La Nuova Sardegna

Finalmente Virù esce dal tunnel

Finalmente Virù esce dal tunnel

Lo zio Maccarrone, dal canto suo, cercò di contrastare l’avanzata nemica ricorrendo alla sua tristemente nota verbosità e, con ciceronesca eloquenza, snocciolò un’interminabile serie di ricordi di...

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Lo zio Maccarrone, dal canto suo, cercò di contrastare l’avanzata nemica ricorrendo alla sua tristemente nota verbosità e, con ciceronesca eloquenza, snocciolò un’interminabile serie di ricordi di remote battaglie, le cui gesta e i cui epiloghi Buriaddu conosceva a memoria. Annoiati da quei soporiferi racconti, alcuni soldati caddero in un profondo letargo. Altri invece, spazientiti da quelle estenuanti chiacchiere, imbavagliarono il logorroico virus e lo rinchiusero in una cellula d’isolamento. Il piccolo nipote Buriaddu, già notoriamente debole di stomaco, inondò i linfo-virus di liquami gastrici. Per tutta risposta, venne isolato anche lui in una cellula adiacente a quella di suo nonno Maccarrone che non perse tempo per assillarlo con barbosi e nauseabondi racconti.

La seconda paziente contagiata dai Minnaffuttu, l’antropologa Assunta Mantis (moglie del professor Chisco Mariposa), era stata interamente invasa dai virus Pindacciu, Brincu e dai fratelli Tzicchirriu e Abozzi. Anche alla donna venne somministrato il prodigioso vaccino, in seguito al quale scoppiò un conflitto tra le due contrapposte legioni dei Soggulupiùfolsthi e dei virus invasori. Durante la battaglia, Pindacciu tirò fuori le sue esoteriche bamboline vudù e le riempì di spilli, spillini e spilloni mentre augurava inenarrabili iettature ai soldati nemici. Un gruppo di legionari rimase però piacevolmente incantato da quei divertenti fantocci e volle giocarci. Gli infantili soldati strapparono così di mano le bamboline a quel virus malaugurante e si trastullarono in divertentissimi giochi. Come se non bastasse, Pindacciu non solo fu depredato dei suoi preziosi pupazzi stregati, ma ebbe anche la più esemplare delle punizioni per un menagramo come lui: fu reso inoffensivo e rinchiuso in una sfera di cristallo le cui pareti facevano ribalzare all’interno le sue iettature. Perciò tutte le volte che lanciava un anatema, il medesimo ricadeva su di lui.

Frattanto Tzicchirriu e Abozzi tentavano, con il loro soave canto, di ammaliare e far cadere in un sonno eterno i linfo-virus. Si esibirono in un seducente e polifonico karaoke e alcuni super soldati, nel tentativo di afferrare quelle carezzevoli voci, si lanciarono nel vuoto. Altri invece, domandandosi cosa ci potesse essere di così affascinante in quell’esibizione, vollero mostrare a quei due cantanti-virus da quattro soldi quale fosse la vera arte canora. Il duo Melodias, composto da una coppia di emergenti cantanti linfatici, si esibì pertanto in una strepitosa interpretazione della celeberrima canzone: “La mirinzana”. Tzicchirriu e Abbozzi vennero così umiliati da quell’inedito duetto e per la vergogna e l’acclarata sconfitta subita, persero la voce e si ritirarono in esilio.

Nel frattempo Brincu, l’arcinoto virus ballerino, stava intrattenendo una folla di fan con una strabiliante esibizione coreutica quando venne attaccato da un manipolo di agguerrite milizie ostili. Sulle note della famosa sonata di Viraldi, “Le quattro mutazioni”, Brincu zompettò sopra le teste di alcuni super linfo-virus con atletico e leggiadro portamento. Proseguì con un impeccabile e vorticoso rondò e concluse la sua performance con un volo d’angelo ed una spaccata sagittale; quest’ultima acrobazia gli fu però fatale: il suo elegante tutù si lacerò irrimediabilmente lasciando il povero Brincu letteralmente in mutande.

Atterrito dalle vergogna e umiliato dalle sonore risatine dei soldati nemici, si arrese e si consegnò spontaneamente ai Soggulupiùfolsthi. Fu così che gli ultimi baluardi della dinastia dei Minnaffuttu vennero spazzati via…

CAPITOLO 15.

Il ricovero

“Virù Virù, ohi itta dannu. Itt’è suzzediu??”. Per tutti coloro che non comprendono l’immunoglobulinese, Bellabè urlò semplicemente “Virù, di grazia, che ti è capitato?”. Il povero Virù giaceva a terra privo di sensi. Aveva assunto un pallido colorito, indubbio presagio di morte. La repentina ripresa del professor Mariposa aveva infatti attivato tutti i migliori battaglioni di linfociti, indebolendo così irrimediabilmente il nostro virus. L’eterea Bellabè, nel pronunciare quelle disperate parole, corse al capezzale del micro virus e, in preda al panico e alla disperazione, gli sferrò due sonori ceffoni, nel maldestro tentativo di farlo rinvenire. Figuratevi il povero germe, cadde KO come il peggiore dei pugili dilettanti sul ring. “Sceddadì, “virusu” del mio cuore. Proprio adesso che mi ero “innammoratta”...”

Miei cari lettori, ancora non lo sapete, ma la nostra eroina era ormai già da tempo colta da febbrile passione verso colui che, per consuetudine, sarebbe dovuto essere il suo più acerrimo nemico. Il loro però, come potete immaginare, era un amore proibito come quello arcinoto di Vireo e Lambretta, appartenenti a due famiglie rivali: quella degli Amuleti e quella dei Salamelecchi. Prontamente, il forzuto Soggulupiùfolsthi sollevò il corpo dell’esanime genitore, lo mise a testa in giù e gli diede una vigorosa scrollata nel tentativo di rianimarlo, ma fu inutile.

Virù continuava a giacere privo di sensi davanti allo sguardo inorridito della sua novella famiglia. “Ninoninonino…” la linfo-ambulanza arrivò in un baleno a sirene spiegate. Il malcapitato virus venne caricato su una barella e trasportato d’urgenza all’Immuno-hospital. Le sue condizioni erano disperate… Bellabé e Soggulupiùfolsthi attendevano trepidanti notizie del loro congiunto. Grande fu la disperazione quando il medico proferì queste laconiche parole: “Il paziente è molto grave. Dovrà subire un intervento complesso e delicato. Versa in stato comatoso. Disperiamo di salvarlo. Preparatevi al peggio…”

La pallida immunoglobulina, afflitta, cadde in una profonda depressione e tra le lacrime le tornarono alla mente i meravigliosi ricordi delle avventure vissute con quel piccolo essere dall’animo gentile. Le fece eco il grosso figlio Soggulupiùfolsthi che balbettava a mala pena “Babbo mio, babbo mio, ti ho appena ritrovato e già ti perdo!”. L’intervento a cuore aperto del povero Virù durò otto interminabili ore. Finalmente il primario di cardio-immunochirurgia, l’illustre dottor Arrischiàm, uscì dalla sala operatoria e aggiornò i familiari sulle condizioni del paziente: “Abbiamo fatto del nostro meglio, ma la presenza del virus in questo habitat umano è incompatibile. Anche con il nostro intervento il suo piccolo cuore non resisterà più di una settimana. A dire il vero ci sarebbe, forse, una terapia sperimentale per tenerlo in vita”. “Ohi itta grascia…Fate qualunque cosa per salvarlo dottò, ve ne prego. Ci ha aiutato a sconfiggere la terribile infezione dei Minnaffuttu” rispose Bellabé con un timido moto di speranza.

“Si potrebbe tentare una trasfusione completa di sangue ibrido, metà virale e metà immunoglobulare. Vi avverto però che questa è una procedura estremamente rischiosa e mai tentata prima. Non vi è esito certo. Fu così che Soggulupiùfolsthi si trovò sdraiato su un lettino con un’enorme cannula conficcata nel nerboruto braccio a donare il suo sangue meticcio al morente genitore.

CAPITOLO 16.

La guarigione

Quando anche l’ultima goccia di sangue ibrido fu trasfusa, Virú aprì gli occhi e con un filo di voce iniziò il suo racconto: “Mi trovavo in luogo buio e solitario. Urlavo con tutto il fiato che avevo in gola i vostri nomi, mentre correvo senza meta in quell’ambiente così freddo e sinistro. Sentivo di aver perso tutti i miei affetti e avvertivo un senso di angoscia e smarrimento. Improvvisamente, ho scorto una flebile luce provenire dal fondo di quello che pareva un profondissimo tunnel. Ho deciso quindi di attraversarlo anche se tremavo di paura al solo pensiero. Quel lungo corridoio era abitato da tre terribili fiere che cercavano in tutti i modi di trattenermi. Facevo tre passi avanti, ma venivo immediatamente risucchiato all’indietro, ritrovandomi così sempre nello stesso punto.

Le belve avevano un non so che di familiare e, mentre lottavo per liberarmi dal loro indicibile tormento, ho avuto un'illuminazione: ho compreso che quelle orribili creature rappresentavano in realtà le mie più profonde e inconfessate paure... In quell'istante le ho viste chiaramente: Insicurezza, Solitudine e Senso di colpa, terribili emozioni che mi accompagnano da sempre e che per lungo tempo ho cercato invano di soffocare. Ma sono inevitabilmente riemerse in tutta la loro forza, assumendo le sembianze di feroci bestie pronte a divorarmi... Questa inaspettata consapevolezza ha acceso una flebile luce in fondo al tunnel dal quale ho potuto udire le vostre deboli e sommesse voci. È stato aggrappandomi ad esse che sono riuscito ad emergere da quel tenebroso oblio”.

“Ohi che sogno brutto, al buio senza candele, senza interruttori per accendere la luce… e scommetto che c’era pure freddo!” replicò la celestiale Bellabé con tenero sguardo verso il suo ritrovato amore. “Devo darti una bella notizia: il tuo sangue marcio è stato sostituito con quello buono di tuo figlio e adesso non rappresenti più una minaccia per il corpo del professor Mariposa. Potremo vivere come una vera famiglia e combattere insieme le future ed eventuali invasioni di “virusu” nemici” aggiunse l’immunoglobulina con un sorriso sornione.

Dopo alcune settimane di convalescenza, il nostro microscopico Virù si ristabilì completamente e poté così lasciare l’ospedale. Ad attenderlo c’era una fantastica quanto inaspettata sorpresa: l’impavido Soggulupiùfolsthi era stato insignito della medaglia al valore per le audaci ed epiche imprese compiute durante innumerevoli battaglie e gli era stato addirittura conferito l’incarico di generale dei super linfociti.

Virù osservò colmo di orgoglio il suo ardimentoso figliuolo e pensò: “Sono finalmente guarito e questa terribile esperienza mi ha permesso di riscattarmi e redimermi, risanando anche la mia anima. Ho rimediato agli errori, affrontato e superato le mie più oscure e inconfessabili paure. Ho generato una nuova vita che ha permesso di guarirne tante altre ma, più di ogni altra cosa, ho sconfitto quel senso di solitudine che mi ha sempre oppresso. Ora sono finalmente libero, inoffensivo e amato!”

La specie Umana, come certamente avrete intuito, era ormai libera dalla terribile pandemia che l’aveva per lungo tempo aggredita e quasi sopraffatta. Dal canto loro, il celebre ricercatore Chisco Mariposa e la sua amata consorte, l’antropologa Assunta Mantis, ripresero le loro consuete esplorazioni in giro per il mondo alla ricerca di rare ed inestimabili scoperte.

E Virù? Vi starete domandando… Il nostro gentile virus si trasferì con la sua ritrovata famiglia nella splendente e pulsante metropoli Corimeu: non era più solo, ma soprattutto aveva realizzato il sogno di suo nonno, re Viruligno. Liberato dalla sua tossicità, poteva ora convivere in armonia con i meravigliosi UMANI.



(fine - le puntate precedenti

sono state pubblicate il 2, 3,

5, 6 e 7 aprile)



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