«Nel nome di Peppino» Giovanni Impastato svela la lotta del fratello
di Fabio Canessa
Intervista con l’autore di “Oltre i cento passi”, oggi ad Alghero «Radio Aut anticipò i tempi». Il tour anche a Nuoro e Cagliari
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SASSARI. Maggio 1978. Cinisi, feudo del boss Tano Badalamenti. La voce di Peppino Impastato viene fatta tacere per sempre. Almeno così crede la mafia, che lo ha ucciso non sopportando più le sue coraggiose denunce attraverso Radio Aut. In realtà la sua voce non ha mai smesso di parlare, continua a farlo anche grazie all’instancabile impegno del fratello Giovanni, che gira l’Italia per portare dappertutto il messaggio di Peppino. Oggi sarà ad Alghero, alle 19 nella sala conferenze de Lo Quarter, per una delle anteprime della rassegna “Dall’altra parte del mare”, organizzata dall’associazione Itinerandia. Tappa di un tour nell’isola che proseguirà lunedì a Nuoro, allo Spazio Sintesi, e martedì a Cagliari, libreria Il Bastione. Occasione per presentare il libro “Oltre i cento passi” (Edizioni Piemme), scritto da Giovanni Impastato e accompagnato dalle illustrazioni di Vauro. «Ringrazio molto Vauro che ha creduto tantissimo in questo progetto e si è offerto spontaneamente, a titolo gratuito», dice l’autore.
Vent’anni fa, è uscito “I cento passi”. Quanto è stato importante il film di Marco Tullio Giordana come strumento di diffusione della storia di Peppino?
«Il film è stato determinante, ci ha aiutato tantissimo e dato la possibilità di far conoscere la storia di Peppino in tutto il mondo. Però chiaramente noi abbiamo cercato di impedire che il film rimanesse qualcosa in superficie, un impatto mediatico, e allora siamo andati oltre. Anche per questo nasce il libro. Non potevamo fermarci al film perché con tutto quello che è successo, l’evoluzione negli anni, era necessario raccontare alcuni episodi e fatti importanti. E soprattutto dovevamo e dobbiamo cercare di cercare di trasmettere alle nuove generazioni il messaggio di Peppino. Un messaggio non solo di impegno civile, di lotta, ma soprattutto educativo per i giovani».
Lei di giovani ne incontra tanti. Oggi ad Alghero è previsto un appuntamento con le scuole.
«I giovani sono il futuro del nostro Paese e hanno bisogno di messaggi importanti. E quello di Peppino credo sia importantissimo. Riguarda l’impegno sociale, politico, culturale, ecologico, la comunicazione. E poi c’è il suo coraggio a rompere non solo con la società, l’ambiente in cui ha vissuto, ma anche con una famiglia legata alla mafia».
Suo fratello credeva molto nell’aspetto culturale come lotta alla mafia.
«La mafia non è solo un problema repressivo, di ordine pubblico, ma soprattutto un problema sociale e culturale che va affrontato studiando, conoscendo il fenomeno e svolgendo attività culturale legata all’impegno antimafia».
Quanto è ancora attuale, quindi, il messaggio di Peppino?
«Le battaglie che portava avanti sono di grande attualità sia nei metodi sia nei contenuti. E in tante cose ha anticipato i tempi. Greta Thunberg fa le cose che faceva lui cinquant’anni fa».
Ma secondo lei, come valuterebbe Peppino la situazione politica di oggi in Italia?
«Sicuramente in modo negativo. Peppino amava molto la politica nel senso più alto del termine, la politica basata sulle idee e non quella personalizzata. Oggi non si fa altro che diffondere la cultura dell’antipolitica e assistiamo a una volgare propaganda, una campagna elettorale continua».
Una figura importante è stata anche vostra madre, una donna coraggiosa.
«Moglie di un mafioso e nello stesso madre di un militante contro la mafia. Si è trovata in una situazione difficile, davvero complessa. E lei ha avuto il coraggio di dire la sua, di impegnarsi, di sostenere il figlio, di essere solidale con lui e con il tempo anche complice. Pur con molta apprensione, paura e l’invito a essere cauto, mia madre condivideva le scelte di Peppino. Dopo la sua morte, poi, ha fatto delle scelte importanti ed è diventata determinante nella ricerca della verità sull’omicidio di mio fratello».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Vent’anni fa, è uscito “I cento passi”. Quanto è stato importante il film di Marco Tullio Giordana come strumento di diffusione della storia di Peppino?
«Il film è stato determinante, ci ha aiutato tantissimo e dato la possibilità di far conoscere la storia di Peppino in tutto il mondo. Però chiaramente noi abbiamo cercato di impedire che il film rimanesse qualcosa in superficie, un impatto mediatico, e allora siamo andati oltre. Anche per questo nasce il libro. Non potevamo fermarci al film perché con tutto quello che è successo, l’evoluzione negli anni, era necessario raccontare alcuni episodi e fatti importanti. E soprattutto dovevamo e dobbiamo cercare di cercare di trasmettere alle nuove generazioni il messaggio di Peppino. Un messaggio non solo di impegno civile, di lotta, ma soprattutto educativo per i giovani».
Lei di giovani ne incontra tanti. Oggi ad Alghero è previsto un appuntamento con le scuole.
«I giovani sono il futuro del nostro Paese e hanno bisogno di messaggi importanti. E quello di Peppino credo sia importantissimo. Riguarda l’impegno sociale, politico, culturale, ecologico, la comunicazione. E poi c’è il suo coraggio a rompere non solo con la società, l’ambiente in cui ha vissuto, ma anche con una famiglia legata alla mafia».
Suo fratello credeva molto nell’aspetto culturale come lotta alla mafia.
«La mafia non è solo un problema repressivo, di ordine pubblico, ma soprattutto un problema sociale e culturale che va affrontato studiando, conoscendo il fenomeno e svolgendo attività culturale legata all’impegno antimafia».
Quanto è ancora attuale, quindi, il messaggio di Peppino?
«Le battaglie che portava avanti sono di grande attualità sia nei metodi sia nei contenuti. E in tante cose ha anticipato i tempi. Greta Thunberg fa le cose che faceva lui cinquant’anni fa».
Ma secondo lei, come valuterebbe Peppino la situazione politica di oggi in Italia?
«Sicuramente in modo negativo. Peppino amava molto la politica nel senso più alto del termine, la politica basata sulle idee e non quella personalizzata. Oggi non si fa altro che diffondere la cultura dell’antipolitica e assistiamo a una volgare propaganda, una campagna elettorale continua».
Una figura importante è stata anche vostra madre, una donna coraggiosa.
«Moglie di un mafioso e nello stesso madre di un militante contro la mafia. Si è trovata in una situazione difficile, davvero complessa. E lei ha avuto il coraggio di dire la sua, di impegnarsi, di sostenere il figlio, di essere solidale con lui e con il tempo anche complice. Pur con molta apprensione, paura e l’invito a essere cauto, mia madre condivideva le scelte di Peppino. Dopo la sua morte, poi, ha fatto delle scelte importanti ed è diventata determinante nella ricerca della verità sull’omicidio di mio fratello».
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