La Nuova Sardegna

Il “Codice Atzeni” affiora tra identità, fumetti e musica

di Alessandro Marongiu
Il “Codice Atzeni” affiora tra identità, fumetti e musica

Una raccolta di saggi sul romanziere e “le voci della Sardegna”  e un libro di Franciscu Sedda esplorano aspetti inediti di un’opera affascinante

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Sergio Atzeni se ne andò venticinque anni orsono, in un giorno di tarda estate, lasciandoci in eredità un’opera di grande, grandissima vitalità. La sua produzione complessiva ha infatti nel tempo sempre conosciuto lettori nuovi, prima testimonianza di come le pagine del narratore, poeta e giornalista cagliaritano avessero e continuino ad avere una forza espressiva e comunicativa non comune. Una seconda testimonianza, ancora più efficace dell’altra, ci viene dal numero di studi, in costante aggiornamento, che a queste pagine è dedicato: come se – e così è, in realtà – di quella produzione tutto sommato contenuta dal punto di vista della quantità ci siano ancora aspetti da esplorare e portare alle luce; come se, muovendo di volta in volta da un angolo d’osservazione differente, se ne scoprano dimensioni inedite, o appena battute e quindi in attesa di ulteriore scandaglio.

Esemplare in questo senso, per la varietà dei contributi che propone, è “Sergio Atzeni e le voci della Sardegna”, curato da Giuseppe Ledda e Gigliola Sulis per Bononia University Press (320 pagine, 25 euro), che prende le mosse da un convegno omonimo svoltosi a Bologna nel 2015, ma che di tale convegno non costituisce se non in parte i cosiddetti “atti”: «solo alcune delle relazioni presentate in quei giorni», avvertono i curatori, «rielaborate, approfondite e sviluppate, sono diventate capitoli, mentre altri capitoli sono stati pensati e realizzati appositamente per il volume». Tra gli altri troviamo Marcello Fois, che in apertura invita, e a ragione, a valutare Atzeni e i suoi libri all’interno di una tradizione letteraria regionale ben consolidata, e soprattutto a valutarli in quanto tali: al riparo, cioè, da beatificazioni postume che sanno di inutile risarcimento e che caricano l’autore di ruoli e responsabilità che non ebbe allora e non ha oggi.

Affascinante l’intervento in cui Duilio Caocci rievoca i due modelli che, all’epoca della formazione intellettuale e politica di Atzeni, indirizzavano gli opposti orientamenti del discorso identitario, «quello costruito dai medievisti», avente in Alberto Foscolo la figura di riferimento, e quello della «continuità antropologica» facente capo a Giovanni Lilliu: modelli che si ritroveranno entrambi, «con equilibrio variabile», nei romanzi atzeniani. «Da appassionato lettore, non da filologo, non foss’altro perché non amava gli accademismi», parla Paolo Maninchedda: per dire del rapporto tra lo scrittore e la sua città, una Cagliari che nei romanzi e nei racconti è concreta, sì, ma più ancora allegorica; su di un altro rapporto, quello di Atzeni con Jorge Amado e la letteratura sudamericana, si concentra invece Giuseppe Marci.

Filippo Milani prende in esame “Racconti con colonna sonora”, i loro stretti legami con il fumetto (il nucleo embrionale dei “brani”, «secondo la preziosa ricostruzione effettuata da Giancarlo Porcu», è da ricercarsi in “L’uomo di Harlem” di Guido Crepax, che Atzeni aveva recensito nel 1979 su La Nuova Sardegna) e la loro natura sperimentale: «Il tentativo ambizioso è scrivere con la musica, attraverso di essa, facendo procedere di pari passo nel momento creativo la propria idea narrativa e le immagini suscitate dall’ascolto» di una canzone scelta appositamente; prima degli interventi di Aldo Maria Morace (“Atzeni e la ri-scrittura della Storia inabissata”) e di Ilaria Puggioni (“Atzeni e il romanzo di fondazione”), segnaliamo quello di Myriam Mereu sulle trasposizioni cinematografiche de “Il figlio di Bakunìn”, diretto da Gianfranco Cabiddu, e “Bellas mariposas”, per la regia di Salvatore Mereu.

Di fresca uscita in libreria è un’altra pubblicazione incentrata sull’autore di “Apologo del giudice bandito”: si tratta de “Il sogno del Falco. Il codice nascosto nell’opera di Sergio Atzeni” di Franciscu Sedda (Arkadia, 160 pagine, 16 euro). Il semiologo di Carloforte, che nel suo lavoro fa la spola tra letteratura e vita insistendo a lungo sulla conversione di Atzeni al cristianesimo, parte dalla fine, ovvero dalle ultime due fatiche portate a termine dallo scrittore, “Passavamo sulla terra leggeri” e “Bellas mariposas”: le quali avrebbero tale «comunanza di forma» da poter essere prese per un unico testo, e mostrerebbero innumerevoli di quei rimandi interni che, rintracciati poi a ritroso in tutte le opere precedenti, costituirebbero un «Codice Atzeni».

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