Trionfa “Parasite” A Bong Joon-ho quattro statuette
di Fabio Canessa
Il regista sudcoreano nella storia degli Awards Phoenix e Zellweger consacrati migliori attori
3 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. In Occidente aveva girato i due precedenti film, “Snowpiercer” e il netflixiano “Okja” (non memorabili). L’America l’ha conquistata tornando a lavorare in patria, confezionando un film di altissimo livello come quelli della prima parte della sua carriera in Corea del Sud. Bong Joon-ho è il trionfatore assoluto degli Oscar, con “Parasite” ha riscritto la storia degli Academy Awards arrivati alla 92esima edizione. Quattro statuette. Una scontata, quella come miglior film internazionale. Le altre, pesantissime, sorprendenti. Sceneggiatura originale, regia e il riconoscimento più importante: quello di miglior film in assoluto, per la prima volta andato a un lungometraggio non in lingua inglese. Vero, qualche anno fa aveva vinto il francese “The Artist” ma era muto e – non da sottovalutare – ambientato a Hollywood. “Parasite” invece è coreano in tutto e per tutto (se vogliamo un pizzico anche italiano con la curiosa scelta di inserire nel film il brano “In ginocchio da te” di Gianni Morandi). La storia di una famiglia povera che vive in uno squallido seminterrato fino a quando non escogita un piano per sistemarsi lavorando per una ricchissima famiglia. Parabola della lotta di classe che si muove tra i generi, passando dalla commedia al dramma sino al thriller con venature splatter.
Già vincitore della Palma d’Oro (l’abbinata con l’Oscar ha come unico precedente quello di “Marty, vita di un timido” a metà degli anni Cinquanta) “Parasite” riappacifica con l’Academy anche la critica. Basta pensare che il film coreano si è trovato sul podio della classifica dei migliori lungometraggi del 2019 nelle tre principali riviste internazionale di settore. Al primo posto per l’americana Film Comment e al secondo sia nella francese Cahiers du cinéma sia in nella britannica Sight & Sound. Insomma un Oscar che riconosce per davvero i valori della stagione cinematografia e segna l’apertura di Hollywood a un cinema diverso, ad altre culture. I buoni film non hanno confini e quella della lingua è solo una barriera di pregiudizi (esistono i sottotitoli che, come detto proprio da Bong Joon-ho poche settimane fa ai Golden Globes, possono introdurre gli spettatori a un mondo incredibile di film).
Ma se “Parasite” è il grande vincitore della notte degli Oscar, chi sono gli sconfitti? Anche se porta a casa tre statuette non esce bene “1917” dato per favorito alla vigilia per via dei molti riconoscimenti della stagione che di solito anticipano il verdetto dell’Academy. Il film diretto da Sam Mendes, affresco sulla Prima guerra mondiale costruito come un unico (finto) piano sequenza, si deve accontentare della statuetta per la fotografia e di due premi tecnici, per il montaggio sonoro e gli effetti visivi. Con lo stesso numero di candidature, dieci, si presentava “The Irishman” alla fine totalmente snobbato. Risultato che era nell’aria. Mai troppo fortunato agli Oscar, Martin Scorsese si porta a casa soltanto le belle parole di Bong nei suoi confronti per un omaggio sentito a un maestro che ha ispirato lui e tanti altri registi. Come Todd Phillips che lo ha apertamente citato in “Joker”, il film che si presentava alla notte delle stelle con il maggior numero di nomination. Su undici candidature, due premi: quello per la miglior colonna sonora e quello scontato, quanto meritato, a Joaquin Phoenix come miglior attore. Una prova straordinaria la sua, vero perno del film che aveva conquistato il Leone d’Oro a Venezia. Questa edizione degli Oscar lascia parzialmente l’amaro in bocca anche ai fan di Quentin Tarantino. Il suo “C’era una volta a… Hollywood” non va oltre a due riconoscimenti telefonati: per la scenografia e per il miglior attore non protagonista a Brad Pitt.
Senza sorprese anche le categorie delle attrici. Come protagonista tutti puntavano su Renée Zellweger, per la mimetica interpretazione della diva Garland in “Judy”, è così è andata. Come non protagonista favorita e vittoriosa Laura Dern, per il contributo in “Storia di un matrimonio”. Nell’ottica della divisione dei premi, non sorprendono nemmeno quello per la sceneggiatura non originale a “Jojo Rabbit”, per i costumi a “Piccole donne” e il doppio riconoscimento, montaggio e sonoro, a “Le Mans '66 - La grande sfida”.
Già vincitore della Palma d’Oro (l’abbinata con l’Oscar ha come unico precedente quello di “Marty, vita di un timido” a metà degli anni Cinquanta) “Parasite” riappacifica con l’Academy anche la critica. Basta pensare che il film coreano si è trovato sul podio della classifica dei migliori lungometraggi del 2019 nelle tre principali riviste internazionale di settore. Al primo posto per l’americana Film Comment e al secondo sia nella francese Cahiers du cinéma sia in nella britannica Sight & Sound. Insomma un Oscar che riconosce per davvero i valori della stagione cinematografia e segna l’apertura di Hollywood a un cinema diverso, ad altre culture. I buoni film non hanno confini e quella della lingua è solo una barriera di pregiudizi (esistono i sottotitoli che, come detto proprio da Bong Joon-ho poche settimane fa ai Golden Globes, possono introdurre gli spettatori a un mondo incredibile di film).
Ma se “Parasite” è il grande vincitore della notte degli Oscar, chi sono gli sconfitti? Anche se porta a casa tre statuette non esce bene “1917” dato per favorito alla vigilia per via dei molti riconoscimenti della stagione che di solito anticipano il verdetto dell’Academy. Il film diretto da Sam Mendes, affresco sulla Prima guerra mondiale costruito come un unico (finto) piano sequenza, si deve accontentare della statuetta per la fotografia e di due premi tecnici, per il montaggio sonoro e gli effetti visivi. Con lo stesso numero di candidature, dieci, si presentava “The Irishman” alla fine totalmente snobbato. Risultato che era nell’aria. Mai troppo fortunato agli Oscar, Martin Scorsese si porta a casa soltanto le belle parole di Bong nei suoi confronti per un omaggio sentito a un maestro che ha ispirato lui e tanti altri registi. Come Todd Phillips che lo ha apertamente citato in “Joker”, il film che si presentava alla notte delle stelle con il maggior numero di nomination. Su undici candidature, due premi: quello per la miglior colonna sonora e quello scontato, quanto meritato, a Joaquin Phoenix come miglior attore. Una prova straordinaria la sua, vero perno del film che aveva conquistato il Leone d’Oro a Venezia. Questa edizione degli Oscar lascia parzialmente l’amaro in bocca anche ai fan di Quentin Tarantino. Il suo “C’era una volta a… Hollywood” non va oltre a due riconoscimenti telefonati: per la scenografia e per il miglior attore non protagonista a Brad Pitt.
Senza sorprese anche le categorie delle attrici. Come protagonista tutti puntavano su Renée Zellweger, per la mimetica interpretazione della diva Garland in “Judy”, è così è andata. Come non protagonista favorita e vittoriosa Laura Dern, per il contributo in “Storia di un matrimonio”. Nell’ottica della divisione dei premi, non sorprendono nemmeno quello per la sceneggiatura non originale a “Jojo Rabbit”, per i costumi a “Piccole donne” e il doppio riconoscimento, montaggio e sonoro, a “Le Mans '66 - La grande sfida”.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
