Antonio Ballero: occhi sul mondo in cambiamento
Col giornale il libro sul pittore nuorese. Nella sua opera lo specchio di un’epoca
Quando nacque Antonio Ballero, Nùoro era una polveriera. I vicoli di Santu Predu e Sèuna odoravano ancora di ribellione e di animali da fatica. L’eco dei Moti de Su Connotu, che vide il popolo mettere a ferro e fuoco la città, distruggere documenti e bruciare interamente il Comune, era forte nelle liriche dei poeti, nei discorsi di servi, padroni e militari. I monti pullulavano di banditi, che a volte erano pure brave persone. La Sardegna era controllata dai funzionari del Regno, che raramente erano brave persone. I buoni, che non dubito ci fossero, li tenevano per loro.
DA PAESE A CITTÀ. Nùoro aveva una grande chiesa sproporzionata e un enorme carcere circolare e pauroso. Questa sembrava la formula giusta per trasformare un paesone in una città. I moti de Su Connotu giunsero come un fulmine a ciel sereno, propagandosi per tutto il centro della Sardegna, le lotte tra preti e massoni, proprietari terrieri e braccianti, ricchi e poveri accesero la miccia e l’esplosione avvenne. Il paese diventava Città, nel suo animo, in virtù di una scelta.
Si dice che Ballero sia il primo grande paesaggista sardo. Io non sono certo che dovremmo parlare di paesaggio, per quanto tecnicamente il termine sia corretto. Come nella poetica di Deledda il mondo circostante, naturale o costruito dall’uomo, è soggetto. Non è sfondo a ciò che avviene, ne è parte integrante in quanto è metro per la descrizione del tutto. Questo vale ancora di più quando è tradotto in immagini, quando le atmosfere sono elemento narrativo. Quei salti, le valli e i pascoli, erano stati riconquistati dalle genti dopo secoli di servaggio feudale, per quanto ancora in gran parte in mano ai printzipales.
GREGGI E TRAMONTI. L’elemento magico nelle opere degli artisti sardi è sempre latente ma tangibile. L’uomo è parte esso stesso del suolo che calpesta mentre porta il gregge al crepuscolo, i rossi accesi del cielo lo sovrastano ma, allo stesso tempo, sono parte di lui. Del suo nero imperfetto. Così gli sfondi quasi bizantini dei suoi ritratti ad ambientazione domestica, divengono atmosfera rarefatta nella rappresentazione dell’altopiano. Mi sono spesso chiesto come Ballero, così luminoso e quasi beato nelle sue tele, potesse essere figlio di quel momento storico.
FARSI RAGNO. Nùoro è un luogo difficile ancora oggi e lui era un ragazzo che portava su sumbreri giallo e i baffi lunghi e curati in una città di braccianti, banditi e secondini. Nùoro e il suo cuore battagliero coniugarono questo polverone con l’animo barbaricino, fatto di confini e di conoscenza degli spazi. Ed è qui che Ballero esplode davvero: nel disegno a penna. Bianco e nero, senza possibilità di usare i grigi, i mezzi toni, le mezze misure. In un ambiente culturale, sociale e politico in continuo cambiamento, come si può rappresentare la mutavolezza della vita? Ballero si fà ragno e tesse la propria tela. Sa che le linee, allontanandosi e avvicinandosi, creano dei mezzi toni falsi, annullando il contorno. Mutano la percezione. Ciò che era pieno o vuoto diventa di difficile catalogazione. Ballero fugge alla tirannia del confine e approda al gioco delle distanze, divenendo esso stesso specchio della società che l’ha prodotto: una società sfumata. Ballero studiò il bianco e nero anche attraverso la fotografia. Grazie al suo sguardo intelligente, utilizzerà alcuni scatti come modello per la propria arte pittorica. Un uso della reference originale, ovvero prodotta dall’artista stesso, che è tipica degli illustratori contemporanei. Se l’infanzia di Ballero nasce sotto i fumi di una rivolta di popolo, la sua maturità non vive certamente anni tranquilli. La prima guerra mondiale si abbatte sulla Sardegna come una piaga divina. La popolazione maschile e abile viene decimata, le coltivazioni abbandonate, i pascoli vuoti, le botteghe chiuse. La fame è la vera compagna di vita delle genti dell’Isola. I reduci abili tornano al lavoro, ma la vita non è la stessa.
IL CAMBIAMENTO. Il mondo non è lo stesso. I combattenti sardi si riuniscono, organizzano raduni dal nord al sud, scuotendo la Sardegna come da quasi un secolo non si vedeva. Sfilano in parata, perfettamente addestrati dalla guerra più sanguinosa che l’uomo ricordi. È una moltitudine eterogenea dalla quale vedranno la luce, come figli diretti e indiretti, sardisti, anarchici, socialisti, fascisti e i più strenui antifascisti. Sono esattamente di questi anni i più noti disegni dell’artista. Anni nei quali non si capisce dove inizino le idee e dove vadano a finire le azioni. Così Ballero si perde e si ritrova nel moto circolare dell’inchiostro, nella trama tracciata dalla penna sulla carta, dal segno che non ha inizio né fine. Un vento perenne che scolpisce il nulla e porta ai nostri occhi i ritratti di uomini e di donne antiche. Archetipi che parlano sardo.
*Manuelle Mureddu è un illustratore nuorese. Ha disegnato per numerosi libri e fumetti e creato animazioni per sigle, film e documentari della Rai.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
