La Nuova Sardegna

Il magico ballo di Virù e Bellabé

Il magico ballo di Virù e Bellabé

Ciò che mancava di più ai bambini era il poter giocare e chiacchierare con i loro compagni di classe e, pensate, desideravano addirittura risentire gli affettuosi strilli supersonici dei maestri,...

8 MINUTI DI LETTURA





Ciò che mancava di più ai bambini era il poter giocare e chiacchierare con i loro compagni di classe e, pensate, desideravano addirittura risentire gli affettuosi strilli supersonici dei maestri, quelli che rompono la barriera del suono raggiungendo picchi da ultrasuoni; quelli che ti fanno rizzare ogni poro ed ogni pelo del corpo.

Perfino gli insegnanti, che di solito non amano il chiasso (e spesso neppure il più sommesso mormorio), bramavano ora quel baccano festoso dei loro piccoli alunni. Erano invece costretti a guardare avviliti le asettiche bacheche delle classi virtuali che rimpinzavano di arraffazzonate e bislacche video-lezioni, mentre attendevano con impazienza il giorno in cui avrebbero potuto finalmente riabbracciare e riempire di baci i loro amorevoli studenti.

Non ci crederete mai, ma persino due famosissimi maestri tuttofare: il signor Processore e la cibernetica Schedamadre, erano andati in crash mentre progettavano l’ennesimo giochino virtual-learning costituito da ben 360 livelli. Per ironia della sorte anche i loro computer furono colpiti da micidiali cyber-virus. E fu così che i due poveri insegnanti si ritrovarono catapultati all’interno di un gioco virtuale tra labirinti traboccanti di ingegnose trappole. Nonostante gli innumerevoli sforzi dei nostri caparbi UMANI di contrastare il terribile attacco degli ostinati invasori, questi ultimi continuavano però a moltiplicarsi.

L'avanzata dei Minnaffuttu non si arrestava. Quegli immondi e pericolosi virus continuavano a traslocare di corpo in corpo formando nuovi clan in ogni angolo della Terra. In breve tempo il pianeta sarebbe stato colonizzato e condannato all'estinzione, a meno che Virú non avesse trovato tempestivamente una soluzione a quel terribile pasticcio di cui, suo malgrado, era l'unico responsabile.

“IO?... Sono stato proprio IO a causare tutto questo? Come sono stato egoista a desiderare di stare in compagnia! Quali amici potrò mai avere se l’invasione non sarà fermata?” pensò accoratamente il microscopico Virù, afflitto dall’impotenza e ancor più dal rimorso. Non c’era altro tempo da perdere…





CAPITOLO 9.

Corimeu

Bellabè raccontò a Virù che, dopo essersi ripresa dall’improvviso svenimento narcolettico, sua madre le aveva rivelato altri preziosi particolari sulla battaglia di Affarraddoggiu e sulla soluzione da lei trovata per porre fine all’avanzata nemica, costringendo così i virus a sventolare bandiera bianca.

Queste furono le sue testuali parole: “Recati presso la blindatissima e inespugnabile città di Corimeu. Lì dovrai recitare le parole contenute in un antichissimo manoscritto. Ma, bada bene! È sorvegliato e protetto, giorno e notte, dalle vigili guardie poste all’ingresso di due atri e di due ventricoli, colossali regioni urbane della capitale. Ricorda però che la formula avrà effetto solo se anche il re dei virus che vi minacciano ripeterà con te il potente e magico incantesimo”.

L’impresa era molto ardua e rischiosa ma altrettanto necessaria. Alle prime luci dell’alba Virù e Bellabé si misero così in viaggio. Ebbero giusto il tempo di preparare in fretta e furia un modesto fardello contenente lo stretto indispensabile per la loro sopravvivenza; pochi digeribili cibi, adatti a mantenersi in linea e ad affrontare il cammino senza appesantirsi troppo.

Ecco il breve elenco di quelle parche vettovaglie: - mineshtra di gaula (minestra di cavoli); - cordula (interiora di agnello); - ziminu (interiora di vitello alla brace); - anghidda (anguilla marinata); - fabi a ribisari e cun la gaula (fave aromatizzate e cavoli); - giggioni (gnocchi conditi con sugo di salsiccia); - pedi d’agnoni (piedini d’agnello); - trippa (nota e succulenta pietanza nazional popolare); - ischazzofa e patatu (carciofi e patate); - ciogga grossa e ciogga minudda (chiocciole e chioccioline); - coccoi (chiocciole in formato extra-large); - mirinzani cun agliu e pebaroni (melanzane condite con aglio e peperoni); - papassini, tiricche, seadas (deliziosi dolci tipici di un’incantevole isola chiamata Sardegna); - frisgiori longhi (lunghi cordoni di pasta fritta); - sindria a la proba (cocomero garantito dal fruttivendolo).

Il viaggio verso la città di CORIMEU filò senza grossi intoppi. Il virus Virù e l’anticorpo Bellabé si calarono dai polmoni fin dentro un cunicolo strettissimo nel quale scorreva un liquido rosso vivo: era il fiume dell’arteria polmonare che portava direttamente ad uno dei quattro accessi della splendente Corimeu. In lontananza udirono i ritmici e assordanti rintocchi del campanile della capitale: tum tum-tum tum-tum tum.

La magnifica metropoli si espandeva e si contraeva ad ogni rintocco: era il vero motore pulsante del corpo di Chisco Mariposa. Quel mirabile sito era avvolto da una coltre rosso carminio e da essa si diramavano una moltitudine di tunnel, autostrade e stradine secondarie che raggiungevano ogni remoto angolo di quell’umano involucro.

Corimeu appariva tuttavia sofferente: i rintocchi non risuonavano più potenti e sincronici come un tempo; l’aria era inquinata, quasi irrespirabile e poco ossigenata; le strade, tappezzate di rifiuti tossici e scorie, erano occupate da disgustosi germi che gironzolavano indisturbati commettendo ogni genere di scorribanda. Appena giunti alle porte della città, i rintocchi cessarono: il cuore di Chisco Mariposa si era fermato!!

Alcuni secondi dopo, i nostri protagonisti furono investiti da una luce abbagliante e da una fortissima scarica elettrica che li fece sobbalzare. Subito dopo, la campana della vitale torre municipale riprese il suo monotono e cadenzato ritmo. Tum tum-tum tum-tum tum…

Virù e Bellabé elusero la sorveglianza, passando attraverso la vena cava superiore; girarono verso l’atrio destro, penetrarono nel ventricolo destro fino ad arrivare all’atrio sinistro.

Proprio lì, all’interno della minuscola valvola mitrale, videro luccicare un piccolo scrigno. Lo aprirono… finalmente erano entrati in possesso del prezioso manoscritto!

Forse il rovinoso e fatale epilogo della battaglia poteva ancora essere ribaltato…

CAPITOLO 10.

L’incantesimo

“Millo mì, trovato l’abbiamo! EVVAI!!” esultò l’eterea e quasi disincarnata Bellabé. “Ora non ci resta che recitare insieme le parole contenute in questo manoscritto per porre fine alla terribile pandemia!” replicò il microscopico Virù che, nel frattempo, aveva srotolato quell’antichissima e polverosa pergamena recante un insolito e misterioso messaggio: FATE DUE BRINCHI, CALCIATE ASSAI FORTE / TRE GIRAVOLTE E RIBALTATE LA SORTE. / UN SALTELLO A SINISTRA, POI UNO A DESTRA, / MUOVETE LE BRACCIA E DIRIGETE L’ORCHESTRA. / PIEGATE LE GAMBE, MUOVETE IL BACINO / SALTATE DI SCATTO DAVANTI AL VICINO. / URLATE A GRAN VOCE E IL MIRACOLO AVVIENE, / LA MAGICA FRASE ANDRÀ TUTTO BENE!!

I nostri protagonisti saltellarono, volteggiarono e si dimenarono per ore ed ore senza sosta, nel disperato tentativo di raggiungere la perfetta sincronia dei movimenti. Dopo molteplici tentativi falliti miseramente, stanchi e abbattuti, decisero di riposare un po’ prima di ritentare ancora… “Sono sicuro che questa sarà la volta giusta!” disse Virù cercando di darsi coraggio. Bellabé, dal canto suo, si limitò a fare i dovuti scongiuri e a sperare che quel maldestro virus, con due piedi sinistri, fosse finalmente riuscito ad azzeccare i passi…

Ma, contro ogni più nefasta previsione, il microscopico Virù e la cerulea Bellabé danzarono con straordinaria maestria e mirabile leggiadria. Sembrava che i loro corpi si fossero fusi in un unico essere. A ben guardarli pareva quasi che Roberto Folle e Carla Stracci fossero entrati in loro e stessero mettendo in scena l’ultimo atto del Lago dei Macigni. I due improvvisati ballerini portarono a termine quella primitiva e sacra danza propiziatrice in modo impeccabile. E quando pronunciarono all’unisono la fatidica frase: “ANDRÀ TUTTO BENE”, inaspettatamente accadde qualcosa di straordinario: dinnanzi ai loro occhi si materializzò un’ ignota ENTITÀ… I due poveri sventurati rimasero immobili, terrorizzati e ammutoliti. Sarebbero voluti scappare a gambe levate, ma non potevano. C’era in gioco il destino dell’umanità. Così Virù prese coraggio e, con voce tremante, domandò: “Chi sei?”. “Mi chiamo Soggulupiùfosthi e siete stati voi a crearmi; quindi, in un certo senso, siete i miei genitori”. Rispose quello strano essere mentre li stringeva con forza contro il suo corpo, cingendoli con le sue nerborute e muscolose braccia. “Oh iscimpru, ma itte se narendi? Tu non assomigli né a me né a questo impiastro di germe. Come fai a dire che sei figlio nostro?” Lo apostrofò Bellabé che, nel frattempo, si era liberata da quella stretta energica e soffocante. “Beh è semplicissimo, lo capirebbe anche un bambino. Ad ogni modo ve lo spiego: l’antica formula magica che avete pronunciato ha fatto sì che io venissi generato, ereditando le qualità migliori dei miei creatori, cioè le vostre. Sono quindi per metà virus e per metà linfocita. Da te, papà, ho ricevuto aggressività, pericolosità e astuzia e da te, cara mammina, la forza di un leone ed una eccezionale attitudine militaresca”. Virù e Bellabé si ritrovarono così, d’emblée, inconsapevoli genitori di un Essere grande e grosso del quale conoscevano a malapena il nome. Avrebbero voluto approfondire la faccenda e soffermarsi più a lungo a riflettere su ciò che era appena accaduto, ma non c’era più tempo! “Vieni con noi, Soggulupiùfosthi. Sei l’unica nostra speranza di poter sgominare, una volta per tutte, l’amata dei temibili e feroci virus Minnaffuttu. Durante il tragitto ti forniremo maggiori dettagli su ciò che sta accadendo agli UMANI”. Fu così che i nostri protagonisti e il loro sedicente figliuolo, si misero in viaggio verso la città di Murumuru per elaborare un piano di guerra che avrebbe, forse, posto fine alla pandemia e riportato la pace sulla Terra…







CAPITOLO 11.

La scoperta

La nostra improbabile comitiva di micro esseri ripercorse a ritroso la strada verso la città di Murumuru. Soggulupiùfosthi, di tanto in tanto, si fermava per effettuare i suoi routinari allenamenti: 30 flessioni, 20 serie di training alla panca e innumerevoli e faticosissimi esercizi con bilancieri e manubri per potenziare i suoi già ipertrofici muscoli.

Virù appariva pensieroso e l’eterea Bellabè aveva già fatto tre lunghe pennichelle. Il piccolo virus aveva perciò dovuto sfoggiare per ben tre volte le sue non eccelse doti canore in quell’unica canzoncina che ne sollecitava il risveglio.

Arrivati alla città di Murumuru scoprirono che la situazione era addirittura peggiorata: le strade e le abitazioni portavano i segni di quello che doveva essere stato un terrificante teatro di battaglia. Cannule e tubi si erano moltiplicati, distruggendo i lussuosi palazzi eretti dagli agenti patogeni. Costretti a scappare dalla metropoli, i virus avevano edificato alloggi di fortuna. La periferia della città si era quindi sviluppata oltremodo ed immense baraccopoli di virulenti bacilli si estendevano ora nei già affaticati polmoni del professor Mariposa. Non vi dico il degrado, la viruscriminalità diffusa e i gravi problemi di igiene pubblica dei sobborghi… tutto appariva in un avvilente stato di abbandono. L’immunoglobulina Bellabè a quella orripilante vista fu colta da un’emozione così intensa che cadde in un ennesimo sonno profondo. Stavolta, toccò a Soggulupiùfosthi sfoggiare le sue deplorevoli doti liriche e il povero Virù, a quelle sonore stonature, avrebbe voluto tapparsi le orecchie (se solo le avesse avute).

(continua - le puntate

precedenti sono state

pubblicate il 2, 3 e 5 aprile)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative