Addio all’ultimo leone di Hollywood
di Fabio Canessa
Si è spento a 103 anni uno degli attori più popolari dell’epoca d’oro dello star system made in Usa, padre di Michael
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Era diventato l’ultimo degli immortali. La star più longeva della Golden Age di Hollywood, insieme alla coetanea Olivia de Havilland che resta adesso l’unica sopravvissuta di quell’età dell’oro per il cinema. Perché ora se n’è andato anche lui, a 103 anni: Kirk Douglas. A diffondere la notizia il figlio Michael, a sua volta famoso attore, via Instagram. Con un toccante ricordo dell’uomo e del filantropo (la sua vita è stata segnato da un forte impegno umanitario) ancora prima del grande interprete diventato una leggenda.
Nel cinema Kirk Douglas lascia un’eredità di circa novanta film, con ruoli indimenticabili. Da gladiatore ribelle in “Spartacus” a personaggio mitologico in “Ulisse” sino a pistolero in “Sfida all’O.K. Corral” per citarne soltanto tre. Con il suo fisico da atleta, il volto scolpito e caratterizzato da un fossetta sul mento, un sorriso beffardo, è stato un interprete forte, energico che ha rappresentato una tipologia di attore (a lui si possono associare Robert Mitchum e Robert Lancaster) più sfaccettato e diverso rispetto ai modelli John Wayne, eroe senza macchia rude ma generoso, e James Stewart, personificazione al cinema dell’americano medio onesto e senza ambiguità.
Kirk Douglas nasce il 9 dicembre del 1916 negli Stati Uniti da immigrati ebrei bielorussi, con il nome di Issur Danielovitch, diventato poi Isidore Demsky prima di assumere l’identità che tutti conoscono. Come l’attore racconta bene nell’autobiografia “Il figlio del venditore di stracci” (in Italia uscita per Rizzoli) cresce in una famiglia povera. Ma l’America è la terra delle grandi opportunità e lui la coglie studiando grazie a borse di studio e vari lavori. Prima l’Università, laurea in Lettere, e poi l’Accademia di arte drammatica di New York, dove conosce anche Diana Dill che sarebbe diventata la prima moglie e madre dei suoi figli Michael e Joel (con la seconda, Anne Buydens, ancora in vita, è stato sposato per 65 anni). Dopo alcune esperienze teatrali e la parentesi della seconda guerra mondiale, dove presta servizio nella Marina degli Stati Uniti, esordisce al cinema nel 1946 con “Lo strano amore di Marta Ivers” diretto da Lewis Milestone dove interpreta un procuratore distrettuale. L’anno successivo, questa volta nei panni di un gangster, è presente in un altro noir considerato una pietra miliare del genere: “Le catene della colpa” di Jacques Tourneur.
In quel periodo, la fine degli anni Quaranta, lavora anche in alcune commedie. Non il genere più congeniale all’attore, che dà comunque un bel contributo a un film di grande livello come “Lettera a tre mogli” di Joseph Mankiewicz. Del 1949 è il suo primo grande successo anche di critica: diretto da Mark Robson, in “Il grande campione” interpreta un pugile testardo, brusco, egoista e viene nominato all’Oscar. Sono però gli anni Cinquanta il periodo d’oro di Kirk Douglas. Nel 1951 Billy Wilder lo sceglie come protagonista di “L’asso nella manica” per il ruolo di un giornalista cinico, senza scrupoli. Personaggio sgradevole è anche quello, nello stesso anno, del poliziotto spietato di “Pietà per i giusti” di William Wyler. Grandi soddisfazioni regala poi a Douglas in quegli anni la collaborazione con Vincente Minnelli: in “Il bruto e la bella” è uno spregiudicato produttore cinematografico, in “Brama di vivere” diventa Vincent Vang Gogh. In entrambi i casi è candidato all’Oscar (anche stavolta a vuoto) e per il ritratto del grande artista olandese vince il Golden Globe.
Tra i tanti film dell’epoca non si possono poi dimenticare ottimi western, in particolare “Il grande cielo” di Howard Hawks, “L’uomo senza paura” di King Vidor e soprattutto “Sfida all’O.K. Corral” di John Stuges, in cui interpreta il famoso pistolero e giocatore d’azzardo Doc Holliday. Molto noti anche due lungometraggi dov’è diretto da Richard Fleischer: l’avventura a sfondo storico “I vichinghi” e quella di fantascienza “Ventimila leghe sotto i mari”, film basato sul romanzo di Jules Verne.
Lavora anche in Italia dove nel 1954 interpreta “Ulisse” nel lavoro di Mario Camerini basato sull’Odissea di Omero. Poco dopo fonda una sua casa di produzione, la Bryna Productions, che sarà importante per la realizzazione di molti suoi film successivi. Compresi due capolavori diretti da Stanley Kubrick. Il primo è “Orizzonti di gloria”, in cui è un’ufficiale pacifista impegnato nella prima guerra mondiale, l’altro è quello che gli regala il ruolo forse più famoso di tutta la carriera: “Spartacus”, dove interpreta lo schiavo gladiatore che guida una rivolta contro Roma.
Negli anni successivi Kirk Douglas continua a lavorare in diversi film, tra i quali vanno ricordati almeno “Il compromesso” di Elia Kazan e “Uomini e cobra” di Joseph Mankiewicz. Nel 1996 ricevedall’Academy l’Oscar per una carriera indimenticabile, che si concluderà nei primi anni Duemila con la presenza nel film di Fred Schepisi “Vizio di famiglia”, dove recita con il figlio Michael e il nipote Cameron, prima dell’ultima apparizione nel lungometraggio “Illusion” diretto da Michael Goorjian.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Nel cinema Kirk Douglas lascia un’eredità di circa novanta film, con ruoli indimenticabili. Da gladiatore ribelle in “Spartacus” a personaggio mitologico in “Ulisse” sino a pistolero in “Sfida all’O.K. Corral” per citarne soltanto tre. Con il suo fisico da atleta, il volto scolpito e caratterizzato da un fossetta sul mento, un sorriso beffardo, è stato un interprete forte, energico che ha rappresentato una tipologia di attore (a lui si possono associare Robert Mitchum e Robert Lancaster) più sfaccettato e diverso rispetto ai modelli John Wayne, eroe senza macchia rude ma generoso, e James Stewart, personificazione al cinema dell’americano medio onesto e senza ambiguità.
Kirk Douglas nasce il 9 dicembre del 1916 negli Stati Uniti da immigrati ebrei bielorussi, con il nome di Issur Danielovitch, diventato poi Isidore Demsky prima di assumere l’identità che tutti conoscono. Come l’attore racconta bene nell’autobiografia “Il figlio del venditore di stracci” (in Italia uscita per Rizzoli) cresce in una famiglia povera. Ma l’America è la terra delle grandi opportunità e lui la coglie studiando grazie a borse di studio e vari lavori. Prima l’Università, laurea in Lettere, e poi l’Accademia di arte drammatica di New York, dove conosce anche Diana Dill che sarebbe diventata la prima moglie e madre dei suoi figli Michael e Joel (con la seconda, Anne Buydens, ancora in vita, è stato sposato per 65 anni). Dopo alcune esperienze teatrali e la parentesi della seconda guerra mondiale, dove presta servizio nella Marina degli Stati Uniti, esordisce al cinema nel 1946 con “Lo strano amore di Marta Ivers” diretto da Lewis Milestone dove interpreta un procuratore distrettuale. L’anno successivo, questa volta nei panni di un gangster, è presente in un altro noir considerato una pietra miliare del genere: “Le catene della colpa” di Jacques Tourneur.
In quel periodo, la fine degli anni Quaranta, lavora anche in alcune commedie. Non il genere più congeniale all’attore, che dà comunque un bel contributo a un film di grande livello come “Lettera a tre mogli” di Joseph Mankiewicz. Del 1949 è il suo primo grande successo anche di critica: diretto da Mark Robson, in “Il grande campione” interpreta un pugile testardo, brusco, egoista e viene nominato all’Oscar. Sono però gli anni Cinquanta il periodo d’oro di Kirk Douglas. Nel 1951 Billy Wilder lo sceglie come protagonista di “L’asso nella manica” per il ruolo di un giornalista cinico, senza scrupoli. Personaggio sgradevole è anche quello, nello stesso anno, del poliziotto spietato di “Pietà per i giusti” di William Wyler. Grandi soddisfazioni regala poi a Douglas in quegli anni la collaborazione con Vincente Minnelli: in “Il bruto e la bella” è uno spregiudicato produttore cinematografico, in “Brama di vivere” diventa Vincent Vang Gogh. In entrambi i casi è candidato all’Oscar (anche stavolta a vuoto) e per il ritratto del grande artista olandese vince il Golden Globe.
Tra i tanti film dell’epoca non si possono poi dimenticare ottimi western, in particolare “Il grande cielo” di Howard Hawks, “L’uomo senza paura” di King Vidor e soprattutto “Sfida all’O.K. Corral” di John Stuges, in cui interpreta il famoso pistolero e giocatore d’azzardo Doc Holliday. Molto noti anche due lungometraggi dov’è diretto da Richard Fleischer: l’avventura a sfondo storico “I vichinghi” e quella di fantascienza “Ventimila leghe sotto i mari”, film basato sul romanzo di Jules Verne.
Lavora anche in Italia dove nel 1954 interpreta “Ulisse” nel lavoro di Mario Camerini basato sull’Odissea di Omero. Poco dopo fonda una sua casa di produzione, la Bryna Productions, che sarà importante per la realizzazione di molti suoi film successivi. Compresi due capolavori diretti da Stanley Kubrick. Il primo è “Orizzonti di gloria”, in cui è un’ufficiale pacifista impegnato nella prima guerra mondiale, l’altro è quello che gli regala il ruolo forse più famoso di tutta la carriera: “Spartacus”, dove interpreta lo schiavo gladiatore che guida una rivolta contro Roma.
Negli anni successivi Kirk Douglas continua a lavorare in diversi film, tra i quali vanno ricordati almeno “Il compromesso” di Elia Kazan e “Uomini e cobra” di Joseph Mankiewicz. Nel 1996 ricevedall’Academy l’Oscar per una carriera indimenticabile, che si concluderà nei primi anni Duemila con la presenza nel film di Fred Schepisi “Vizio di famiglia”, dove recita con il figlio Michael e il nipote Cameron, prima dell’ultima apparizione nel lungometraggio “Illusion” diretto da Michael Goorjian.
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