Giordano: «L’epidemia ci fa scoprire come siamo fatti»
di Eugenia Tognotti
L’autore di “La solitudine dei numeri primi” racconta l’emergenza Coronavirus nell’instant book “Nel contagio”
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SASSARI. «Non voglio perdere ciò che l’epidemia sta rivelando di noi stessi», scrive Paolo Giordano, il fisico-scrittore, autore del premiatissimo romanzo di debutto “La solitudine dei numeri primi”, nell’instant book pubblicato da Einaudi “Nel contagio”. Quando ha cominciato a scrivere, i casi confermati nel mondo avevano superato gli 85mila, più del 90 per cento solo in Cina, mentre le morti si avvicinano a quota tremila: nella mappa interattiva della Johns Hopkins University, che aveva di fronte, spiccavano le grandi aree di diffusione, la Cina e il Sud-est asiatico, segnate dai grandi cerchi rossi del contagio su uno sfondo grigio: la loro distribuzione intorno al mondo faceva presagire che l’epidemia/pandemia sarebbe cresciuta in modo esponenziale.
Il Covid-19 - che ha assestato un formidabile colpo alle nostre certezze - ha fatto balzare in primo piano i numeri: chiusi nelle nostre case, in città fantasma, tenendo faticosamente in piedi la rete delle relazioni sociali attaccate dal contagio, l’attenzione, a metà pomeriggio, si concentra sulle cifre divulgate dalla Protezione civile che danno conto dei nuovi casi, dei guariti, dei decessi e dei ricoverati in terapia intensiva. Dati che danno modo ai ricercatori di costruire - attraverso una simulazione matematica - i modelli del contagio che ci spiegano come sta evolvendo la sua diffusione. «Le epidemie sono emergenze matematiche», sostiene Giordano, ce lo spiegano i numeri: in ogni focolaio c’è un numero di riproduzione base, il cosiddetto R0, che gli esperti chiamano “erre con zero”, o “numero di riproduzione base” che misura la potenziale trasmissibilità di una qualsiasi malattia infettiva. Il tasso di contagiosità del Coronavirus, come di ogni altro agente patogeno, oltre a dipendere dalle caratteristiche del virus, varia in base al numero di individui sensibili che potrebbero contrarre il virus da ciascun infetto. Per interrompere la circolazione del Covid-19 - come ormai sa anche chi ha in odio la matematica - è necessario scendere al di sotto di un contagiato per ogni persona positiva. In altre parole il valore dell’R0 dovrà essere inferiore a 1: a quel punto l’epidemia si ferma e il virus non ha più nessuno nuovo ospite da aggredire. Ciascuno di noi può quindi contribuire a quel risultato, «la ragione matematica alla base del nostro sacrificio», impensabile fino a poche settimane fa: restare a casa, applicare rigorosamente il distanziamento sociale, vivere una vita sospesa.
Si potrebbe forse esprimere qualche riserva - e qualcuno lo ha fatto - su una “narrazione” che si ferma a metà dell’attraversata del deserto, nel pieno dell’emergenza, mentre dominava la paura e l’ansia su come potrà cambiare il nostro mondo passata l’emergenza. Ma è proprio l’urgenza di documentare tutto ciò che stava accadendo, in tempo reale, che ha spinto Giordano a scrivere della sua esperienza, nel timore di dimenticare ciò che stava vivendo e imparando.
È quello che avvenne - mutatis mutandis, tenendo presenti anche le condizioni create dalla guerra-– per la terrificante pandemia influenzale conosciuta col nome di Spagnola che, tra il 1918 e il 1919, infettò un miliardo di uomini, uccidendone in tutto il mondo ventuno milioni, secondo le stime più caute: più delle vittime della guerra appena conclusa. Il terrore e l’angoscia per la malattia e la morte non arrivavano sui giornali che, a causa della censura, non solo non potevano pubblicare notizie negative e angoscianti sul numero dei morti, ma neppure evocare il nome di Spagnola nei necrologi, per non deprimere lo spirito pubblico, suscitando panico e condizionando comportamenti.
La rimozione, a livello planetario, dalla memoria e dal vissuto dei contemporanei può essere considerato uno dei grandi misteri del Novecento. Poche le tracce negli epistolari, nella diaristica, nella memorialistica, quasi assente nella letteratura, nell’arte. La Spagnola non sembra aver colpito la fantasia di scrittori, letterati, artisti. Il pittore norvegese Edvard Munch, sopravvissuto alla malattia, è stato uno dei pochi a lasciare una testimonianza nel suo “Autoritratto dopo l’influenza spagnola” (1919) in cui spicca il viso spettrale. Così sappiamo, paradossalmente, di più della peste nera del Trecento che di quell’ondata pandemica d’influenza arrivata nel pieno del XX secolo e che, in centoventi giorni, sembrò mettere «in bilico le sorti della civiltà».
Rispetto ai giorni dell’esordio del lockdown la situazione è cambiata: i casi confermati superano di gran lunga i due milioni e i decessi si sono moltiplicati più di 50 volte. Lette le 65 intense pagine del libro di Giordano, non resta che meditare su ciò che stiamo vivendo, un’esperienza che ha un carattere sovraidentitario e sovraculturale, che richiede uno sforzo che non siamo abituati a fare: «Vederci inestricabilmente connessi gli uni agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali».
Il Covid-19 - che ha assestato un formidabile colpo alle nostre certezze - ha fatto balzare in primo piano i numeri: chiusi nelle nostre case, in città fantasma, tenendo faticosamente in piedi la rete delle relazioni sociali attaccate dal contagio, l’attenzione, a metà pomeriggio, si concentra sulle cifre divulgate dalla Protezione civile che danno conto dei nuovi casi, dei guariti, dei decessi e dei ricoverati in terapia intensiva. Dati che danno modo ai ricercatori di costruire - attraverso una simulazione matematica - i modelli del contagio che ci spiegano come sta evolvendo la sua diffusione. «Le epidemie sono emergenze matematiche», sostiene Giordano, ce lo spiegano i numeri: in ogni focolaio c’è un numero di riproduzione base, il cosiddetto R0, che gli esperti chiamano “erre con zero”, o “numero di riproduzione base” che misura la potenziale trasmissibilità di una qualsiasi malattia infettiva. Il tasso di contagiosità del Coronavirus, come di ogni altro agente patogeno, oltre a dipendere dalle caratteristiche del virus, varia in base al numero di individui sensibili che potrebbero contrarre il virus da ciascun infetto. Per interrompere la circolazione del Covid-19 - come ormai sa anche chi ha in odio la matematica - è necessario scendere al di sotto di un contagiato per ogni persona positiva. In altre parole il valore dell’R0 dovrà essere inferiore a 1: a quel punto l’epidemia si ferma e il virus non ha più nessuno nuovo ospite da aggredire. Ciascuno di noi può quindi contribuire a quel risultato, «la ragione matematica alla base del nostro sacrificio», impensabile fino a poche settimane fa: restare a casa, applicare rigorosamente il distanziamento sociale, vivere una vita sospesa.
Si potrebbe forse esprimere qualche riserva - e qualcuno lo ha fatto - su una “narrazione” che si ferma a metà dell’attraversata del deserto, nel pieno dell’emergenza, mentre dominava la paura e l’ansia su come potrà cambiare il nostro mondo passata l’emergenza. Ma è proprio l’urgenza di documentare tutto ciò che stava accadendo, in tempo reale, che ha spinto Giordano a scrivere della sua esperienza, nel timore di dimenticare ciò che stava vivendo e imparando.
È quello che avvenne - mutatis mutandis, tenendo presenti anche le condizioni create dalla guerra-– per la terrificante pandemia influenzale conosciuta col nome di Spagnola che, tra il 1918 e il 1919, infettò un miliardo di uomini, uccidendone in tutto il mondo ventuno milioni, secondo le stime più caute: più delle vittime della guerra appena conclusa. Il terrore e l’angoscia per la malattia e la morte non arrivavano sui giornali che, a causa della censura, non solo non potevano pubblicare notizie negative e angoscianti sul numero dei morti, ma neppure evocare il nome di Spagnola nei necrologi, per non deprimere lo spirito pubblico, suscitando panico e condizionando comportamenti.
La rimozione, a livello planetario, dalla memoria e dal vissuto dei contemporanei può essere considerato uno dei grandi misteri del Novecento. Poche le tracce negli epistolari, nella diaristica, nella memorialistica, quasi assente nella letteratura, nell’arte. La Spagnola non sembra aver colpito la fantasia di scrittori, letterati, artisti. Il pittore norvegese Edvard Munch, sopravvissuto alla malattia, è stato uno dei pochi a lasciare una testimonianza nel suo “Autoritratto dopo l’influenza spagnola” (1919) in cui spicca il viso spettrale. Così sappiamo, paradossalmente, di più della peste nera del Trecento che di quell’ondata pandemica d’influenza arrivata nel pieno del XX secolo e che, in centoventi giorni, sembrò mettere «in bilico le sorti della civiltà».
Rispetto ai giorni dell’esordio del lockdown la situazione è cambiata: i casi confermati superano di gran lunga i due milioni e i decessi si sono moltiplicati più di 50 volte. Lette le 65 intense pagine del libro di Giordano, non resta che meditare su ciò che stiamo vivendo, un’esperienza che ha un carattere sovraidentitario e sovraculturale, che richiede uno sforzo che non siamo abituati a fare: «Vederci inestricabilmente connessi gli uni agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali».
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