La Nuova Sardegna

Manzini: «Rocco Schiavone Per raccontarlo divento lui»

di PIERGIORGIO PULIXI
Manzini: «Rocco Schiavone Per raccontarlo divento lui»

L’autore parla del suo investigatore entrato nell’immaginario collettivo

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Antonio Manzini ha creato un personaggio che ormai è entrato di prepotenza nell’immaginario popolare italiano ed è tra i più amati dai lettori: il vicequestore (attenzione a non chiamarlo “commissario”) Rocco Schiavone, poliziotto burbero, dall’ironia corrosiva, insofferente alle regole e alle procedure ma con un profondo senso di giustizia che lo porta a vivere ogni delitto come un fatto personale. Ogni nuovo capitolo della serie schizza subito ai vertici delle classifiche dei libri più venduti e lì rimane per mesi. Anche l’ultimo romanzo, il nono del ciclo Schiavone, non ha fatto eccezione. “Ah, l’amore, l’amore” (Sellerio, 15euro), pubblicato questo gennaio, vede il vicequestore – che sugli schermi di Rai2 ha il volto dell’attore Marco Giallini – reduce da una nefrectomia a seguito di uno scontro a fuoco nell’adempimento del dovere, nel libro precedente, “Rien ne va plus”. Il chirurgo che ha operato Rocco viene accusato della morte di un altro paziente: si sospetta un tipico caso di malasanità. Ma Schiavone, da buon investigatore, avverte che c’è sotto qualcosa, e quella che dovrebbe essere una tranquilla e barbosa degenza, si trasforma in un’indagine a tutti gli effetti, volta a scoprire la verità. Essendo fuori servizio, questa volta dovrà avvalersi in maggior misura dell’aiuto della sua squadra di poliziotti sgangherati, che tra pene d’amore e doppie vite, lo aiuteranno a venire a capo del mistero, con grande godimento e parecchie risate da parte dei lettori.

I suoi personaggi, e non parlo solo di Rocco, entrano nel cuore dei lettori perché vengono percepiti come reali. Guardando indietro, quanto è stata importante la sua formazione teatrale nel maturare quest’abilità di caratterizzazione?

«Tanto. Quando tu a teatro impersoni un personaggio, anche minore, ti ci concentri talmente a fondo che diventa un po’ la tua vita: gli dài un corpo e lo carichi di una forza, forse anche esagerata, ma in quel momento devi diventare lui. Questo ti porta a riflettere molto, soprattutto sulle parole: perché le dice, cosa vuole dire davvero, cosa lo motiva a dire le cose in una certa maniera. Forse fare questo per anni mi ha portato a pensare a tutti personaggi, anche quelli minori, non come “personaggi di servizio” ma come persone con la propria umanità, verosimiglianza e importanza. Sicuramente il teatro è stata una scuola eccezionale. Anche perché la scrittura teatrale, che si basa soprattutto sui dialoghi, ti costringe dare un peso a ogni singola parola, perché ognuna svela o nasconde un tratto del personaggio. È un po’ difficile da spiegare, ma quando scrivo, (e anche quando leggo), devo sentire parlare i personaggi. Devo avvertire le loro voci, i suoni dell’inflessione, della grammatica».

Forse questa capacità di giocare molto con la lingua e il dialetto, e con l’impronta emozionale della voce dei personaggi, è uno dei fattori che ha portato al successo Andrea Camilleri?

«È vero. E chi l’avrebbe detto all’inizio? Il rischio era che qualcuno dicesse “ragazzi, questi libri sono incomprensibili”. Magari nel meridione li avrebbero pure capiti, in Calabria e in Sicilia immagino di sì. Ma per un lettore del nord, che so, di Milano o Torino? Invece ha saputo essere un autore universale. Ha dimostrato che la grammatica dialettale e la cadenza aiutano molto a tratteggiare un personaggio, questo soprattutto nei dialoghi ovviamente».

La serie di Rocco in realtà è come se fosse un unico grande libro, in cui ogni romanzo costituisce un capitolo a sé: come affronta la serialità?

«Confesso che mi diverte molto di più raccontare la vita dei personaggi, e meno la parte “gialla” del libro. In realtà io nel giallo sono un ospite. Non sono mai stato un fanatico dei libri gialli. Certo, li ho sempre letti, in modo particolare alcuni autori, soprattutto Simenon. Però li leggevo come leggevo il resto della letteratura. Mi godo i libri dove i personaggi hanno un loro dramma, una loro acciaccatura, e portano avanti la propria storia parallelamente al caso da risolvere. Secondo me è quello più interessante da raccontare, ed è ciò che rimane di più nel lettore».

L’amore di Rocco per Marina era una forma di redenzione per lui. Ora quella redenzione pare incarnata da Gabriele, questo ragazzino che sublima il suo istinto paterno?

«Rocco in realtà è alla ricerca archeologica dei sentimenti che non prova più. Per cui, è vero che questo ragazzo gli è entrato nel cuore e forse è il figlio che non ha mai avuto. Sta di fatto che Rocco ha una paura folle all’apertura dei rapporti. Ne è spaventato. Si è chiuso ermeticamente, e stare dentro questo guscio emozionale lo fa sentire al sicuro, perché ovviamente teme di dover riaffrontare la perdita e il dolore che ne conseguirebbe».

In quest’ultimo romanzo omaggia la Sardegna con un bel ricordo di Rocco e sua moglie a Tharros. Personalmente ha qualche legame con l’isola?

«Ho dei legami molto importanti, perché mia moglie, da parte paterna, ha origini sarde, nella zona di Oristano. Suo nonno combatté nella Grande Guerra nelle file della Brigata Sassari sotto il comando di Emilio Lussu. Io sono stato tante volte nell’Isola, e se fosse per me andrei a trascorrere la vecchiaia ad Alghero, una città che amo particolarmente».

Involontariamente ha ambientato “Ah, l’amore, l’amore” in un ospedale, dopo la nefrectomia subita dal vicequestore. Pochi giorni dopo è esplosa la psicosi del Coronavirus. Come reagirebbe Rocco al Covid-19?

«In realtà lui le malattie le teme, ma in qualche modo le accetta come parte della vita. Ma non ne ha davvero terrore. Credo che guarderebbe il rovescio della medaglia, ovvero sarebbe contento di non dover più stringere le mani altrui, di stare a un metro dalle persone – questo gli piacerebbe parecchio. Quindi, al netto della problematicità dell’infezione, il suo essere asociale ne beneficerebbe perché i suoi contatti con le persone diminuirebbero drasticamente».

L’ironia e il sarcasmo sono per Rocco un antidoto contro le asprezze della vita. È così anche per lei?

«Sì, e poi sai, sono nato in una famiglia che ha sempre usato il filtro dell’ironia per osservare il mondo. Anche nei momenti più tragici troviamo sempre un aspetto ironico, grottesco o surreale. L’ironia ci ha sempre aiutati a interpretare la realtà con più leggerezza».

C’è un personaggio su cui lei si accanisce, gliene fa capitare di tutti i colori, l’agente abruzzese Domenico D’Intino “il mezzo che Dio usa per punirlo” come afferma Rocco. In realtà sospetto che sia uno dei suoi personaggi più amati?

«È proprio così. Tornando a quanto dicevamo prima, alla mia formazione teatrale, mi sono ispirato al drammaturgo più eccelso, William Shakespeare, che in ogni tragedia inseriva comunque dei giullari. Ne aveva bisogno per far respirare il pubblico del teatro popolare, per smorzare la tensione con qualche risata. Per questo ho infilato nella serie questi due poliziotti parecchio stupidi – soprattutto D’Intino – perché riportano sul piano della storia un po’ di umanità e di simpatia, per esorcizzare la morte e il sangue che inevitabilmente sono presenti nel genere noir o giallo».

Lei è stato allievo, ma soprattutto amico, del grande Andrea Camilleri. Quali sono stati gli insegnamenti più preziosi per lei in quanto uomo?

«Penso spesso a una delle ultime telefonate. In quel periodo era ormai cieco, e c’era una ragazza che veniva a leggergli i libri. In quel momento si stava facendo rileggere “Delitto e Castigo”, e mi disse: “Antò, con i brandelli di storie che Dostoevskij lasciava per strada, noi ci scriviamo sei romanzi!”. Era una persona straordinaria, a cui ho voluto molto bene. Noi di libri parlavamo poco, parlavamo più di poesia. Lui voleva essere un poeta. Però diceva: “Sai, per fare il poeta ci vogliono due cose: o il bacio divino, o un culo pazzesco. E io non ho avuto nessuno dei due!”. Mi ha sempre ripetuto che non bisognava mai prendersi troppo sul serio. Credo che sia stato questo il suo più grande insegnamento».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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