Il “distanziamento sociale” come unica salvezza: storia dei lazzaretti sardi
Sandro Roggio
Solo imporre la quarantena alle imbarcazioni poteva ostacolare i contagi. Nel primo 700 strutture adatte furono costruite a Cagliari, Alghero e l’Asinara
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SASSARI. L’isolamento – “distanziamento sociale” nelle disposizioni di queste settimane – è stato a lungo il solo antidoto alle epidemie. Non c’era nient’altro da fare nell’attesa di capirci qualcosa della diffusione di terribili malattie che sterminavano popolazioni, cambiando spesso il corso della storia.
Ad altri rimedi si è arrivati poco a poco, grazie a ricerche svolte sulla spinta del movimento igienista nel primo Ottocento specialmente in Inghilterra, grazie tra gli altri a Edwin Chadwick che sollecitava la istituzione di servizi di igiene pubblica, e a Friedrich Engels sostenitore di provvedimenti per la salute in quanto valore sociale e diritto dei lavoratori.
La rivoluzione dell’igiene.
Qualche vera schiarita, dopo importanti intuizioni soltanto alla fine dell’Ottocento. Nel frattempo l’isolamento, precauzione intuita contando i morti. La più logica profilassi: evitare contatti con i sospetti ammalati, specie di dubbia provenienza. Starne lontani, confinandoli, appunto. E badando scrupolosamente ad ogni arrivo di carovane-vascelli- soldataglie.
Una sorveglianza dagli esiti incerti: nonostante si viaggiasse poco, specie sulle lunghe distanze. Figurarsi le difficoltà con l’incremento della mobilità di persone e di merci per via di mezzi sempre più veloci. E grazie alla realizzazione di nuove strade, e di porti più sicuri ed accoglienti: le infrastrutture della globalizzazione esordiente, su cui i mercati facevano affidamento, (e quando nazioni e città non davano tutte le notizie su epidemie in corso, per paura che impedissero i commerci).
Contagi dal mare.
Le quarantene erano disposte già nel XIV secolo e disciplinate con più accortezze dal Settecento. Le malattie arrivavano spesso dal mare, ed esponevano al rischio di contagio anzitutto gli abitanti in prossimità degli approdi. Dove l’allarme scattava ogni volta che si avvistava un’imbarcazione ignota i controlli erano delegati ad autorità obbligate a intervenire tempestivamente.
La Deputazione di sanità sarda. Fra Tre e Quattrocento, Venezia, Genova, Marsiglia impegnavano molte risorse per intercettare gli appestati e rinchiuderli in speciali edifici.
In un libro di Giuseppe Dodero si racconta dei tre lazzaretti in Sardegna (Asinara, Alghero e Cagliari), e si spiega la funzione della “Deputazione di Sanità”, incaricata, agli esordi del XVIII secolo, di accertare soprattutto l’assenza di malati su imbarcazioni in arrivo. Imponendo ai capitani di avvicinarsi alle rive con la propria scialuppa, e di deporre per terra «la patente di sanità, assicurandola con un sasso perché il vento non la portasse via». Quindi il deputato prendeva la patente con le pinze per leggere il contenuto. Accertamento preliminare alla decisione sulla eventuale contumacia nei lazzaretti, più carceri che ospedali. E dai quali non tutti uscivano vivi.
Gratuità e salubrità.
Le attrezzature destinate alla quarantena e al deposito delle merci erano ubicate a distanza dagli abitati, preferibilmente nelle piccole isole, anche artificiali. Della realizzazione di lazzaretti, spesso poco più che recenti si sono occupati anche bravi architetti (Luigi Vanvitelli ha progettato quello imponente di Ancona). Poi nel secolo dei Lumi i buoni consigli di Francesco Milizia (1725- 1798). Il grande studioso ha teorizzato – nel saggio “Principj di architettura civile” (1781) – i caratteri di gratuità, salubrità, amenità dei lazzaretti (ai quali ha dedicato un paragrafo). Pericolosi– ammoniva – se a pagamento e inospitali. Temeva, a ragione, che il disagio potesse spingere i reclusi «a deluder la vigilanza, e sottrarsi dal dispendio, e da una specie di prigione». Raccomandava con lungimiranza di rendere tollerabile la cattività spesso prolungata oltre le previsioni. Da qui i progetti di edifici adeguati alle tesi più evolute, come dimostra il disegno (1811) di Vittorio Pilo Boyl per il rimodernamento del lazzaretto di Sant’Elia a Cagliari (custodito nell’Archivio di Stato di Torino).
Credo che dobbiamo a questa idea di segregazione rigorosa e non afflittiva, la salvezza di chissà quante vite e quindi, almeno in parte, il nostro progresso.
Contagi e contagiabli oggi.
In questi giorni viviamo essenzialmente in abitazioni private. Ogni città si è dovuta organizzare per regolare l’uso dei luoghi pubblici proprio per assicurare la distanza tra i suoi abitanti, tutti potenzialmente contagiosi e contagiabili. Sulla conduzione degli antichi lazzaretti c’è letteratura, ma non sappiamo molto della vita in quegli spazi infelici e sicuramente carenti.
Siamo però certi della loro modernità, pensando che al momento la nostra principale arma contro il virus è, come allora, la quarantena dai tempi incerti.
©RIPRODUZIONE
RISERVATA
Ad altri rimedi si è arrivati poco a poco, grazie a ricerche svolte sulla spinta del movimento igienista nel primo Ottocento specialmente in Inghilterra, grazie tra gli altri a Edwin Chadwick che sollecitava la istituzione di servizi di igiene pubblica, e a Friedrich Engels sostenitore di provvedimenti per la salute in quanto valore sociale e diritto dei lavoratori.
La rivoluzione dell’igiene.
Qualche vera schiarita, dopo importanti intuizioni soltanto alla fine dell’Ottocento. Nel frattempo l’isolamento, precauzione intuita contando i morti. La più logica profilassi: evitare contatti con i sospetti ammalati, specie di dubbia provenienza. Starne lontani, confinandoli, appunto. E badando scrupolosamente ad ogni arrivo di carovane-vascelli- soldataglie.
Una sorveglianza dagli esiti incerti: nonostante si viaggiasse poco, specie sulle lunghe distanze. Figurarsi le difficoltà con l’incremento della mobilità di persone e di merci per via di mezzi sempre più veloci. E grazie alla realizzazione di nuove strade, e di porti più sicuri ed accoglienti: le infrastrutture della globalizzazione esordiente, su cui i mercati facevano affidamento, (e quando nazioni e città non davano tutte le notizie su epidemie in corso, per paura che impedissero i commerci).
Contagi dal mare.
Le quarantene erano disposte già nel XIV secolo e disciplinate con più accortezze dal Settecento. Le malattie arrivavano spesso dal mare, ed esponevano al rischio di contagio anzitutto gli abitanti in prossimità degli approdi. Dove l’allarme scattava ogni volta che si avvistava un’imbarcazione ignota i controlli erano delegati ad autorità obbligate a intervenire tempestivamente.
La Deputazione di sanità sarda. Fra Tre e Quattrocento, Venezia, Genova, Marsiglia impegnavano molte risorse per intercettare gli appestati e rinchiuderli in speciali edifici.
In un libro di Giuseppe Dodero si racconta dei tre lazzaretti in Sardegna (Asinara, Alghero e Cagliari), e si spiega la funzione della “Deputazione di Sanità”, incaricata, agli esordi del XVIII secolo, di accertare soprattutto l’assenza di malati su imbarcazioni in arrivo. Imponendo ai capitani di avvicinarsi alle rive con la propria scialuppa, e di deporre per terra «la patente di sanità, assicurandola con un sasso perché il vento non la portasse via». Quindi il deputato prendeva la patente con le pinze per leggere il contenuto. Accertamento preliminare alla decisione sulla eventuale contumacia nei lazzaretti, più carceri che ospedali. E dai quali non tutti uscivano vivi.
Gratuità e salubrità.
Le attrezzature destinate alla quarantena e al deposito delle merci erano ubicate a distanza dagli abitati, preferibilmente nelle piccole isole, anche artificiali. Della realizzazione di lazzaretti, spesso poco più che recenti si sono occupati anche bravi architetti (Luigi Vanvitelli ha progettato quello imponente di Ancona). Poi nel secolo dei Lumi i buoni consigli di Francesco Milizia (1725- 1798). Il grande studioso ha teorizzato – nel saggio “Principj di architettura civile” (1781) – i caratteri di gratuità, salubrità, amenità dei lazzaretti (ai quali ha dedicato un paragrafo). Pericolosi– ammoniva – se a pagamento e inospitali. Temeva, a ragione, che il disagio potesse spingere i reclusi «a deluder la vigilanza, e sottrarsi dal dispendio, e da una specie di prigione». Raccomandava con lungimiranza di rendere tollerabile la cattività spesso prolungata oltre le previsioni. Da qui i progetti di edifici adeguati alle tesi più evolute, come dimostra il disegno (1811) di Vittorio Pilo Boyl per il rimodernamento del lazzaretto di Sant’Elia a Cagliari (custodito nell’Archivio di Stato di Torino).
Credo che dobbiamo a questa idea di segregazione rigorosa e non afflittiva, la salvezza di chissà quante vite e quindi, almeno in parte, il nostro progresso.
Contagi e contagiabli oggi.
In questi giorni viviamo essenzialmente in abitazioni private. Ogni città si è dovuta organizzare per regolare l’uso dei luoghi pubblici proprio per assicurare la distanza tra i suoi abitanti, tutti potenzialmente contagiosi e contagiabili. Sulla conduzione degli antichi lazzaretti c’è letteratura, ma non sappiamo molto della vita in quegli spazi infelici e sicuramente carenti.
Siamo però certi della loro modernità, pensando che al momento la nostra principale arma contro il virus è, come allora, la quarantena dai tempi incerti.
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