La Nuova Sardegna

Nonostante il virus il Colibrì non volerebbe via

di GIACOMO MAMELI
Nonostante il virus il Colibrì non volerebbe via

Parla uno degli scrittori più amati dai lettori Vita, letteratura e gli autori sardi preferiti

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Non c’è neanche la minima idea di caos nello studio di Sandro Veronesi, lo scrittore recordman di consensi e tirature col suo “Colibrì” (pagine 366, La nave di Teseo, euro 20). Quest’opera – che segna il salto in alto della letteratura italiana contemporanea – si è aggiudicata il Nobel de “la Lettura” del Corriere della Sera, scelta a gran voce da 317 giurati tra addetti ai lavori, giornalisti, critici, scrittori e collaboratori del supplemento diretto da Antonio Troiano (segretario Severino Colombo, presidente della giuria Marzio Breda).

TRA FIGLI E ANIMALI.

La stanza è piena di luce e di libri, sono più di ventimila, ordinatissimi su scaffali, sedie e panche, anche dietro lo stipite della porta. Ma qui c’è il senso dell’ordine. Caos? No. Metodo? Sì. E pure tanto, ma soprattutto calmo. Veronesi è appena rientrato con una macchina bianca che parcheggia nel cortile di casa sull’Aurelia Antica, il cupolone grigio di San Pietro a un centinaio di metri. Ha riportato da scuola i figli Nina di dieci anni e Zeno di sette, accarezza la cagnetta Lea dicendo «è la nostra beagle, anzi Snoopy, si chiama come mia nonna paterna che ha vissuto cento anni. In giardino è una furia, scava buche». Racconta volentieri dei suoi animali: «Ho avuto due gatti, entrambi bianchi e neri, li ho chiamati Cinesinho e Leoncin». In un suo libro del 2018, sempre per La nave di Teseo, “Cani d’estate” aveva scritto: «Abbaio contro il razzismo, davanti a certi atteggiamenti occorre abbaiare, urlare, parlare sottovoce non basta più, guai all’indifferenza». Ha avuto un cane di nome Dylan, un bastardo di Fox Terrier. Con quel libro vince nel 2006 il Premio Strega e nel 2008 il Prix Fèmina e il Prix Méditerranée.

MITO CONTEMPORANEO.

È diventato uno scrittore contemporaneo da mito, il più corteggiato per festival letterari. Lo scorso 23 novembre, mentre si trovava a Nuoro ospite del Man, una professionista divoratrice di libri, di nome Monica, aveva commentato: «Dopo aver letto Colibrì mi è venuta la voglia di stare seduta in adorazione della bellezza della scrittura di Veronesi, di leggere e rileggere, aspettando che fiorisca la camelia sulla quale il Colibrì si è posato». Una giovane universitaria di Fonni, Paola, che sta per laurearsi con una magistrale in Lettere a Urbino, quella stessa sera nel capoluogo barbaricino aveva aggiunto: “Colibrì è qualcosa di delicato e totalizzante come la maledizione della vita”. Il 26 novembre, dopo la presentazione del libro a Sassari, un architetto come Veronesi, aveva detto: «Siamo alla narrazione più innovativa dei grandi temi dell’uomo, vita-morte, diritti-doveri, amore-odio, ottimismo-pessimismo». A “Colibrì” si resta incollati più di quanto avveniva con “Caos calmo”. Perché ci si imbatte in protagonisti da grande letteratura russa, epopea manzoniana e Proust. Trovate uomini fragilissimi che vivono con psichiatri e psicologi, l’autore vi fa dire che «anche nella situazione più disastrosa i desideri e i piaceri sopravvivono». Parlando di bambini certifica che «percepiscono più quello che viene taciuto di quello che viene detto». E traccia l’anamnesi attorno «alla fragilità dell’emergenza». Quanto tratteggia Mira-jin, personaggio di prima grandezza, sembra addentrarsi nell’infinito, in lei «c’è l’uomo nuovo, l’uomo del futuro».

LA 600 DELLA MAESTRA.

Del passato ricorda gli insegnanti: «A Prato, alle elementari, avevo maestra Santina Breschi, mi portava a scuola sulla sua Seicento bianca con altri tre compagni, passava a comprare il pane e il profumo restava per ore. Eravamo 32 alunni. Ottimo ricordo del liceo scientifico: ci faceva Lettere Giovanni Goretti, fioccavano votacci ma è stato un maestro, ci ha introdotto ai classici russi, Gogol con l’ebreo Taras Bulba, poi I fratelli Karamazov di Dostoevskij».

Racconto preferito? Assegna un ex-aequo tra “Cattedrale” di Raymond Carver e “Giù al gorgo” di Beppe Fenoglio. Un suo personaggio-mito, Marco Carrera, prende inquietudine e curiosità dalla madre e pazienza e sopportazione dal padre, figlio ping-pong fra genitori. «Carrera cerca semplicemente di conservare lo status quo, se si sbilancia verso gli atteggiamenti materni diventa incompatibile con quelli del padre. Ma ha una gran forza perché, nonostante le evidenti contrapposizioni, Marco cerca di unire i genitori in sé, diventa cor unum, idealtipo dei giovani insicuri di oggi». Lei parla dell’Innominabile, Alessandro Manzoni dell’Innominato. «Non so se il mio Innominabile abbia quella origine lombarda. Da ragazzo, a Prato, c’era un Innominabile, poi ho letto Herry Potter e ci ho visto un personaggio che, per mille ragioni e scongiuri, non può essere proprio citato. Credo ce ne sia uno in ogni angolo del mondo. Forse risale tutto alla stregoneria anglosassone».

LUSSU, GRAMSCI E MURGIA.

I suoi scrittori sardi preferiti. «Naturalmente Antonio Gramsci e, con lui, Emilio Lussu. Politicamente non sono strutturato, per me Gramsci resta ed è uno scrittore. Quando ho visto la casa di Ghilarza, con la pietra lavica rossastra descritta da Giuseppe Fiori, ho avuto un colpo al cuore. Ho immaginato un pensatore rinchiuso in una cella. È uno dei Grandi del Novecento mondiale. Il Lussu politico? Poco so del Partito sardo d’azione, lo vedo più nella foresta di Boscumannu a caccia di cinghiali, ma il suo libro “Un anno sull’altipiano” è semplicemente un capolavoro, fa capire l’inutilità e la barbarie delle guerre». E gli scrittori contemporanei? «Apprezzo molto Michela Murgia, io e lei alla guerra contro tutti. Queste sette parole compariranno nella sceneggiatura sul Comandante sommergibilista Salvatore Todaro, la sto scrivendo con Edoardo de Angelis». Prossime presentazioni di Colibrì? «In molte città italiane. A giorni, coronavirus permettendo, devo andare in Olanda dove è stato tradotto». In questo libro parla di “mascherine”, il riferimento è a quelle che troverà in aereo per le emergenze, del coronavirus nulla si poteva sospettare. Il suo colibrì dove volerebbe per sottrarsi al virus urbi et orbi 2020? «Il colibrì, come da fiaba africana, resterebbe qui a fare la sua piccolissima, inutile parte».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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