«Con le emozioni del cinema racconto la storia dell’Italia»

Marco Tullio Giordana oggi a Cagliari insieme con il giornalista Lirio Abbate

Letteratura e cinema. Un rapporto stretto, complesso, imprescindibile che l’associazione Tina Modotti ha deciso di esplorare invitando a Cagliari il regista Marco Tullio Giordana per tre diversi appuntamenti. Oggi con il giornalista Lirio Abbate presenterà, alle 18 alla Fondazione di Sardegna in via Horta, “Il rosso & il nero” (Solferino Libri). Un romanzo, scritto a quattro mani, che attraverso le vicende di due giovani di opposta convinzione politica propone un affresco della storia italiana recente. Venerdì mattina, al Cinema Odissea, il regista milanese presenterà poi per le scuole il suo film “Quando sei nato non puoi più nasconderti” che affronta il tema dei migranti e di sera, alle 18 al foyer del Teatro Massimo, terrà una masterclass durante la quale ripercorrerà la sua carriera. «Sono sempre molto contento di tornare in Sardegna» sottolinea Marco Tullio Giordana.

Come nasce la collaborazione con il giornalista Lirio Abbate per il romanzo “Il rosso & il nero” recentemente pubblicato?

«Nasce dal fatto che siamo legati da una vecchia amicizia. Le sue indagini, specificamente sulla criminalità organizzata, mi hanno sempre interessato e ci siamo incontrati inizialmente con l’idea di raccontare in un film vent’anni di storia italiana. Quelli che vanno più o meno dalla fine degli anni Settanta al Duemila, un momento cruciale dove c’è anche il passaggio tra la prima e la seconda Repubblica. Partendo dalla conoscenza dei fenomeni e delle loro diramazioni, volevamo però fare un’opera di fantasia. Per non restare obbligati ai vincoli delle indagini, delle sentenze, della verità giudiziaria, ma a quelli della verosimiglianza artistica».

Alla fine al posto del film avete, però, scritto un libro. Come mai?

«Il materiale era così ricco che abbiamo finito per trasformarlo in un romanzo. Non è escluso che in futuro ne venga fatto un film».

Sarebbe l’ennesimo della sua carriera in cui racconta pezzi della storia italiana.

«La storia è stata importante per me sin da ragazzino e quando ho iniziato a fare film è stato naturale dar conto di questo, non trascurare lo sfondo storico nel racconto cinematografico».

Perché quest’attenzione specifica nei confronti della storia contemporanea?

«È quella a cui non arrivano mai i programmi scolastici. Si rischia di non conoscere avvenimenti così importanti e decisivi per la nostra vita di comunità e di non trasmetterne memoria. Il cinema per fortuna ha questa grande capacità di evocazione e di supplenza in un certo senso. Le emozioni che ci danno i film possono essere più incisive di quelle trasmesse dalla lettura e dallo studio».

Per questo diversi suoi film vengono spesso proiettati nelle scuole. Penso soprattutto a “I cento passi”. Come ricorda quel film che ha contribuito a far conoscere la storia di Peppino Impastato?

«Come un’esperienza bellissima. Conoscevo la Sicilia soltanto da visitatore, incantato dalle bellezze naturali e dalla sua storia, e grazie al film ho imparato a conoscerla più a fondo. Arrivando lì prima di girare e poi durante le riprese nei luoghi reali, a Cinisi. È stato un lavoro molto importante che ricordo con tenerezza anche per la figura straordinaria al quale era ispirato».

In questa occasione per gli studenti sarà proiettato un altro suo film: “Quando sei nato non puoi più nasconderti”, ispirato all’omonimo romanzo di Maria Pace Ottieri.

«Un film del 2005, anticipatorio, che parlava di immigrazione, accoglienza e rifiuto. Non ebbe fortuna allora, forse perché precoce, ma è uno di quelli che amo di più tra i film che ho fatto. Fu anche avventuroso girarlo, ricordo bene le difficoltà per le riprese in mare con i cambiamenti del tempo».

Non era la prima volta che adattava un libro per lo schermo. Anni prima aveva girato “Notti e nebbie” da un romanzo di Carlo Castellaneta.

«Nel 1983. Era la prima volta che lavoravo anche per la televisione. Una storia ambientata a Milano, nell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale».

Come progetto televisivo nasce anche il suo capolavoro “La meglio gioventù”. In che modo vede il rapporto tra cinema e tv?

«Per me non c’è differenza. Quando ho iniziato in tv tutti mi chiedevano tanti primi piani perché era consuetudine per il piccolo schermo, ma per me il rapporto tra paesaggi, campi lunghi, primi piani è sempre stato lo stesso sia per il cinema sia per la televisione. Oggi, poi, c’è un grande sviluppo delle serie. Lo vedo in maniera positiva, soprattutto grazie all’ingresso delle nuove piattaforme che spingono verso una direzione più spregiudicata e interessante rispetto all’idea di classico prodotto per famiglie».

Tornando al cinema, il suo debutto è legato a Flavio Bucci protagonista di “Maledetti vi amerò” che vinse anche il Pardo d’Oro al festival Locarno. Che ricordo conserva dell’attore scomparso due giorni fa?

«Gli devo tanto. Non soltanto se lui non avesse accettato di interpretarlo non sarei riuscito a fare il film, ma un certo punto mise anche dei soldi con la società di produzione che aveva con Michele Placido e Stefano Satta Flores. Coprodussero il film. È stato per me un fratello maggiore, un uomo pieno di talento, apparentemente dal carattere difficile, ma in realtà una persona dolce e affettuosa. Ci eravamo persi di vista per molto tempo, la vita ci allontana, ma sono contento di averlo rivisto un paio di anni fa. In quella occasione ho potuto dirgli quanto fossi riconoscente per quello che mi aveva dato. Forse non sarei diventato un regista se non l’avessi incontrato».

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