La Nuova Sardegna

Oscar, Fayyad e il dramma siriano

di Francesca Pierleoni
Oscar, Fayyad e il dramma siriano

In lizza tra i film stranieri il documentario “The Cave” su un team di medici eroi

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ROMA. L’esplodere delle bombe, rumori amplificati, urla, pianti; continue affluenze di feriti, fra i quali tantissimi bambini, malnutriti, coperti di sangue e in stato di shock; poche medicine, cibo mai sufficiente. Una realtà quotidiana da incubo a Ghouta est, area vicino Damasco, rimasta per cinque anni sotto un violentissimo assedio. Un viaggio tra morte, coraggio e abnegazione, nel quale ci immerge “The Cave” di Feras Fayyad, film non fiction, vincitore, fra gli altri, del premio del pubblico a Toronto e in gara per l’Oscar come miglior documentario, che debutterà su National Geographic il 9 febbraio alle 20.55, proprio poche ore prima dell’assegnazione degli Academy Awards a Los Angeles. Fino al 2018 migliaia di vite sono state salvate in un ospedale sotterraneo, dallo staff di medici e infermieri guidato dalla pediatra di 30 anni (compiuti nel pieno dei bombardamenti), Amani Ballour, prima donna direttore di un ospedale in Siria.

Fayyad, esule siriano che vive al momento in Danimarca, già candidato agli Oscar nel 2017 con un altro documentario sulla guerra nel suo Paese, “Last men in Aleppo”, nelle settimane scorse è stato anche al centro di un caso diplomatico, quando si è visto rifiutare, a causa del travel ban voluto da Trump, il visto per l’ingresso negli Usa, che gli è stato concesso solo qualche giorno fa.

Il film ci porta al centro di un luogo diventato, a causa dei continui bombardamenti, quasi fantasma in superficie, con la popolazione che cercava scampo agli attacchi aerei, rifugiandosi in spazi e tunnel scavati nel sottosuolo. E proprio The Cave, la grotta, è il nome con cui venivano chiamati i sotterranei dell’ospedale, unica parte operativa della struttura di sei piani, distrutta in superficie. Lo sguardo che ci guida è principalmente quello di Amani, che oltre a confrontarsi con la violenza della guerra, deve affrontare le resistenze di molti uomini nel vedere una donna a capo di un ospedale invece che «a casa a prendersi cura del marito e i figli» come gli rimprovera il marito di una paziente.

«Ho sempre saputo di vivere e operare in una società razzista e autocratica – spiega nel film la pediatra –. La religione per gli uomini è uno strumento, ne prendono solo le parti che gli fanno comodo». Lei però non si fa fermare da nessuno e oltre ad essere in servizio quasi 24 ore su 24, offre una via di uscita anche a tante donne rimaste sole, offrendogli lavoro nell’ospedale. A supportarla e mostrare uguale coraggio uno staff di cui fanno parte tra gli altri, il chirurgo Salim, che opera con in sottofondo musica classica; l’amica, anche lei pediatra, Alaa e l’infermiera Samaher, che nonostante i postumi di una ferita alla testa che le ha provocato una parziale amnesia, continua il suo lavoro e si occupa spesso anche di preparare i pasti ai colleghi.

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