Patrizio Oliva: «Porto sul palcoscenico la storia della mia vita»
di Fabio Canessa
Lo spettacolo “Sparviero” in tourneé in Sardegna per l’apertura della rassegna teatrale “Il terzo occhio”
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Lo chiamavano Sparviero. Per la sua agilità, l’eleganza e la prontezza nello sfruttare gli errori degli avversari come fa il rapace con le sue prede. La sua intelligenza nello studiarli per poi colpirli inesorabilmente, mettendoli al tappeto con combinazioni di grande tecnica. Patrizio Oliva è una leggenda del pugilato italiano. Campione olimpico, europeo, mondiale. La gloria sportiva conquistata con passione e sacrificio. Rialzandosi sempre, superando anche i colpi sotto la cintura della vita. Perché il destino non è sempre stato benevolo nei suoi confronti. Cresciuto a Napoli in un quartiere non facile, in povertà assoluta, con problemi in famiglia, Patrizio da adolescente ha dovuto affrontare anche la tragedia della prematura scomparso del fratello Ciro.
Sul suo percorso sportivo e privato si concentra lo spettacolo “Patrizio vs Oliva”, tratto dall’autobiografia del pugile (“Sparviero - La mia storia”) scritta a quattro mani con il nipote Fabio Rocco Oliva che firma anche la drammaturgia della piéce in programma mercoledì al TsE di Cagliari per la rassegna “Il terzo occhio” e poi, sotto le insegne della grande prosa del Cedac, venerdì al Teatro Comunale di San Gavino e sabato all’auditorium dell’Istituto Tecnico Lorenzo Mossa di Oristano. Sul palco insieme all’ex campione di boxe, l’attrice Rossella Pugliese nei panni della madre. Regia di Alfonso Postiglione. Oliva, dal ring al palco.
C’è qualche similitudine tra due mondi che sembrano così lontani?
«Ci sono molte somiglianze a livello di emozioni. Per esempio la tensione del momento che precede un incontro o uno spettacolo è in fondo uguale. Quando salivo sul ring c’era sempre la paura di sbagliare di qualcosa, di fare degli errori che potevano compromettere il match. Poi suonato il gong mi concentravo sull’avversario e tutto andava bene. Sul palco è un po’ la stessa cosa. Prima hai un po’ di paura, magari di dimenticarti il copione o di mangiarti le parole, ma quando comincia lo spettacolo tutto passa. Ti concentri e cerchi di dare il meglio al pubblico venuto a vederti».
Perché avete chiamato lo spettacolo “Patrizio vs. Oliva”?
«Perché c’è il racconto dell’uomo, Patrizio, e quello del pugile, Oliva. Un percorso che passa dalle macerie della vita, dalla povertà assoluta, da un padre violento, dalla morte di mio fratello quando aveva 15 anni e io tre in meno. Tutti questi problemi non hanno intaccato il mio sogno: già da bambino, a 8 anni, mi mettevo davanti allo specchio e sognavo di diventare campione del mondo. E non ho mai rinunciato nonostante le difficoltà, anche se dovevo farmi 15 chilometri a piedi per andare in palestra perché non avevo nemmeno i soldi per l’autobus. La mia vita è una risposta anche ai giovani di oggi che vogliono tutto e subito, senza sacrificarsi. La dimostrazione che se una persona è determinata può realizzare il suo sogno».
Ma come si è appassionato alla boxe?
«Grazie a mio fratello Mario, anche lui faceva pugilato ed è arrivato a diventare campione italiano dilettanti. Da bambino quando andai per la prima volta in palestra rimasi folgorato dalla bellezza di questo sport».
Chi sono stati i suoi punti di riferimento?
«Come pugile italiano Nino Benvenuti. Poi il grande Muhammad Ali e un altro eccezionale talento come Sugar Ray Leonard».
La vittoria più bella della sua carriera?
«Nello spettacolo ricordo i miei titoli: campione italiano, olimpico, europeo, mondiale. Sono tutti grandi ricordi perché dietro ogni successo ci sono sempre fatica, sudore e rinunce. Ogni vittoria rappresenta qualcosa di importante della mia vita».
Un esempio per i giovani. In Sardegna incontrerà anche degli studenti.
«È uno spettacolo per tutti, ma penso sempre ai giovani. Vivo tra di loro. Ho una palestra dove facciamo diverse attività sportive. Non solo boxe, ma anche judo, karate, taekwondo. E tutti i bambini che appartengono a famiglie bisognose non pagano».
Quanto lo sport è una scuola di vita?
«Rispetto delle regole, del gruppo, dell’avversario se li trasformiamo in senso civico diventano rispetto delle leggi, della persona, tolleranza verso gli altri. Speriamo di trovare dei campioni, ma il mio obiettivo primario e aiutare la formazione dei ragazzi con la pratica dello sport, il loro inserimento nella società attraverso i valori che trasmettiamo anche con il nostro spettacolo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Sul suo percorso sportivo e privato si concentra lo spettacolo “Patrizio vs Oliva”, tratto dall’autobiografia del pugile (“Sparviero - La mia storia”) scritta a quattro mani con il nipote Fabio Rocco Oliva che firma anche la drammaturgia della piéce in programma mercoledì al TsE di Cagliari per la rassegna “Il terzo occhio” e poi, sotto le insegne della grande prosa del Cedac, venerdì al Teatro Comunale di San Gavino e sabato all’auditorium dell’Istituto Tecnico Lorenzo Mossa di Oristano. Sul palco insieme all’ex campione di boxe, l’attrice Rossella Pugliese nei panni della madre. Regia di Alfonso Postiglione. Oliva, dal ring al palco.
C’è qualche similitudine tra due mondi che sembrano così lontani?
«Ci sono molte somiglianze a livello di emozioni. Per esempio la tensione del momento che precede un incontro o uno spettacolo è in fondo uguale. Quando salivo sul ring c’era sempre la paura di sbagliare di qualcosa, di fare degli errori che potevano compromettere il match. Poi suonato il gong mi concentravo sull’avversario e tutto andava bene. Sul palco è un po’ la stessa cosa. Prima hai un po’ di paura, magari di dimenticarti il copione o di mangiarti le parole, ma quando comincia lo spettacolo tutto passa. Ti concentri e cerchi di dare il meglio al pubblico venuto a vederti».
Perché avete chiamato lo spettacolo “Patrizio vs. Oliva”?
«Perché c’è il racconto dell’uomo, Patrizio, e quello del pugile, Oliva. Un percorso che passa dalle macerie della vita, dalla povertà assoluta, da un padre violento, dalla morte di mio fratello quando aveva 15 anni e io tre in meno. Tutti questi problemi non hanno intaccato il mio sogno: già da bambino, a 8 anni, mi mettevo davanti allo specchio e sognavo di diventare campione del mondo. E non ho mai rinunciato nonostante le difficoltà, anche se dovevo farmi 15 chilometri a piedi per andare in palestra perché non avevo nemmeno i soldi per l’autobus. La mia vita è una risposta anche ai giovani di oggi che vogliono tutto e subito, senza sacrificarsi. La dimostrazione che se una persona è determinata può realizzare il suo sogno».
Ma come si è appassionato alla boxe?
«Grazie a mio fratello Mario, anche lui faceva pugilato ed è arrivato a diventare campione italiano dilettanti. Da bambino quando andai per la prima volta in palestra rimasi folgorato dalla bellezza di questo sport».
Chi sono stati i suoi punti di riferimento?
«Come pugile italiano Nino Benvenuti. Poi il grande Muhammad Ali e un altro eccezionale talento come Sugar Ray Leonard».
La vittoria più bella della sua carriera?
«Nello spettacolo ricordo i miei titoli: campione italiano, olimpico, europeo, mondiale. Sono tutti grandi ricordi perché dietro ogni successo ci sono sempre fatica, sudore e rinunce. Ogni vittoria rappresenta qualcosa di importante della mia vita».
Un esempio per i giovani. In Sardegna incontrerà anche degli studenti.
«È uno spettacolo per tutti, ma penso sempre ai giovani. Vivo tra di loro. Ho una palestra dove facciamo diverse attività sportive. Non solo boxe, ma anche judo, karate, taekwondo. E tutti i bambini che appartengono a famiglie bisognose non pagano».
Quanto lo sport è una scuola di vita?
«Rispetto delle regole, del gruppo, dell’avversario se li trasformiamo in senso civico diventano rispetto delle leggi, della persona, tolleranza verso gli altri. Speriamo di trovare dei campioni, ma il mio obiettivo primario e aiutare la formazione dei ragazzi con la pratica dello sport, il loro inserimento nella società attraverso i valori che trasmettiamo anche con il nostro spettacolo».
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