Tutti a casa in serenità con i racconti fantastici
di CRISTINA LAVINIO *
Ritrovarsi insieme, piccoli e adulti, può farci riscoprire il piacere della lettura
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Tempi di coronavirus. La Nuova Sardegna annuncia l’uscita settimanale di dieci volumi di Fiabe di Sardegna e può essere utile e rilassante per tutti, grandi e piccini, tornare al mondo magico delle fiabe, quel mondo dove in genere tutte le cose tornano a posto, le ingiustizie trovano rimedio, i cattivi vengono puniti e i buoni premiati, dove si parte da una situazione di sofferenza o di miseria, da una mancanza, da un disagio e, grazie a un aiutante magico come una fata benefica, un folletto o un mago, si riesce a riacquistare salute e felicità, a trovare tesori nascosti, o a trovare l’acqua che fa guarire dalle malattie o che fa addirittura resuscitare i morti.
Tutte le fiabe, in tutto il mondo, si assomigliano. C’è stato chi, come il russo Vladimir Propp, ne ha messo in luce la struttura sempre uguale, al di là delle tante differenze di superficie. C’è stato chi, come il finlandese Antti Aarne con lo statunitense Stith Thompson, ha redatto un indice internazionale dei temi e motivi che nelle fiabe si ripetono o possono ripetersi al di là delle differenze culturali e linguistiche tra un paese e l’altro. E c’è stato chi, come il francese Claude Brémond, ha paragonato tali motivi alle tante tessere che si possono avere a disposizione per comporre un mosaico: basta combinarle in modo differente per ottenere un numero illimitato di disegni sempre diversi. È l’eterna combinatoria degli ingredienti fondamentali dei racconti in genere, che può essere sfruttata sia da scrittori raffinati (come ha fatto ad esempio Italo Calvino nel suo Il castello dei destini incrociati), sia dai narratori orali e popolari tradizionali, che narravano quando, soprattutto nel mondo contadino e senza TV di un tempo, si stava intorno al focolare nelle lunghe sere d’inverno o sulla soglia di casa, in riunioni di vicinato, nella bella stagione.
E le fiabe, anche se di origine orale, hanno preso a circolare nella scrittura anche grazie alla rielaborazione o vera e propria invenzione fattane da grandi scrittori come Perrault, i fratelli Grimm, Andersen… E magari dalla scrittura, in un eterno movimento di arricchimento reciproco, sono rimbalzate nuovamente nel circuito orale. Per l’Italia, si devono citare le Fiabe italiane pubblicate nel 1956 da Italo Calvino, che tradusse duecento fiabe dai diversi dialetti, ricavandole dalle raccolte più varie, contaminandole e riscrivendole da par suo, aggiungendoci pennellate sottilmente ironiche e divertite e, nello stesso tempo, lasciando qua e là qualche espressione locale, in modo da conservare così il colore linguistico e ambientale delle varie regioni. Calvino dichiarava poi, per ogni fiaba, la fonte o le fonti utilizzate e il tipo di operazione fatta sulla versione originaria, ampliandola se troppo breve oppure scorciandola se troppo lunga, facendo di più fiabe una sola o viceversa ricavando da una sola testi diversi, e così via. E corredava il volume di una importante introduzione, utilissima da leggere per chiunque si voglia addentrare con più consapevolezza nel mondo delle fiabe, un mondo affascinante, universale e insieme ‘arredato’ con oggetti, costumi, detti e parole anche molto locali. Un mondo che autorizza ciascuno, al di là della maggiore o minore fedeltà filologica alle fonti usate, a porsi con i propri gusti e le proprie scelte, facendosi narratore, entro la catena ininterrotta dei tanti narratori che ripetono e insieme creano e ricreano la magia di questi magici racconti.
Erano però solo sette le fiabe sarde riscritte da Calvino, a cui sembrava che il patrimonio narrativo isolano fosse meno ricco di quello di altre regioni e fosse «triste» e «magro, senza comunicativa», benché attraversato da «una lama d’ironia». Ricavava tre di queste fiabe dalle Leggende e tradizioni di Sardegna di Gino Bottiglioni (in un caso guardando anche a una versione di Filippo Valla), due da quelle allora ancora inedite di Francesco Loriga, una dalle Novelline popolari sarde di Francesco Mango e una da Pietro Lutzu. Certo, quando Calvino scriveva le sue fiabe, erano ancora di là da venire le ampie ricerche sulla narrativa popolare in Sardegna promosse da Alberto Cirese per la Discoteca di Stato e la pubblicazione di varie raccolte di fiabe e leggende sarde da parte di molti autori o studiosi tra cui Chiarella Rapallo e Enrica Delitala. Quest’ultima solo nel 1999 ha dato alle stampe l’ampio corpus di novelline raccolte in Sardegna a fine Ottocento e depositate manoscritte nel “Fondo Comparetti”. Dunque, rispetto a quello amplissimo e ben più noto di altre regioni, a Calvino doveva davvero sembrare scarno il patrimonio narrativo nostrano. Né si era accorto che anche Grazia Deledda aveva raccolto e in parte pubblicato varie fiabe e leggende sarde. La scrittrice preferiva le leggende alle fiabe perché più legate alla realtà di un’isola che voleva raccontare all’esterno e spiegava la straordinaria frequenza delle storie di tesori nascosti con la miseria diffusa da cui i sardi desideravano uscire. Lei stessa scrisse varie fiabe e sviluppò una narrativa ampiamente debitrice del fiabesco. Scrisse persino alcune storie imperniate su Giufà, la tipica figura dello sciocco ben nota in tutta l’area mediterranea, facendone però, in modo strano e originale, un cinesino che finisce persino per fare carriera e diventare Mandarino… Se sono dunque più che legittime queste continue trasformazioni e variazioni di testi e personaggi fiabeschi, è legittima anche l’operazione di riscrittura redazionale di fiabe sarde che “La Nuova Sardegna” propone ai suoi lettori raccogliendone almeno una cinquantina in dieci volumi splendidamente illustrati. Non sono indicate le fonti usate, ma la Sardegna si intravede soprattutto nell’onomastica, con protagonisti di nome Craixedda, Franziscu, Antiogu ecc., che si muovono in zone a noi familiari e dove soffiano venti ben noti, oppure nella comparsa di figure mostruose (come la “mamma del pozzo”), che rinviano a credenze e paure ampiamente diffuse da queste parti e nel mondo tradizionale, dove erano usate come spauracchio perché i bambini non si comportassero pericolosamente (sporgendosi troppo, per esempio, sul bordo dei pozzi che non mancavano nei cortili di molte case). E queste fiabe piaceranno sicuramente ai bambini, ma anche a molti adulti che potranno usarle come punto di partenza per scavare di più e meglio nel mondo delle fiabe in generale e di quelle sarde in particolare.
*Università di Cagliari
Tutte le fiabe, in tutto il mondo, si assomigliano. C’è stato chi, come il russo Vladimir Propp, ne ha messo in luce la struttura sempre uguale, al di là delle tante differenze di superficie. C’è stato chi, come il finlandese Antti Aarne con lo statunitense Stith Thompson, ha redatto un indice internazionale dei temi e motivi che nelle fiabe si ripetono o possono ripetersi al di là delle differenze culturali e linguistiche tra un paese e l’altro. E c’è stato chi, come il francese Claude Brémond, ha paragonato tali motivi alle tante tessere che si possono avere a disposizione per comporre un mosaico: basta combinarle in modo differente per ottenere un numero illimitato di disegni sempre diversi. È l’eterna combinatoria degli ingredienti fondamentali dei racconti in genere, che può essere sfruttata sia da scrittori raffinati (come ha fatto ad esempio Italo Calvino nel suo Il castello dei destini incrociati), sia dai narratori orali e popolari tradizionali, che narravano quando, soprattutto nel mondo contadino e senza TV di un tempo, si stava intorno al focolare nelle lunghe sere d’inverno o sulla soglia di casa, in riunioni di vicinato, nella bella stagione.
E le fiabe, anche se di origine orale, hanno preso a circolare nella scrittura anche grazie alla rielaborazione o vera e propria invenzione fattane da grandi scrittori come Perrault, i fratelli Grimm, Andersen… E magari dalla scrittura, in un eterno movimento di arricchimento reciproco, sono rimbalzate nuovamente nel circuito orale. Per l’Italia, si devono citare le Fiabe italiane pubblicate nel 1956 da Italo Calvino, che tradusse duecento fiabe dai diversi dialetti, ricavandole dalle raccolte più varie, contaminandole e riscrivendole da par suo, aggiungendoci pennellate sottilmente ironiche e divertite e, nello stesso tempo, lasciando qua e là qualche espressione locale, in modo da conservare così il colore linguistico e ambientale delle varie regioni. Calvino dichiarava poi, per ogni fiaba, la fonte o le fonti utilizzate e il tipo di operazione fatta sulla versione originaria, ampliandola se troppo breve oppure scorciandola se troppo lunga, facendo di più fiabe una sola o viceversa ricavando da una sola testi diversi, e così via. E corredava il volume di una importante introduzione, utilissima da leggere per chiunque si voglia addentrare con più consapevolezza nel mondo delle fiabe, un mondo affascinante, universale e insieme ‘arredato’ con oggetti, costumi, detti e parole anche molto locali. Un mondo che autorizza ciascuno, al di là della maggiore o minore fedeltà filologica alle fonti usate, a porsi con i propri gusti e le proprie scelte, facendosi narratore, entro la catena ininterrotta dei tanti narratori che ripetono e insieme creano e ricreano la magia di questi magici racconti.
Erano però solo sette le fiabe sarde riscritte da Calvino, a cui sembrava che il patrimonio narrativo isolano fosse meno ricco di quello di altre regioni e fosse «triste» e «magro, senza comunicativa», benché attraversato da «una lama d’ironia». Ricavava tre di queste fiabe dalle Leggende e tradizioni di Sardegna di Gino Bottiglioni (in un caso guardando anche a una versione di Filippo Valla), due da quelle allora ancora inedite di Francesco Loriga, una dalle Novelline popolari sarde di Francesco Mango e una da Pietro Lutzu. Certo, quando Calvino scriveva le sue fiabe, erano ancora di là da venire le ampie ricerche sulla narrativa popolare in Sardegna promosse da Alberto Cirese per la Discoteca di Stato e la pubblicazione di varie raccolte di fiabe e leggende sarde da parte di molti autori o studiosi tra cui Chiarella Rapallo e Enrica Delitala. Quest’ultima solo nel 1999 ha dato alle stampe l’ampio corpus di novelline raccolte in Sardegna a fine Ottocento e depositate manoscritte nel “Fondo Comparetti”. Dunque, rispetto a quello amplissimo e ben più noto di altre regioni, a Calvino doveva davvero sembrare scarno il patrimonio narrativo nostrano. Né si era accorto che anche Grazia Deledda aveva raccolto e in parte pubblicato varie fiabe e leggende sarde. La scrittrice preferiva le leggende alle fiabe perché più legate alla realtà di un’isola che voleva raccontare all’esterno e spiegava la straordinaria frequenza delle storie di tesori nascosti con la miseria diffusa da cui i sardi desideravano uscire. Lei stessa scrisse varie fiabe e sviluppò una narrativa ampiamente debitrice del fiabesco. Scrisse persino alcune storie imperniate su Giufà, la tipica figura dello sciocco ben nota in tutta l’area mediterranea, facendone però, in modo strano e originale, un cinesino che finisce persino per fare carriera e diventare Mandarino… Se sono dunque più che legittime queste continue trasformazioni e variazioni di testi e personaggi fiabeschi, è legittima anche l’operazione di riscrittura redazionale di fiabe sarde che “La Nuova Sardegna” propone ai suoi lettori raccogliendone almeno una cinquantina in dieci volumi splendidamente illustrati. Non sono indicate le fonti usate, ma la Sardegna si intravede soprattutto nell’onomastica, con protagonisti di nome Craixedda, Franziscu, Antiogu ecc., che si muovono in zone a noi familiari e dove soffiano venti ben noti, oppure nella comparsa di figure mostruose (come la “mamma del pozzo”), che rinviano a credenze e paure ampiamente diffuse da queste parti e nel mondo tradizionale, dove erano usate come spauracchio perché i bambini non si comportassero pericolosamente (sporgendosi troppo, per esempio, sul bordo dei pozzi che non mancavano nei cortili di molte case). E queste fiabe piaceranno sicuramente ai bambini, ma anche a molti adulti che potranno usarle come punto di partenza per scavare di più e meglio nel mondo delle fiabe in generale e di quelle sarde in particolare.
*Università di Cagliari
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