La Nuova Sardegna

S’attitu, l’antico rito dell’ultimo saluto adesso si è spento

di Giacomo Mameli
S’attitu, l’antico rito dell’ultimo saluto adesso si è spento

Nei paesi dell’isola le tradizioni cancellate dalla pandemia La partecipazione comunitaria lascia il posto alla solitudine

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SASSARI. Don Giuliano Bertoni, parroco del Bambin Gesù di Ozieri, ha celebrato il funerale della signora Cicita in solitudine. «Un rito senza assemblea non esiste, è come le classiche cose a metà. Ma i pochi presenti erano disciplinati. È una norma che va accettata, passerà». Don Ernest, parroco di San Gabriele a Villagrande, originario del Madagascar, rientra dal cimitero dopo un altro seppellimento senza gente: «Una cerimonia così breve crea un senso di solitudine, la sofferenza dei parenti è più lacerante». Don Luigino, parroco dell'Assunta di Mamoiada: «Ero al camposanto dove è stato sepolto un anziano morto, per cause naturali, in una casa di riposo. Senza l'abbraccio della gente sembrava un dolore doppio».

Tre testimonianze riassunte in un proverbio sardo che, nella parlata campidanese, suona: «Su mortu non s'ind'àndada ch'en'e prantu e chen'e cantu», il morto non se ne va senza pianto e senza canto. Il pianto è quello comune a tutto il mondo per un dolore. Il canto, in Sardegna, è s'attittu, il lamento funebre delle attittadoras, particolarmente struggente nei paesi della Barbagia con donne che ricordano la vita e non solo le virtù di un defunto invocando “Coro meu”. Tradizioni del tutto cancellate da quando la pandemia del Corona virus sta seminando morte.

Don Giorgio, parrocchia San Pio X di Iglesias: «La tristezza è ancora più assoluta, ogni sacerdote somatizza il dispiacere dei parenti, degli amici del morto. Ho avuto momenti di luce quando ho visto, proprio ieri, che col cellulare venivano inviate le immagini in diretta a chi era dovuto restare a casa. Il funerale diventava un momento condiviso virtuale con le nuove tecnologie. Certo, non è la stessa cosa: una sepoltura celebrata quasi di nascosto accresce il senso di angoscia».

Nei giorni del Corona virus, il funerale sardo non è più quel rito collettivo trasformato perfino in termometro sociale che misurava la popolarità di un personaggio. Basterebbe rileggere autori classici, riandare – per tutti – al funerale di Fileddu descritto da Salvatore Satta ne “Il giorno del giudizio”. Per lui, umilissimo, «neanche si trattasse di accompagnare Don Pasqualino o Don Sebastiano cominciarono a muoversi dalle loro case in cima a San Pietro le donne del popolo, e poi i pastori, e poi persino i principali della grande dinastia dei Corrales». Allora «fu come un torrente che scendesse per il corso fino alla tana dove la bara giaceva per terra». In alcuni paesi sardi è ancora così. Non certo una festa, ma un momento comunitario, di vita-insieme, di contatto fisico senza contagio.

A Perdasdefogu il funerale pre-Corona è rimasto intatto da secoli. Ed è sempre un fatto corale. Un corteo con le “congregate” del Sacro Cuore in nastri rossi e della Madonna a nastri celesti, Maddalene e matres dolorosae, le prioresse Ornella e Rita con Silvia che porta la croce. Poi i “cunfraras”, i confratelli, abiti bianchi, cintole e cappucci neri, la croce col nastro nero portata dal priore-cireneo Gennaro, come quella “del Golgota” descritta – per un funerale a Oliena – da Elio Vittorini in “Sardegna come un'infanzia”. Ma, soprattutto, il canto ritmato del rosario in limba. Quello intonato dalle donne è mestamente cadenzato, assonanze perfette senza direttore di coro. La benedizione della salma, il turibolo con l'incenso, le condoglianze comunitarie augurando “In sa santa gloria”.

Un virus ha cancellato questi riti. Un virus ci ha fatto vedere le bare sui camion dell'Esercito, le fosse comuni nell'America di Donald Trump, le stragi nelle case di riposo. Succede oggi in un mondo dove, per ricordare Fabrizio De Andrè, «si muore soli». Riti collettivi cancellati per tutti: per “Mariedda” che era stata una delle ragazze più corteggiate del paese e che, da Cagliari, è, tornata a farsi seppellire nella collina di “Palasineddu”. Cancellati per Anna Dora e Miranda, per Iolanda nonna-scrittrice, cancellati per Amelia, vedova di «Peppino Carta Coa Allutta che combatteva nel gelo del Don» e che era stato salutato con gli onori funebri paesani. Don Luca, parroco di San Pietro a Perdasdefogu: «Oggi è un altro momento di vita. Siamo davanti a un nuovo modo di elaborare il lutto. Ho celebrato cinque funerali in quattro giorni di persone anziane. Nei cimiteri il silenzio è quasi irreale, non vedi le lacrime sui volti dei parenti del defunto, non senti accenni di pianto. Manca anche il poter porgere le condoglianze di persona prima dell'ultimo viaggio”. Riti che coinvolgono parroci e vescovi. Monsignor Antonello Mura, vescovo di Nuoro e Lanusei o sserva: “Tutto si riempie di silenzio, pesante come la morte, senza voci né gesti, con la preghiera che sembra riassumere tutte le preghiere del mondo e con la sola acqua santa ad esprimere il gesto della terra che saluta la terra». Ancora monsignor Mura: “I pochi presenti sembrano, oltre che distanti tra loro, ritrarsi più soli che mai, di fronte alla solitudine più grande”.

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