Quel regalo nella notte di lockdown
Avevo preso l’abitudine di andare a fumare sul tetto, verso l’una di notte, quando ero pressoché certa che non ci fosse nessuno. L’ultima sigaretta della giornata ne valeva almeno dieci normali. E...
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Avevo preso l’abitudine di andare a fumare sul tetto, verso l’una di notte, quando ero pressoché certa che non ci fosse nessuno. L’ultima sigaretta della giornata ne valeva almeno dieci normali. E fumarla lassù, le braccia posate sul parapetto e tutta Milano innanzi a me, rasserenava la mente e mi faceva sentire libera. In quei giorni di cattività forzata era una vera benedizione. Non lo era invece vivere in una casa a ringhiera e dover condividere trenta metri quadri scarsi con una coinquilina isterica e allergica ai gatti. Quello dell’allergia era un bel problema, perché avevo promesso a una vecchietta che viveva in una casa al piano inferiore rispetto al nostro che mi sarei presa cura di Amelia – la sua gatta bianca dagli occhi turchesi – se mai le fosse successo qualcosa. E, purtroppo, le era successo qualcosa. Avevo preso l’abitudine, quando uscivo, di fare la spesa pure per lei, dato che, avendo più di ottant’anni, era un soggetto ad alto rischio. Lei si fidava di me. Mi ricordava la mia nonna lontana. Così cercavo di venirle incontro come potevo. Confesso inoltre che qualsiasi scusa era buona per fuggire dal mio bilocale, ma soprattutto da Serena, l’inquilina acida e paranoica, che si nutriva di fake news e sosteneva che il virus fosse stato portato dagli alieni per decimarci. «Ma magari!», le avevo risposto quando mi aveva illustrato quella teoria, prima di riderle in faccia. Fatto sta che un giorno, dopo aver aperto la porta di casa – la nonnina mi aveva dato le chiavi per comodità – non appena avevo posato le buste sul tavolo, avevo visto la signora come al solito seduta sulla poltrona davanti al televisore, Amelia – immobile sul pavimento quasi che fosse di plastica – che la fissava. La nota stonata era la tv spenta. Dopo averla chiamata, invano, mi ero fatta vicina e, senza nemmeno toccarla, mi ero resa conto che se n’era andata. Da quel giorno avevo preso Amelia con me, perché avevo paura di lasciarla libera di farsi i suoi giri nel palazzo per via dei cani che iniziavano a sclerare anche loro a causa della quarantena: il loro passatempo preferito era diventato stanare i felini e farne polpette. Serena mi aveva attaccato un pippone da paura, e per togliermela di torno avevo improvvisato una serie di starnuti violenti che l’avevano fatta sbiancare e rinchiudersi in camera sua. Non era più uscita da lì per una settimana, se non per andare al cesso, con tanto di mascherina e amuchina in pugno che brandiva come un esorcista il crocefisso.
Una notte, quando mi recai sul tetto, mi resi conto che c’era già una persona che aveva avuto la mia stessa idea. Era un uomo. Un signore sui sessanta. Non l’avevo mai visto prima, il che non era poi così bizzarro. In quel palazzo c’erano cinquanta appartamenti, e ci vivevo ormai da quasi quattro anni. Malgrado ciò, conoscevo giusto una dozzina di inquilini. Ognuno di noi era talmente preso dai propri impegni e dall’inseguire le proprie cose, che a stento ci si guardava negli occhi quando ci si incrociava sui ballatoi o nelle scale, figurarsi salutarsi o presentarsi l’uno con l’altro. Gli feci un cenno di saluto e accesi la mia cicca, amareggiata dal fatto che quello sconosciuto avesse mandato all’aria la mia liturgia notturna. Carezzai Amelia, che si era accoccolata sulla balaustra vicino a me, e fissai il baluginio delle luci di Milano, ignorando l’uomo che fumava a tre o quattro metri da me. «È la gatta della signora Schiavazzi?», chiese dopo qualche minuto, accendendosi un’altra siga. «Sì. Lei è morta, poverina». «Lo so. Ho visto quando sono venuti per portarla via». Non sapevo cos’altro aggiungere, così annuii e ripresi a fissare il cielo gremito di astri. «Da quando è iniziato questo delirio il cielo è più terso, ci hai fatto caso? Prima non si vedevano tutte queste stelle». Ci prestai attenzione. Aveva ragione. Più le fissavi e più pareva che ne gemmassero. «Anche l’aria è più leggera. Si respira meglio» dissi, percependo - forse per la prima volta da quanto mi ero trasferita lì -, l’odore fresco della notte che mi frizzava nel naso. «Non sei di Milano» disse. La sua era una constatazione. Cinque anni fuori dalla Sardegna non erano riusciti ad addolcire il mio accento. «No. Cabras, vicino a Oristano. Sardegna». L’uomo annuì. Gli occhi gli sorridevano, come se fosse perso in un bel ricordo. «Sono stato a San Giovanni di Sinis e Tharros. Mai visto un luogo altrettanto bello come la tua isola… Studi qui?». «Sì». «Come mai non sei tornata giù?». «Me ne sarei dovuta andare quando ancora c’era la possibilità di farlo. Ora è un gran casino. Non è detto che riesca ad arrivare a destinazione. Non è più possibile prenotare dei voli. E sono rimasta anche senza soldi, a dire la verità. Come se non bastasse, i bancomat sono tutti a secco… Prima bastava un aereo per tornare giù. Ora invece mi sembra quasi un sogno poter tornare a casa».
L’uomo annuì, ben consapevole di quella verità. Negli ultimi giorni la conta dei morti e dei contagiati si era alzata ancora, tanto che il governo aveva inasprito ulteriormente le restrizioni. Molti ospedali erano diventati focolai di contagio ed erano stati chiusi in via precauzionale. Supermercati e farmacie aprivano solo a giorni alterni, e non sollevavano le saracinesche nei weekend. Poste e banche avevano chiesto e ottenuto di sospendere il servizio. I mezzi pubblici idem, così come le autostrade. Le uniche auto che si vedevano in giro erano quelle delle forze dell’ordine. Per spostarsi rimanevano un pugno di treni regionali, ma il fatto che partissero e arrivassero a destinazione era tutt’altro che scontato. I militari per le strade si stavano facendo sempre più nervosi, e la polizia aveva iniziato ad arrestare chi trovava in giro senza giusta causa, dato che le sanzioni pecuniarie non sortivano alcun effetto intimidatorio. «Avresti dovuto farlo prima. Ora è troppo pericoloso» disse, scrollandomi dall’incantamento. «Lo so. Un mio collega di università ci ha provato, ed è stato arrestato. Ma è pericoloso anche stare qui. La situazione non fa che peggiorare… Posso farle una domanda?». «Dopo tutte quelle che ti ho fatto io, ci mancherebbe. Dimmi». «Ma anche lei sta fumando più di prima?». L’uomo sbuffò. «Ci puoi giurare. Quasi il doppio, a seconda dei giorni». «Almeno non sono la sola». Per qualche minuto rimanemmo in silenzio, sospesi nella densità liquorosa della notte e nelle nostre inquietudini. «Vieni qui tutte le sere?» domandò. «Sì. Anche qualche mattina o pomeriggio, quando sono a un soffio da accoltellare la mia coinquilina, il che accade piuttosto spesso. È una di quelle fissate con le buffonate su alieni e complotti occulti». Riuscii a farlo sorridere. «Una scimpra» disse in un sardo stentato. Scoppiai a ridere. «Esattamente… E lei?». «Sì. Anch’io vengo spesso quassù. Soprattutto quando non riesco a dormire. E ultimamente la cosa sta diventando un’abitudine, ahimè». «Come mai? Se posso chiedere…». «Certo che puoi. Mia figlia. Ha più o meno la tua età. Vive a Londra. Lavora come infermiera in un grosso ospedale. Lì le cose sono addirittura peggio che qui. Fatto sta che ho cercato di farla tornare in tutti i modi. Sai che hanno chiuso quasi tutti i voli, no? Una settimana fa, per miracolo, sono riuscito a trovarle un posto in un charter… Ma all’aeroporto le hanno misurato la febbre e l’hanno rispedita indietro, bollandola come PI». PI, Probable Infected, una parola che ormai era entrata nel vocabolario comune. «Merda. Se l’è beccato?». «Sì, temo proprio di sì. L’hanno allontanata dal lavoro, e messa in isolamento a casa. Il punto è che da circa tre giorni non riesco più a contattarla».
Rimasi in silenzio, senza parole. «Il cellulare è come se fosse staccato, e tutti i pochi contatti che ho dei suoi amici o hanno i telefonini staccati, oppure mi dicono che non possono uscire di casa e andare a dare una controllata. In Inghilterra c’è la legge marziale. Non ci vanno leggeri con chi vìola le regole». «Santo cielo… Mi dispiace». «Già. Non so proprio cos’altro fare. Le abbiamo provate tutte con mia moglie. Non ci resta che aspettare». «Ha provato a chiamare alla Farnesina?». Mi pentii subito di quella domanda. Era ovvio che ci avesse provato. Chissà quante volte. «Sì, ma l’unica volta che sono riuscito a parlare con qualcuno mi hanno detto che sono migliaia i connazionali in questa situazione. Mi hanno consigliato di aspettare, che nemmeno loro potevano farci nulla… È finita la stagione delle certezze». Finii la sigaretta e la spensi in un vecchio vaso posato per terra. «Scusami se ti ho rattristato» disse. «Ma si figuri. Mi dispiace davvero per sua figlia». «Mi spiace che tu non riesca a tornare a casa. Immagino come si possano sentire i tuoi genitori». «Sì, vorrebbero che rientrassi. Loro sono anziani. Non possono viaggiare… Ho paura per loro» ammisi. Lo vidi annuire. «Torno giù. Grazie per le chiacchiere. Magari ci si rivede quassù. Spero che sua figlia stia bene. Ho sentito che in alcune zone internet e i cellulari non funzionano più. Magari si tratta di quello». «Sì, può essere. Grazie anche a te. Buonanotte». «Buonanotte».
La notte seguente tornai a fumare sul tetto. Lo sconosciuto non c’era. Avevo pensato spesso quel giorno a lui e a sua figlia. Era come se avesse dato carne e forma alle preoccupazioni dei miei genitori. A metà serata i cellulari degli inquilini avevano perso contemporaneamente il segnale. Anche internet non funzionava più. Avevo sentito dire a qualcuno del palazzo che anche quella era una misura del governo, oltre al nuovo coprifuoco che era stato anticipato alle sei di sera. Mi strinsi Amelia al petto e mi accesi l’ultima Camel che potevo permettermi quella settimana. Dovevo iniziare a razionarle, dopo che anche i tabacchini erano stati costretti a chiudere a giorni alterni e le scorte di tabacco stavano finendo. Davanti a me si spalancava l’eternità della notte. “Come diavolo farò a tornare a casa?” domandai al firmamento. Quando terminai la cicca e mi chinai per spegnere il mozzicone nel vecchio vaso, mi accorsi che dietro la pianta c’era una busta. La presi in mano. Qualcuno vi aveva appuntato un biglietto su cui c’era scritta solo una parola: Cabras. La aprii e ci trovai quattro pacchetti di sigarette intonsi, due accendini, un lasciapassare in bianco con tanto di firma del Prefetto, (probabilmente acquistato al mercato nero), e una busta da lettere bianca con dentro duecentotrenta euro in contanti. Su un pezzetto di carta, in una grafia nervosa, si leggeva: “Buon ritorno a casa. Non lasciare soli i tuoi genitori. Hanno bisogno di te. In bocca al lupo. PS. Appena puoi, fatti un bagno a Funtana Meiga anche per me”. Nessuna firma. Scoppiai a piangere come non mi accadeva da anni. Il giorno dopo, munita di mascherina e guanti, chiesi agli altri inquilini se conoscessero la persona con cui avevo parlato due notti prima. Dalle mie descrizioni risalirono a un signore distinto e mi indicarono la sua casa, al secondo piano. Quando mi ci recai, però, mi accorsi subito che non c’era nessuno. Bussai, ma niente.
Neppure quella notte incontrai l’uomo sul tetto, e nemmeno quella dopo, e quella successiva… Tre settimane più tardi, i contagi presero a diminuire per poi fermarsi. Ne approfittai e presi il primo treno disponibile per Genova. Il piano era di aspettare il primo traghetto utile che mi avrebbe riportato a casa. Non fu facile convincere Amelia ad abbandonare il palazzo, ma alla fine mi seguì. Soltanto un anno dopo scoprii che lo sconosciuto aveva violato il coprifuoco la notte stessa della nostra conversazione, insieme alla moglie. Non so come, ma era riuscito ad arrivare in Svizzera e da lì a prendere un volo per la Scozia. Aveva impiegato una settimana a raggiungere Londra. Quando aveva forzato la porta dell’appartamento di sua figlia, l’aveva trovata morta di stenti da più di una settimana. Ho spedito diverse lettere al suo indirizzo milanese, per ringraziarlo e per fargli le mie condoglianze, ma non ho mai avuto risposta. Credo che non sia più tornato a Milano. Io, invece, non ho più lasciato Cabras. Cammino spesso sulla battigia di Funtana Meiga come a voler onorare il buon cuore di quell’uomo. Ogni notte continuo a fumare sul tetto di casa, Amelia stretta tra le mie braccia. Solo che non vedo più i grattacieli. Ma il mare.
Una notte, quando mi recai sul tetto, mi resi conto che c’era già una persona che aveva avuto la mia stessa idea. Era un uomo. Un signore sui sessanta. Non l’avevo mai visto prima, il che non era poi così bizzarro. In quel palazzo c’erano cinquanta appartamenti, e ci vivevo ormai da quasi quattro anni. Malgrado ciò, conoscevo giusto una dozzina di inquilini. Ognuno di noi era talmente preso dai propri impegni e dall’inseguire le proprie cose, che a stento ci si guardava negli occhi quando ci si incrociava sui ballatoi o nelle scale, figurarsi salutarsi o presentarsi l’uno con l’altro. Gli feci un cenno di saluto e accesi la mia cicca, amareggiata dal fatto che quello sconosciuto avesse mandato all’aria la mia liturgia notturna. Carezzai Amelia, che si era accoccolata sulla balaustra vicino a me, e fissai il baluginio delle luci di Milano, ignorando l’uomo che fumava a tre o quattro metri da me. «È la gatta della signora Schiavazzi?», chiese dopo qualche minuto, accendendosi un’altra siga. «Sì. Lei è morta, poverina». «Lo so. Ho visto quando sono venuti per portarla via». Non sapevo cos’altro aggiungere, così annuii e ripresi a fissare il cielo gremito di astri. «Da quando è iniziato questo delirio il cielo è più terso, ci hai fatto caso? Prima non si vedevano tutte queste stelle». Ci prestai attenzione. Aveva ragione. Più le fissavi e più pareva che ne gemmassero. «Anche l’aria è più leggera. Si respira meglio» dissi, percependo - forse per la prima volta da quanto mi ero trasferita lì -, l’odore fresco della notte che mi frizzava nel naso. «Non sei di Milano» disse. La sua era una constatazione. Cinque anni fuori dalla Sardegna non erano riusciti ad addolcire il mio accento. «No. Cabras, vicino a Oristano. Sardegna». L’uomo annuì. Gli occhi gli sorridevano, come se fosse perso in un bel ricordo. «Sono stato a San Giovanni di Sinis e Tharros. Mai visto un luogo altrettanto bello come la tua isola… Studi qui?». «Sì». «Come mai non sei tornata giù?». «Me ne sarei dovuta andare quando ancora c’era la possibilità di farlo. Ora è un gran casino. Non è detto che riesca ad arrivare a destinazione. Non è più possibile prenotare dei voli. E sono rimasta anche senza soldi, a dire la verità. Come se non bastasse, i bancomat sono tutti a secco… Prima bastava un aereo per tornare giù. Ora invece mi sembra quasi un sogno poter tornare a casa».
L’uomo annuì, ben consapevole di quella verità. Negli ultimi giorni la conta dei morti e dei contagiati si era alzata ancora, tanto che il governo aveva inasprito ulteriormente le restrizioni. Molti ospedali erano diventati focolai di contagio ed erano stati chiusi in via precauzionale. Supermercati e farmacie aprivano solo a giorni alterni, e non sollevavano le saracinesche nei weekend. Poste e banche avevano chiesto e ottenuto di sospendere il servizio. I mezzi pubblici idem, così come le autostrade. Le uniche auto che si vedevano in giro erano quelle delle forze dell’ordine. Per spostarsi rimanevano un pugno di treni regionali, ma il fatto che partissero e arrivassero a destinazione era tutt’altro che scontato. I militari per le strade si stavano facendo sempre più nervosi, e la polizia aveva iniziato ad arrestare chi trovava in giro senza giusta causa, dato che le sanzioni pecuniarie non sortivano alcun effetto intimidatorio. «Avresti dovuto farlo prima. Ora è troppo pericoloso» disse, scrollandomi dall’incantamento. «Lo so. Un mio collega di università ci ha provato, ed è stato arrestato. Ma è pericoloso anche stare qui. La situazione non fa che peggiorare… Posso farle una domanda?». «Dopo tutte quelle che ti ho fatto io, ci mancherebbe. Dimmi». «Ma anche lei sta fumando più di prima?». L’uomo sbuffò. «Ci puoi giurare. Quasi il doppio, a seconda dei giorni». «Almeno non sono la sola». Per qualche minuto rimanemmo in silenzio, sospesi nella densità liquorosa della notte e nelle nostre inquietudini. «Vieni qui tutte le sere?» domandò. «Sì. Anche qualche mattina o pomeriggio, quando sono a un soffio da accoltellare la mia coinquilina, il che accade piuttosto spesso. È una di quelle fissate con le buffonate su alieni e complotti occulti». Riuscii a farlo sorridere. «Una scimpra» disse in un sardo stentato. Scoppiai a ridere. «Esattamente… E lei?». «Sì. Anch’io vengo spesso quassù. Soprattutto quando non riesco a dormire. E ultimamente la cosa sta diventando un’abitudine, ahimè». «Come mai? Se posso chiedere…». «Certo che puoi. Mia figlia. Ha più o meno la tua età. Vive a Londra. Lavora come infermiera in un grosso ospedale. Lì le cose sono addirittura peggio che qui. Fatto sta che ho cercato di farla tornare in tutti i modi. Sai che hanno chiuso quasi tutti i voli, no? Una settimana fa, per miracolo, sono riuscito a trovarle un posto in un charter… Ma all’aeroporto le hanno misurato la febbre e l’hanno rispedita indietro, bollandola come PI». PI, Probable Infected, una parola che ormai era entrata nel vocabolario comune. «Merda. Se l’è beccato?». «Sì, temo proprio di sì. L’hanno allontanata dal lavoro, e messa in isolamento a casa. Il punto è che da circa tre giorni non riesco più a contattarla».
Rimasi in silenzio, senza parole. «Il cellulare è come se fosse staccato, e tutti i pochi contatti che ho dei suoi amici o hanno i telefonini staccati, oppure mi dicono che non possono uscire di casa e andare a dare una controllata. In Inghilterra c’è la legge marziale. Non ci vanno leggeri con chi vìola le regole». «Santo cielo… Mi dispiace». «Già. Non so proprio cos’altro fare. Le abbiamo provate tutte con mia moglie. Non ci resta che aspettare». «Ha provato a chiamare alla Farnesina?». Mi pentii subito di quella domanda. Era ovvio che ci avesse provato. Chissà quante volte. «Sì, ma l’unica volta che sono riuscito a parlare con qualcuno mi hanno detto che sono migliaia i connazionali in questa situazione. Mi hanno consigliato di aspettare, che nemmeno loro potevano farci nulla… È finita la stagione delle certezze». Finii la sigaretta e la spensi in un vecchio vaso posato per terra. «Scusami se ti ho rattristato» disse. «Ma si figuri. Mi dispiace davvero per sua figlia». «Mi spiace che tu non riesca a tornare a casa. Immagino come si possano sentire i tuoi genitori». «Sì, vorrebbero che rientrassi. Loro sono anziani. Non possono viaggiare… Ho paura per loro» ammisi. Lo vidi annuire. «Torno giù. Grazie per le chiacchiere. Magari ci si rivede quassù. Spero che sua figlia stia bene. Ho sentito che in alcune zone internet e i cellulari non funzionano più. Magari si tratta di quello». «Sì, può essere. Grazie anche a te. Buonanotte». «Buonanotte».
La notte seguente tornai a fumare sul tetto. Lo sconosciuto non c’era. Avevo pensato spesso quel giorno a lui e a sua figlia. Era come se avesse dato carne e forma alle preoccupazioni dei miei genitori. A metà serata i cellulari degli inquilini avevano perso contemporaneamente il segnale. Anche internet non funzionava più. Avevo sentito dire a qualcuno del palazzo che anche quella era una misura del governo, oltre al nuovo coprifuoco che era stato anticipato alle sei di sera. Mi strinsi Amelia al petto e mi accesi l’ultima Camel che potevo permettermi quella settimana. Dovevo iniziare a razionarle, dopo che anche i tabacchini erano stati costretti a chiudere a giorni alterni e le scorte di tabacco stavano finendo. Davanti a me si spalancava l’eternità della notte. “Come diavolo farò a tornare a casa?” domandai al firmamento. Quando terminai la cicca e mi chinai per spegnere il mozzicone nel vecchio vaso, mi accorsi che dietro la pianta c’era una busta. La presi in mano. Qualcuno vi aveva appuntato un biglietto su cui c’era scritta solo una parola: Cabras. La aprii e ci trovai quattro pacchetti di sigarette intonsi, due accendini, un lasciapassare in bianco con tanto di firma del Prefetto, (probabilmente acquistato al mercato nero), e una busta da lettere bianca con dentro duecentotrenta euro in contanti. Su un pezzetto di carta, in una grafia nervosa, si leggeva: “Buon ritorno a casa. Non lasciare soli i tuoi genitori. Hanno bisogno di te. In bocca al lupo. PS. Appena puoi, fatti un bagno a Funtana Meiga anche per me”. Nessuna firma. Scoppiai a piangere come non mi accadeva da anni. Il giorno dopo, munita di mascherina e guanti, chiesi agli altri inquilini se conoscessero la persona con cui avevo parlato due notti prima. Dalle mie descrizioni risalirono a un signore distinto e mi indicarono la sua casa, al secondo piano. Quando mi ci recai, però, mi accorsi subito che non c’era nessuno. Bussai, ma niente.
Neppure quella notte incontrai l’uomo sul tetto, e nemmeno quella dopo, e quella successiva… Tre settimane più tardi, i contagi presero a diminuire per poi fermarsi. Ne approfittai e presi il primo treno disponibile per Genova. Il piano era di aspettare il primo traghetto utile che mi avrebbe riportato a casa. Non fu facile convincere Amelia ad abbandonare il palazzo, ma alla fine mi seguì. Soltanto un anno dopo scoprii che lo sconosciuto aveva violato il coprifuoco la notte stessa della nostra conversazione, insieme alla moglie. Non so come, ma era riuscito ad arrivare in Svizzera e da lì a prendere un volo per la Scozia. Aveva impiegato una settimana a raggiungere Londra. Quando aveva forzato la porta dell’appartamento di sua figlia, l’aveva trovata morta di stenti da più di una settimana. Ho spedito diverse lettere al suo indirizzo milanese, per ringraziarlo e per fargli le mie condoglianze, ma non ho mai avuto risposta. Credo che non sia più tornato a Milano. Io, invece, non ho più lasciato Cabras. Cammino spesso sulla battigia di Funtana Meiga come a voler onorare il buon cuore di quell’uomo. Ogni notte continuo a fumare sul tetto di casa, Amelia stretta tra le mie braccia. Solo che non vedo più i grattacieli. Ma il mare.
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