Antonio Ballero multiforme cantore dell’Atene sarda
Venerdì 6 con il giornale la sesta monografia della collana. Fu protagonista di una fertile stagione culturale
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SASSARI. Venerdì 6 arriva in edicola con la Nuova (a 7,60 euro oltre il prezzo del quotidiano) il sesto volume della collana “Maestri dell’arte sarda”, dedicato a Antonio Ballero e curato da Maria Grazia Scano Naitza.
Antonio Ballero nasce a Nuoro nel 1864 e muore a Sassari nel 1932. Fu una personalità dalla creatività multiforme: pittore, fotografo e romanziere. Un esponente perfetto di quella “Atene dei sardi”, la temperie culturale fiorita a Nuoro alla fine dell’Ottocento e nel primo quarto del Novecento. Una vivacità di idee nata in un territorio isolato dal resto dell’isola e, ancora di più, dal Continente e dall’Europa che però vide nascere talenti come l’avvocato e poeta Sebastiano Satta, la scrittrice Grazia Deledda (futuro Nobel per la letteratura), lo scultore Francesco Ciusa (vincitore nel 1907 della Biennale di Venezia) e il pittore Giacinto Satta. Figure che furono molto vicine ad Antonio Ballero, che con loro condivise l’amicizia, la ricerca culturale e l’apertura verso nuove esperienze che partiva dall’amore profondo per le radici barbaricine.
La sua pittura fu fortemente influenzata dal divisionismo di Pellizza da Volpedo e dalla lezione dei costumbristas, artisti spagnoli che viaggiarono per l’isola alla ricerca di tradizioni e costumi incontaminati e che avevano fatto del paese di Atzara la loro base. Ballero divenne loro amico e li ospitò in diverse occasioni. La sua ricerca non si chiuse nel piccolo mondo sardo, viaggiò a Torino per l’Esposizione universale del 1902, visitò la Biennale di Venezia, dove nacque l’amicizia con Pellizza da Volpedo. La sua opera fu esposta in diverse mostre a Cagliari, Sassari, Genova, Firenze, Torino, Napoli e Milano.
Antonio Ballero dipinse il popolo della Barbagia: donne, pastori e contadini, se oggi la sua pittura può apparire folclorica è perché spesso si dimentica che, quello che ritraeva, era un universo ancora vivo e presente davanti ai suoi occhi. Da grande appassionato di fotografia Ballero fermò immagini di quel mondo arcaico come studio per la sua pittura ma anche per documentare una cultura che andava spegnendosi. Il pittore nuorese lavorò intensamente anche sul paesaggio, studiando in maniera originale le mutazioni della luce, con uno spirito e una tecnica vicina al post-impressionismo. Fu un acquerellista e disegnatore di talento, particolarmente affascinanti sono i suoi “ghirigori” realizzati a penna con una fitta trama di segni, una ragnatela che formava la figura e che finiva in un filo con un piccolo ragno appeso: la sua firma.
Molti lavori di Ballero furono pubblicati in diverse riviste italiane, da Vittorio Alinari, nel suo volume di viaggio “Sardegna” e dal linguista Wagner per il suo libro sulla lingua sarda. I romanzi di Ballero sono “Don Zua” e “Le vergini bionde”, dati alle stampe a Sassari nel 1894. (red.cu.)
Antonio Ballero nasce a Nuoro nel 1864 e muore a Sassari nel 1932. Fu una personalità dalla creatività multiforme: pittore, fotografo e romanziere. Un esponente perfetto di quella “Atene dei sardi”, la temperie culturale fiorita a Nuoro alla fine dell’Ottocento e nel primo quarto del Novecento. Una vivacità di idee nata in un territorio isolato dal resto dell’isola e, ancora di più, dal Continente e dall’Europa che però vide nascere talenti come l’avvocato e poeta Sebastiano Satta, la scrittrice Grazia Deledda (futuro Nobel per la letteratura), lo scultore Francesco Ciusa (vincitore nel 1907 della Biennale di Venezia) e il pittore Giacinto Satta. Figure che furono molto vicine ad Antonio Ballero, che con loro condivise l’amicizia, la ricerca culturale e l’apertura verso nuove esperienze che partiva dall’amore profondo per le radici barbaricine.
La sua pittura fu fortemente influenzata dal divisionismo di Pellizza da Volpedo e dalla lezione dei costumbristas, artisti spagnoli che viaggiarono per l’isola alla ricerca di tradizioni e costumi incontaminati e che avevano fatto del paese di Atzara la loro base. Ballero divenne loro amico e li ospitò in diverse occasioni. La sua ricerca non si chiuse nel piccolo mondo sardo, viaggiò a Torino per l’Esposizione universale del 1902, visitò la Biennale di Venezia, dove nacque l’amicizia con Pellizza da Volpedo. La sua opera fu esposta in diverse mostre a Cagliari, Sassari, Genova, Firenze, Torino, Napoli e Milano.
Antonio Ballero dipinse il popolo della Barbagia: donne, pastori e contadini, se oggi la sua pittura può apparire folclorica è perché spesso si dimentica che, quello che ritraeva, era un universo ancora vivo e presente davanti ai suoi occhi. Da grande appassionato di fotografia Ballero fermò immagini di quel mondo arcaico come studio per la sua pittura ma anche per documentare una cultura che andava spegnendosi. Il pittore nuorese lavorò intensamente anche sul paesaggio, studiando in maniera originale le mutazioni della luce, con uno spirito e una tecnica vicina al post-impressionismo. Fu un acquerellista e disegnatore di talento, particolarmente affascinanti sono i suoi “ghirigori” realizzati a penna con una fitta trama di segni, una ragnatela che formava la figura e che finiva in un filo con un piccolo ragno appeso: la sua firma.
Molti lavori di Ballero furono pubblicati in diverse riviste italiane, da Vittorio Alinari, nel suo volume di viaggio “Sardegna” e dal linguista Wagner per il suo libro sulla lingua sarda. I romanzi di Ballero sono “Don Zua” e “Le vergini bionde”, dati alle stampe a Sassari nel 1894. (red.cu.)
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