La Nuova Sardegna

Daria Galateria: «La mia cara amica Muriel»

di Alessandro Marongiu
Daria Galateria: «La mia cara amica Muriel»

Domani ad Alghero la presentazione del libro “Per donna sola” della Drazien, celebre psicanalista che amava la Sardegna

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ALGHERO. Domani, presso la Biblioteca comunale di Alghero, in occasione di una delle anteprime del festival “Dall’altra parte del mare” si terrà un incontro dedicato a “Per donna sola” di Muriel Drazien. Presenteranno il libro Daria Galateria e una delle due curatrici del volume, Daniela Turi (la seconda curatrice è Cristiana Fanelli). Interverranno Liliana Lorettu, Speranza Piredda e Salvatore Malizia. Le letture saranno affidate a Franca Masu. L’inizio è fissato per le 18.

Così Daria Galateria, docente di Lingua e letteratura francese alla Sapienza di Roma, saggista, traduttrice, conduttrice di programmi culturali per RadioRai e collaboratrice de La Repubblica e del suo settimanale Il Venerdì, ricorda Muriel Drazien: «È stata veramente una cara, carissima amica. Era nata a New York, e dopo gli studi negli Stati Uniti era venuta con una borsa Fulbright in Europa, a Strasburgo, per concentrarsi su Gide e Dostoevskij. Qui, annoiandosi presto, passò a seguire il corso di Psicopatologia di Lucien Israël nella locale clinica psichiatrica, e finì per laurearsi in Psicologia. A Parigi, poi, diventò allieva di Jacques Lacan». Un magistero decisivo, questo, per la Drazien, che giunta a Roma a metà degli anni Settanta avrà un ruolo centrale nell’introduzione dell’insegnamento lacaniano nella cultura psicanalitica del nostro Paese. Continua la Galateria, con una nota più personale: «Muriel cominciò a lavorare in Italia ma stava di frequente ad Alghero, avendo sposato un noto algherese, Pasquale Chessa. Con la Sardegna era entrata molto in consonanza, aveva un grande amore per l’isola e la sua cultura, per i modi dei sardi, e questo amore l’aveva comunicato a tutti noi che eravamo suoi amici».

“Per donna sola”, pubblicato postumo da Castelvecchi nel 2019, è una ricognizione su “Gli enigmi del femminile” (questo il sottotitolo), le cui protagoniste – tra di esse Marylin Monroe, Edda Ciano Mussolini, Anna Freud, l’assassina Rita Fort, nota come “la belva di San Gregorio”, i soggetti dei quadri di Edward Hopper – hanno dovuto affrontare ognuna un diverso aspetto della solitudine che ne ha caratterizzato le vicende individuali. Una questione ulteriore, e non meno importante, è relativa alla difficoltà di superare traumi fisici e psicologici: «Spesso ci stupiamo del silenzio che avvolge questi fatti. Sembra difficile parlare dell’accaduto, denunciare i colpevoli, una reticenza che non smette di sorprendere», scrive l’autrice, che individua l’origine di questa reticenza, di questo silenzio, «nel muro stesso del linguaggio che è insufficiente a tradurre la verità del disagio causato dalla sofferenza». E poiché la Drazien cita nelle sue pagine anche delle figure letterarie, ovvero Emma Bovary e Anna Karenina, chiediamo a Daria Galateria se la letteratura può dar voce a chi, essendo inadeguato il linguaggio, voce non ha: «Flaubert, per esempio, possedeva una grande competenza nel parlare delle sensazioni femminili più intime dopo l’amore. È una specie di divinazione che alcuni scrittori hanno: Stendhal era un altro. Il fatto è che per le donne è problematico rinvenire parole concepibili in un mondo dominato per tanto tempo dall’altra metà del cielo. La bellezza del libro di Muriel è che è riuscita a trovare delle donne che invece hanno parlato. Anche al vuoto, eventualmente: è il caso della Monroe, che proprio prima di morire registrava per il suo psicanalista quello che non era mai riuscita a dire liberamente durante le sedute».

Se, come detto in precedenza, l’asse Francia-Italia, e in particolare Parigi-Italia, è stato fondamentale per la vita e la carriera di Muriel Drazien, grande rilevanza ha avuto anche per la Galateria, che nel 2002 ha dato alle stampe “Entre nous”, libro che ricostruiva gli spostamenti materiali e intellettuali di tanti dei maggiori scrittori italiani del Novecento verso la Ville Lumière. Questo legame stretto e fecondo esiste ancora oggi? «La civiltà francese è stata splendida per tutto il Novecento: adesso forse si è lievemente appannata, ma giusto di recente, per stare al mio campo, che è la letteratura, stanno venendo fuori dei nomi di rilievo. Anche la nostra civiltà è spettacolare, e dall’incontro tra le due non può che venire del bene. È vero che ci sono delle frizioni, ma è perché siamo troppo simili, troppo vicini, e ci vogliamo troppo bene. Come tra fratelli».

Non resta allora che farci consigliare, da un’esperta di prim’ordine come lei, qualche autore transalpino contemporaneo da non perdere: «Maylis de Kerangal, con il suo “Riparare i viventi”, e David Lopez, del quale è da poco uscito per Sellerio “Il feudo”».

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