, scritto nel 1904 e pubblicato nel 1911, vent’anni dopo il racconto di Stevenson, che probabilmente conosceva. Qui è una cambiale falsa a girare di mano in mano, donata da un padre avaro e borghese a un insistente figlio adolescente non meno borghese, e di mano in mano essa provoca guai, disastri, morte. Il potere corruttore del denaro attraversa tutte le classi della società, producendo amoralità e morte. Ma anche “Denaro falso”, diviso in due parti distinte, ha un finale positivo: un sacrificio, un gesto di assoluta bontà nei suoi confronti, crea tale turbamento in un criminale da portarlo al pentimento e al tentativo di rimediare al male compiuto, che produce, in una sorta di viaggio a ritroso, di azione benefica in azione benefica, il contrario del Male e la vittoria del Bene. Il grande riscatto cristiano dell’umana imperfezione. Un grande regista, Robert Bresson, adattò questo racconto a un suo film del 1983 drasticamente intitolato “L’argent”, il denaro. Fu il suo ultimo film, un film-testamento, che faceva seguito a un film altrettanto significativo, anche nel titolo, “Il diavolo probabilmente”, una moderna investigazione sulla presenza del Male nella società contemporanea, nella nostra società. Lo strumento prediletto dal Male è ancora e soprattutto il denaro, tutto l’ordinamento sociale ne è il prodotto, e tutto questo sfocia in un’ipotesi non troppo azzardata di fine del mondo, nella catastrofe ecologica che è l’incubo del giovane protagonista, infine suicida. Un protagonista e una visione certamente più dostoevskiani che tolstojani. Non per caso Bresson ha abolito nel suo adattamento da Tolstoj la seconda parte del racconto, ché per lui non c’è più redenzione possibile. Troppo tardi, les jeux sont faits, e forse da sempre il mondo è segnato dal Male, e la grande sfida del Bene è perdente, ha perduto.
Le peripezie di Keawe, il passaggio di mano in mano del “diavolo nella bottiglia” con la superba idea della sua acquisizione a un prezzo ogni volta minore, riempiono una fiaba di morale atemporale, universale. Che ha uno strano e amaro sapore di attualità nel mondo in cui viviamo, oggi e proprio oggi, nel costo che si dà alle cose e nel valore che si dà alla vita. La favola di Stevenson finisce bene, come finiva bene quella di Tolstoj dalla conclusione evangelica e bensì ancora rassicurante. Non la pensava allo stesso modo il giovane Stevenson, né la pensava allo stesso modo il vecchio Bresson.
@ 2019 Edizioni dell’Asino
Ogni società si è pensata e voluta giusta, fondata sul Bene, ma non è mai riuscita a sopprimere o controllare gli istinti egoistici e violenti dell’Uomo e, di conseguenza, delle sue creazioni comunitarie, collettive. La forte presenza del Male e del fascino che esso può esercitare (si veda il rapporto tra il quattordicenne Jim Hawkins e il pirata Long John Silver in “L’isola del tesoro”) è un tema costante in Stevenson (e c’era già, molti anni prima, nell’ambiguo legame stabilito da Charles Dickens tra il ragazzo Oliver Twist e il malvagio e astuto Fagin). È un confronto con il Bene che si incarna, nella geniale sintesi del “Dottor Jekyll & Mister Hyde”, in uno stesso personaggio che ha bensì un Doppio, e che è diviso come ogni umano, ma in modi invero estremi, in una natura buona e in una malvagia che ha infine il sopravvento. Eppure l’uomo può scegliere, può resistere al Male e contrapporglisi, anche se una volta che sbaglia è poi difficile possa ritornare sulla strada giusta. Talvolta, come nell’altro geniale capolavoro di Stevenson “Il signore di Ballantrae”, moderna versione della leggenda originaria di Caino e Abele, sono due fratelli a incarnare il Bene e il Male, ma tale è la forza del Male da corrompere il Bene irretendolo nelle sue spire fino a farlo prigioniero di un Male non meno spietato di quello a cui si opponeva.
Alle spalle di Stevenson e del suo Diavolo c’è ovviamente l’antica leggenda di Faust e Mephisto, e la versione goethiana dei primi anni dell’Ottocento, ma è invece suo contemporaneo Lev Tolstoj, di vent’anni più vecchio di lui e che, nel 1886, ebbe la prima idea di “Denaro falso”, uno dei suoi racconti più belli e più profondi. E più metaforici e ideologici, scritto nel 1904 e pubblicato nel 1911, vent’anni dopo il racconto di Stevenson, che probabilmente conosceva. Qui è una cambiale falsa a girare di mano in mano, donata da un padre avaro e borghese a un insistente figlio adolescente non meno borghese, e di mano in mano essa provoca guai, disastri, morte. Il potere corruttore del denaro attraversa tutte le classi della società, producendo amoralità e morte. Ma anche “Denaro falso”, diviso in due parti distinte, ha un finale positivo: un sacrificio, un gesto di assoluta bontà nei suoi confronti, crea tale turbamento in un criminale da portarlo al pentimento e al tentativo di rimediare al male compiuto, che produce, in una sorta di viaggio a ritroso, di azione benefica in azione benefica, il contrario del Male e la vittoria del Bene. Il grande riscatto cristiano dell’umana imperfezione. Un grande regista, Robert Bresson, adattò questo racconto a un suo film del 1983 drasticamente intitolato “L’argent”, il denaro. Fu il suo ultimo film, un film-testamento, che faceva seguito a un film altrettanto significativo, anche nel titolo, “Il diavolo probabilmente”, una moderna investigazione sulla presenza del Male nella società contemporanea, nella nostra società. Lo strumento prediletto dal Male è ancora e soprattutto il denaro, tutto l’ordinamento sociale ne è il prodotto, e tutto questo sfocia in un’ipotesi non troppo azzardata di fine del mondo, nella catastrofe ecologica che è l’incubo del giovane protagonista, infine suicida. Un protagonista e una visione certamente più dostoevskiani che tolstojani. Non per caso Bresson ha abolito nel suo adattamento da Tolstoj la seconda parte del racconto, ché per lui non c’è più redenzione possibile. Troppo tardi, les jeux sont faits, e forse da sempre il mondo è segnato dal Male, e la grande sfida del Bene è perdente, ha perduto.
Le peripezie di Keawe, il passaggio di mano in mano del “diavolo nella bottiglia” con la superba idea della sua acquisizione a un prezzo ogni volta minore, riempiono una fiaba di morale atemporale, universale. Che ha uno strano e amaro sapore di attualità nel mondo in cui viviamo, oggi e proprio oggi, nel costo che si dà alle cose e nel valore che si dà alla vita. La favola di Stevenson finisce bene, come finiva bene quella di Tolstoj dalla conclusione evangelica e bensì ancora rassicurante. Non la pensava allo stesso modo il giovane Stevenson, né la pensava allo stesso modo il vecchio Bresson.
@ 2019 Edizioni dell’Asino
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