Cate Blanchett, Venezia fa una scelta “rosa”
di Alessandra Magliaro
L’attrice australiana sarà la presidente della giuria della Mostra del cinema il prossimo settembre
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ROMA. Diversità e uguaglianza di genere cercasi: se gli Oscar, viste le nomination, non lasciano quest’anno speranza – troppo bianchi e troppo maschili – e sembrano riportare indietro rispetto al cambio di rotta innescato la scorsa stagione da #metoo, campagne gender equity e inclusive, ci pensano i festival, i più importanti del mondo, a dare prospettive di progresso. Il festival di Cannes ha annunciato un regista “contro”, punto di riferimento degli afro-americani e della Hollywood più democratica come Spike Lee, tenace oppositore di Donald Trump e la Mostra del cinema di Venezia non resta a guardare. Sarà Cate Blanchett, l’attrice australiana, un mito di carisma e bravura, bellezza algida ed eterea, con una incredibile classe che la fa adorare anche nel mondo della moda, due volte premio Oscar (“The Aviator” e “Blue Jasmine”) e cinque altre volte candidata, a guidare la giuria che assegnerà il Leone d’oro della edizione 2020 (dal 2 al 12 settembre).
La Blanchett, sulla linea di una strada già delineata, succede alla argentina Lucrecia Martel e ad Annette Bening, mentre la stessa Blanchett nel 2018 ha presieduto la giuria di Cannes. Predecessore di Spike Lee un anno fa a Cannes il messicano Alejandro Inarritu. Tutti nomi, quelli 2020 e i precedenti recenti, che sembrano andare in una unica direzione di apertura, inclusione, nuove sensibilità (ha tenuto banco lo scorso anno il caso Martel Polanski, tanto per memoria). Sotto queste presidenze sono stati premiati i film dell’anno, molti dei quali sono in nomination: pensiamo al Leone d’oro “Joker”, 11 candidature e alla Palma d’oro “Parasite”, sei. Senza dimenticare altri candidati: “C’era una volta a Hollywood” (Cannes), “Marriage Story” (Venezia) e poi “The Irishman” e “Ford V Ferrari” (visti, tra l’altro, a Venezia).
Ma allora come mai l’Oscar è quest’anno definito poco inclusivo? Rispetto alle donne i dati parlano chiaro e sono francamente drammatici: solo 5 sono state candidate come miglior regia nella storia degli Oscar, ossia dal 1929 al 2020. Nell’ordine: la nostra Lina Wertmuller, la prima in assoluto, 1977, Jane Campion nel 1994, Sofia Coppola nel 2004, Kathryn Bigelow nel 2010 (prima ed unica ad aver vinto) e Greta Gerwig nel 2018.
La Blanchett, sulla linea di una strada già delineata, succede alla argentina Lucrecia Martel e ad Annette Bening, mentre la stessa Blanchett nel 2018 ha presieduto la giuria di Cannes. Predecessore di Spike Lee un anno fa a Cannes il messicano Alejandro Inarritu. Tutti nomi, quelli 2020 e i precedenti recenti, che sembrano andare in una unica direzione di apertura, inclusione, nuove sensibilità (ha tenuto banco lo scorso anno il caso Martel Polanski, tanto per memoria). Sotto queste presidenze sono stati premiati i film dell’anno, molti dei quali sono in nomination: pensiamo al Leone d’oro “Joker”, 11 candidature e alla Palma d’oro “Parasite”, sei. Senza dimenticare altri candidati: “C’era una volta a Hollywood” (Cannes), “Marriage Story” (Venezia) e poi “The Irishman” e “Ford V Ferrari” (visti, tra l’altro, a Venezia).
Ma allora come mai l’Oscar è quest’anno definito poco inclusivo? Rispetto alle donne i dati parlano chiaro e sono francamente drammatici: solo 5 sono state candidate come miglior regia nella storia degli Oscar, ossia dal 1929 al 2020. Nell’ordine: la nostra Lina Wertmuller, la prima in assoluto, 1977, Jane Campion nel 1994, Sofia Coppola nel 2004, Kathryn Bigelow nel 2010 (prima ed unica ad aver vinto) e Greta Gerwig nel 2018.
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