«L’Europa? Sconta il gap tecnologico con Stati Uniti e Cina»
di SALVATORE MURA
Le potenze del capitalismo politico nel saggio di Aresu Il futuro economico scrutato partendo dai classici
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Concentrati sulla critica al 40 per cento della classe dirigente italiana che non legge neanche un libro all’anno, trascuriamo troppo spesso di tenere conto di quella parte minoritaria che legge molto e scrive libri importanti. Ora più che mai è il caso di considerare anche i segnali incoraggianti.
Classe 1983, nato a Cagliari, Alessandro Aresu è capo della segreteria tecnica del ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano, direttore scientifico della Scuola di politiche fondata da Enrico Letta e consigliere scientifico di «Limes». È un servitore dello Stato disponibile all’ascolto, ha molteplici curiosità culturali, è empatico. Non è un caso che abbia già lavorato in diverse alte istituzioni del nostro Paese: è stato consulente e consigliere, fra l’altro, alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al ministero dell’Economia, al ministero degli Esteri. In tempi “normali” il suo ultimo libro, “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina” (La nave di Teseo, collana Krisis diretta da Massimo Cacciari e Natalino Irti), avrebbe animato molte iniziative e suscitato un significativo dibattito. È un volume interessante e vivace, che si inserisce a pieno nell’attualità, scruta il futuro ma si basa soprattutto sulla rilettura dei classici del pensiero politico-economico. La frase su cui ruota l’intera riflessione è di Adam Smith e risale al 1776: «La difesa è molto più importante della ricchezza». L’episodio accattivante, che trattiene il lettore sin dalle prime pagine, ha come oggetto proprio Smith.
Il primo ministro cinese Wen Jiabao concede un’intervista pochi giorni dopo la bancarotta di Lehman Brothers in cui lega il successo della Cina non a Mao né a Marx, ma a Smith. Il socialismo può anche praticare l’economia di mercato? L’intervistatore la considera una contraddizione, e obietta: o mercato o pianificazione centrale. Le due scelte sono alternative. Il politico cinese, però, non è d’accordo, e spiega: «Se ha familiarità con le classiche opere di Adam Smith, saprà che ci sono due testi famosi. Il primo è “La ricchezza delle nazioni”, l’altro è il testo sulla morale e sull’etica. La ricchezza delle nazioni si occupa maggiormente della mano invisibile, le forze del mercato. L’altro libro si occupa di uguaglianza sociale e di giustizia e in esso si sottolinea l’importanza della regolazione del governo per distribuire la ricchezza tra la gente».
Aresu è più affascinato dalla lettura “cinese” di Smith che da quella, a lungo prevalente in Occidente, che ha legato il pensatore scozzese al laissez faire in politica economica. È convinto che la “mano invisibile” del mercato e quella “visibile” del governo siano complementari, devono essere utilizzate entrambe al fine di promuovere un solido sviluppo economico e sociale. Nella nostra epoca non vale la distinzione netta tra Stato e mercato, come se fossero realtà chiaramente diverse e facilmente separabili. Anche gli Stati Uniti, e non soltanto la Cina, rientrano – sostiene Aresu – dentro il “capitalismo politico”. Gli Usa, quindi, non sarebbero una “classica” economia di mercato. Negli Stati Uniti il mercato non è onnipotente, ma è profondamente subordinato alle esigenze della sicurezza nazionale, che viene interpretata in senso molto ampio sia dai repubblicani sia dai democratici (come dimostrano molti casi, quello di Huawei ad esempio).
L’amministrazione americana non si fa molti scrupoli quando si tratta di difendere le industrie chiave dagli attacchi esterni, in particolare da quelli cinesi. Gli Stati Uniti si sentono in guerra contro l’avanzata della Cina. E per vincere questo conflitto, che è sostanzialmente tecnologico, rinunciano a forti politiche antitrust e non tollerano ambiguità: Google è stato attaccato dal potentissimo generale Joseph Dunford per la sua mancata collaborazione con gli apparati militari statunitensi e per la relazione troppo stretta con la Cina sull’intelligenza artificiale fino al punto che i suoi vertici aziendali sono stati costretti a giustificare la loro posizione. L’Europa come si colloca in questo scenario? Non compare nel sottotitolo del libro alcun riferimento, ma Aresu le dedica molte pagine. Il futuro europeo lo preoccupa, perché il vecchio Continente non regge il passo della Cina e degli Stati Uniti. È bloccato in un «negoziato perpetuo». È fuori dalla logica di potenza per essere concentrato sulla logica della concorrenza. Le agende europee dall’inizio del secolo «dicono sempre le stesse cose», scrive Aresu. E poi prosegue: «Identità europea, ripresa economica, futuro politico» sono affidati a «un banchiere centrale». Il modello sociale europeo sostanzialmente non esiste. Ne esistono diversi, ma alcuni, quelli dell’area mediterranea, sono inefficienti e vanno riformati. In ogni caso la via d’uscita non può essere il ritorno agli “staterelli” chiusi in sé stessi. Anche la Germania sarebbe troppo piccola per affrontare le sfide globali. L’industria europea per essere competitiva dovrà svoltare al più presto verso una aggressiva promozione dell’innovazione tecnologica attraverso commesse statali, come stanno facendo le grandi potenze. Quando vorrà rimediare al ritardo che ha accumulato nei confronti degli Stati Uniti e della Cina molto probabilmente sarà troppo tardi.
Con i suoi articoli su «Limes» e i suoi libri – uno, scritto con Luca Gori, è L’interesse nazionale. La bussola dell’Italia, il Mulino, 2018 – Aresu ci aveva abituato ad un certo livello, ma qui va ben oltre. Dietro il suo ultimo libro, si nota chiaramente, ci sono molti anni di ricerca e di studio, c’è una forte passione per il vastissimo mondo della geopolitica, c’è la capacità di far tesoro delle lezioni di maestri diversi, come Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Lucio Caracciolo, Natalino Irti, Guido Rossi, al quale il libro è dedicato. In un’intervista di qualche giorno fa apparsa nel «Corriere della Sera», Cacciari ha definito il saggio di Aresu «un piccolo capolavoro». La riflessione, in realtà, si snoda per oltre 500 pagine. Il costo del volume, però, è contenuto. Per il lettore, insomma, è un grande affare.
Classe 1983, nato a Cagliari, Alessandro Aresu è capo della segreteria tecnica del ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano, direttore scientifico della Scuola di politiche fondata da Enrico Letta e consigliere scientifico di «Limes». È un servitore dello Stato disponibile all’ascolto, ha molteplici curiosità culturali, è empatico. Non è un caso che abbia già lavorato in diverse alte istituzioni del nostro Paese: è stato consulente e consigliere, fra l’altro, alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al ministero dell’Economia, al ministero degli Esteri. In tempi “normali” il suo ultimo libro, “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina” (La nave di Teseo, collana Krisis diretta da Massimo Cacciari e Natalino Irti), avrebbe animato molte iniziative e suscitato un significativo dibattito. È un volume interessante e vivace, che si inserisce a pieno nell’attualità, scruta il futuro ma si basa soprattutto sulla rilettura dei classici del pensiero politico-economico. La frase su cui ruota l’intera riflessione è di Adam Smith e risale al 1776: «La difesa è molto più importante della ricchezza». L’episodio accattivante, che trattiene il lettore sin dalle prime pagine, ha come oggetto proprio Smith.
Il primo ministro cinese Wen Jiabao concede un’intervista pochi giorni dopo la bancarotta di Lehman Brothers in cui lega il successo della Cina non a Mao né a Marx, ma a Smith. Il socialismo può anche praticare l’economia di mercato? L’intervistatore la considera una contraddizione, e obietta: o mercato o pianificazione centrale. Le due scelte sono alternative. Il politico cinese, però, non è d’accordo, e spiega: «Se ha familiarità con le classiche opere di Adam Smith, saprà che ci sono due testi famosi. Il primo è “La ricchezza delle nazioni”, l’altro è il testo sulla morale e sull’etica. La ricchezza delle nazioni si occupa maggiormente della mano invisibile, le forze del mercato. L’altro libro si occupa di uguaglianza sociale e di giustizia e in esso si sottolinea l’importanza della regolazione del governo per distribuire la ricchezza tra la gente».
Aresu è più affascinato dalla lettura “cinese” di Smith che da quella, a lungo prevalente in Occidente, che ha legato il pensatore scozzese al laissez faire in politica economica. È convinto che la “mano invisibile” del mercato e quella “visibile” del governo siano complementari, devono essere utilizzate entrambe al fine di promuovere un solido sviluppo economico e sociale. Nella nostra epoca non vale la distinzione netta tra Stato e mercato, come se fossero realtà chiaramente diverse e facilmente separabili. Anche gli Stati Uniti, e non soltanto la Cina, rientrano – sostiene Aresu – dentro il “capitalismo politico”. Gli Usa, quindi, non sarebbero una “classica” economia di mercato. Negli Stati Uniti il mercato non è onnipotente, ma è profondamente subordinato alle esigenze della sicurezza nazionale, che viene interpretata in senso molto ampio sia dai repubblicani sia dai democratici (come dimostrano molti casi, quello di Huawei ad esempio).
L’amministrazione americana non si fa molti scrupoli quando si tratta di difendere le industrie chiave dagli attacchi esterni, in particolare da quelli cinesi. Gli Stati Uniti si sentono in guerra contro l’avanzata della Cina. E per vincere questo conflitto, che è sostanzialmente tecnologico, rinunciano a forti politiche antitrust e non tollerano ambiguità: Google è stato attaccato dal potentissimo generale Joseph Dunford per la sua mancata collaborazione con gli apparati militari statunitensi e per la relazione troppo stretta con la Cina sull’intelligenza artificiale fino al punto che i suoi vertici aziendali sono stati costretti a giustificare la loro posizione. L’Europa come si colloca in questo scenario? Non compare nel sottotitolo del libro alcun riferimento, ma Aresu le dedica molte pagine. Il futuro europeo lo preoccupa, perché il vecchio Continente non regge il passo della Cina e degli Stati Uniti. È bloccato in un «negoziato perpetuo». È fuori dalla logica di potenza per essere concentrato sulla logica della concorrenza. Le agende europee dall’inizio del secolo «dicono sempre le stesse cose», scrive Aresu. E poi prosegue: «Identità europea, ripresa economica, futuro politico» sono affidati a «un banchiere centrale». Il modello sociale europeo sostanzialmente non esiste. Ne esistono diversi, ma alcuni, quelli dell’area mediterranea, sono inefficienti e vanno riformati. In ogni caso la via d’uscita non può essere il ritorno agli “staterelli” chiusi in sé stessi. Anche la Germania sarebbe troppo piccola per affrontare le sfide globali. L’industria europea per essere competitiva dovrà svoltare al più presto verso una aggressiva promozione dell’innovazione tecnologica attraverso commesse statali, come stanno facendo le grandi potenze. Quando vorrà rimediare al ritardo che ha accumulato nei confronti degli Stati Uniti e della Cina molto probabilmente sarà troppo tardi.
Con i suoi articoli su «Limes» e i suoi libri – uno, scritto con Luca Gori, è L’interesse nazionale. La bussola dell’Italia, il Mulino, 2018 – Aresu ci aveva abituato ad un certo livello, ma qui va ben oltre. Dietro il suo ultimo libro, si nota chiaramente, ci sono molti anni di ricerca e di studio, c’è una forte passione per il vastissimo mondo della geopolitica, c’è la capacità di far tesoro delle lezioni di maestri diversi, come Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Lucio Caracciolo, Natalino Irti, Guido Rossi, al quale il libro è dedicato. In un’intervista di qualche giorno fa apparsa nel «Corriere della Sera», Cacciari ha definito il saggio di Aresu «un piccolo capolavoro». La riflessione, in realtà, si snoda per oltre 500 pagine. Il costo del volume, però, è contenuto. Per il lettore, insomma, è un grande affare.
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