«Ecco come parlare senza ansia ai bambini della pandemia»
di Angiola Bellu
“Le emozioni dei nostri figli” l’ultimo libro dello psicologo «Una dose di paura è un vaccino che ci aiuterà nel futuro»
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MILANO. In questo momento in cui le emozioni “traboccano” ecco in libreria un libro illuminante: “Le emozioni dei nostri figli” (DeAgostini, 224 pagine - 14,90 euro) del professor Fabio Celi, psicologo psicoterapeuta e docente di Psicologia clinica all’Università di Pisa, che racconta con esempi illuminanti ed offrendo strumenti concreti, come riconoscere e gestire l’emotività dei più piccoli e, di riflesso, la nostra di adulti che, con le migliori intenzioni, tendiamo a reprimerla.
Leggendo il suo libro, mi pare di capire che tendiamo a concentrarci più sui comportamenti che sul sentire?
«Sì, è corretto; da un lato siamo pervasi dalle emozioni ma spesso non ne abbiamo consapevolezza e l’unica cosa che vediamo sono i comportamenti. C’è un rapporto così stretto tra comportamenti pensieri ed emozioni che, se non ne teniamo conto, i comportamenti non si capiscono e ne perdiamo il controllo. La paura è un’emozione che ci pervade in questi tempi».
Lei ci spiega che la rassicurazione «non devi assolutamente avere paura» è in realtà una trappola. Perché?
«C’è un evento esterno - oggi uno molto forte – che genera paura. Un adulto, a fin di bene, dice: “non devi assolutamente avere paura”. Il verbo “dovere” sottintende il pensiero irrazionale; quello che dice “non devo fare, non devo pensare...”. È impossibile seguirlo quindi si sta male. Di fronte ad un stimolo che genera paura è impossibile non provarla: “non c’è niente da preoccuparsi’ è talmente in contraddizione con la realtà che poi il bambino sta ancora peggio perché non gli viene riconosciuto il diritto a spaventarsi».
Lei ci spiega che non sono le emozioni a produrre disagio ma l’impossibilità ad esprimerle. Cosa significa?
«Le faccio un esempio di drammatica attualità: un bambino che seguo da tempo, ha interrotto la terapia, si è alzato e ha aperto l’armadio in cui tengo giochi e materiale. Ha preso cubi e lettere e ha composto “Coronavirus” e “contagio”. Poi ha detto “ora ne possiamo parlare”. Ci sono elementi esterni che generano emozioni negative, ma stiamo ancora peggio se nessuno ci permette di esprimerle. La compressione delle emozioni – “non ci pensare”, “lascia perdere” - sono attuate per rassicurare ma poi finisce per nuocere. L’emozione c’è, preme da sotto. É necessario permettere al bambino come all’adulto, di avere una valvola come quella della pentola a pressione che sfoga con un fischio inquietante. Se, per non sentire quel fischio, mettiamo un tappo prima o dopo la pentola scoppia. La capacità dell’altro è quella di raccogliere un’emozione senza giudicare: “raccontamela e io sono in grado di ascoltare”. Il commento e il giudizio spesso impediscono all’altro di esprimersi».
Come bisogna comportarsi?
«Una modalità è la risposta riflessa. Un esempio: “Sono preoccupato, la maestra chiede cose difficili”. Si può rispondere: “Chiede cose difficili, eh, la tua maestra?”. Così facendo ti comunico che ti ho ascoltato, ti capisco, mi interessa. Ho l’impressione che noi adulti siamo da una parte molto rassicuranti con i bambini e dall’altra chiediamo loro di essere molto performanti».
Sono comportamenti corretti?
«Non c’è niente di male a chiedere ad un bambino di essere performante; se l’obiettivo è essere più performante nella lettura bisogna dire “adesso leggi”. L’eccesso di rassicurazione è una specie di no vax psicologico. Se mettiamo un po’ di malattia al paziente sano, abituiamo il paziente a difendersi e, se dovesse arrivare la malattia, avrà le difese più forti. Ciò vale per la rassicurazione: se non permetto al bambino di fare esperienze un po’ ansiogene e dolorose, quando capiterà un’emozione reale non avrà difese. Alcuni pedagogisti negli anni Settanta suggerivano di togliere lupi e streghe dalle favole: l’antica saggezza trasformava le favole in vaccini».
“Istruzioni per l’uso” per affrontare il tema Coronavirus con i bambini?
«Penso che al bambini si debba dire la verità. Non significa tutta la verità, con centomila particolari. Semplicemente: c’è un virus che fa ammalare molte persone è il Coronavirus Covid-19. Purtroppo qualcuno, molto pochi per fortuna, muore anche. Sbagliato dire “Solo una normale influenza...”, perché nella mente del bambino si forma un pensiero del tipo “se nemmeno i miei genitori hanno il coraggio di dirmi la verità deve essere una tragedia cosmica”. Bisogna ascoltare il bambino che esprime emozioni e fa delle domane, approfittando anche dei tempi forzati che abbiamo. Una certa dose di paura è utile: ci laviamo le mani più spesso e teniamo certe distanze. Questo ci permette di diminuire enormemente il rischio. Vedere tante mascherine, i cinema chiusi, lavarsi tante volte le mani, può fare molta paura ai bambini ma può essere rovesciato: “vuol dire che i grandi stanno mettendo in atto dei metodi – come non andare a scuola – che servono per affrontare questo problema, quindi sei in buone mani».
Che altro potremmo fare oltre che spiegare?
«Fare di necessità virtù. Siamo agli arresti domiciliari: non tutti possiamo essere Boccaccio che da una pestilenza ha tirato fuori il Decameron, ma una storiella ce la possiamo inventare».
Leggendo il suo libro, mi pare di capire che tendiamo a concentrarci più sui comportamenti che sul sentire?
«Sì, è corretto; da un lato siamo pervasi dalle emozioni ma spesso non ne abbiamo consapevolezza e l’unica cosa che vediamo sono i comportamenti. C’è un rapporto così stretto tra comportamenti pensieri ed emozioni che, se non ne teniamo conto, i comportamenti non si capiscono e ne perdiamo il controllo. La paura è un’emozione che ci pervade in questi tempi».
Lei ci spiega che la rassicurazione «non devi assolutamente avere paura» è in realtà una trappola. Perché?
«C’è un evento esterno - oggi uno molto forte – che genera paura. Un adulto, a fin di bene, dice: “non devi assolutamente avere paura”. Il verbo “dovere” sottintende il pensiero irrazionale; quello che dice “non devo fare, non devo pensare...”. È impossibile seguirlo quindi si sta male. Di fronte ad un stimolo che genera paura è impossibile non provarla: “non c’è niente da preoccuparsi’ è talmente in contraddizione con la realtà che poi il bambino sta ancora peggio perché non gli viene riconosciuto il diritto a spaventarsi».
Lei ci spiega che non sono le emozioni a produrre disagio ma l’impossibilità ad esprimerle. Cosa significa?
«Le faccio un esempio di drammatica attualità: un bambino che seguo da tempo, ha interrotto la terapia, si è alzato e ha aperto l’armadio in cui tengo giochi e materiale. Ha preso cubi e lettere e ha composto “Coronavirus” e “contagio”. Poi ha detto “ora ne possiamo parlare”. Ci sono elementi esterni che generano emozioni negative, ma stiamo ancora peggio se nessuno ci permette di esprimerle. La compressione delle emozioni – “non ci pensare”, “lascia perdere” - sono attuate per rassicurare ma poi finisce per nuocere. L’emozione c’è, preme da sotto. É necessario permettere al bambino come all’adulto, di avere una valvola come quella della pentola a pressione che sfoga con un fischio inquietante. Se, per non sentire quel fischio, mettiamo un tappo prima o dopo la pentola scoppia. La capacità dell’altro è quella di raccogliere un’emozione senza giudicare: “raccontamela e io sono in grado di ascoltare”. Il commento e il giudizio spesso impediscono all’altro di esprimersi».
Come bisogna comportarsi?
«Una modalità è la risposta riflessa. Un esempio: “Sono preoccupato, la maestra chiede cose difficili”. Si può rispondere: “Chiede cose difficili, eh, la tua maestra?”. Così facendo ti comunico che ti ho ascoltato, ti capisco, mi interessa. Ho l’impressione che noi adulti siamo da una parte molto rassicuranti con i bambini e dall’altra chiediamo loro di essere molto performanti».
Sono comportamenti corretti?
«Non c’è niente di male a chiedere ad un bambino di essere performante; se l’obiettivo è essere più performante nella lettura bisogna dire “adesso leggi”. L’eccesso di rassicurazione è una specie di no vax psicologico. Se mettiamo un po’ di malattia al paziente sano, abituiamo il paziente a difendersi e, se dovesse arrivare la malattia, avrà le difese più forti. Ciò vale per la rassicurazione: se non permetto al bambino di fare esperienze un po’ ansiogene e dolorose, quando capiterà un’emozione reale non avrà difese. Alcuni pedagogisti negli anni Settanta suggerivano di togliere lupi e streghe dalle favole: l’antica saggezza trasformava le favole in vaccini».
“Istruzioni per l’uso” per affrontare il tema Coronavirus con i bambini?
«Penso che al bambini si debba dire la verità. Non significa tutta la verità, con centomila particolari. Semplicemente: c’è un virus che fa ammalare molte persone è il Coronavirus Covid-19. Purtroppo qualcuno, molto pochi per fortuna, muore anche. Sbagliato dire “Solo una normale influenza...”, perché nella mente del bambino si forma un pensiero del tipo “se nemmeno i miei genitori hanno il coraggio di dirmi la verità deve essere una tragedia cosmica”. Bisogna ascoltare il bambino che esprime emozioni e fa delle domane, approfittando anche dei tempi forzati che abbiamo. Una certa dose di paura è utile: ci laviamo le mani più spesso e teniamo certe distanze. Questo ci permette di diminuire enormemente il rischio. Vedere tante mascherine, i cinema chiusi, lavarsi tante volte le mani, può fare molta paura ai bambini ma può essere rovesciato: “vuol dire che i grandi stanno mettendo in atto dei metodi – come non andare a scuola – che servono per affrontare questo problema, quindi sei in buone mani».
Che altro potremmo fare oltre che spiegare?
«Fare di necessità virtù. Siamo agli arresti domiciliari: non tutti possiamo essere Boccaccio che da una pestilenza ha tirato fuori il Decameron, ma una storiella ce la possiamo inventare».
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