«Con l’ipnosi negli inferi della psiche»

“La casa delle voci”, un nuovo bestseller che sovverte i canoni del genere thriller

Tre milioni di copie vendute nel mondo. Pubblicato in trentadue paesi. Un esordio, “Il Suggeritore”, che è diventato un classico della letteratura nera. Donato Carrisi è riconosciuto come il maestro del thriller italiano. Sulla scia di Faletti, ha sdoganato un genere che nell’immaginario collettivo era appannaggio degli autori stranieri, i quali ora invece lo incensano. Autori del calibro di Michael Connelly, Jeffery Deaver e Ken Follett. Le sue storie hanno travalicato i libri, sconfinando sugli schermi cinematografici. È stato lui stesso a portarle, sceneggiando e dirigendo “La ragazza nella nebbia” – con Toni Servillo nella parte del protagonista – che gli è valso il David di Donatello per il miglior regista esordiente. Nel 2019 è uscito nelle sale “L’uomo del labirinto”, con Dustin Hoffman, anche questo tratto da un suo romanzo di successo.

Carrisi è un autore che ama mettersi in gioco e sorprendere i lettori. Con “La casa delle voci” (Longanesi, 22 euro) l’autore originario di Martina Franca scompagina ancora una volta tutte le regole del thriller classico. Nessun investigatore, nessun serial killer e nemmeno una vittima con cui empatizzare. Il protagonista si chiama Pietro Gerber, uno psicologo infantile chiamato “l’addormentatore di bambini” perché ricorre all’ipnosi per scavare nella loro psiche ferita. Ha una bella famiglia e un’esistenza che scorre tranquilla a Firenze, finché una telefonata dall’Australia rompe la sua placida routine. Una donna che si presenta come Theresa Walker, di professione terapeuta, gli comunica che presto si presenterà nel suo studio una donna, Hannah Hall, convinta di aver ucciso il fratellino quando era una bambina. Pietro non capisce, ma soprattutto si chiede perché si sia rivolta a lui. La collega australiana gli dice che è il migliore nel suo campo, e che Hannah – da quanto è emerso nelle loro sedute – ha vissuto un’infanzia nomade nei boschi della Toscana a seguito dei genitori. Ora ha bisogno di alcune risposte, e ritiene che Gerber, grazie all’ipnosi, sia in grado di dargliele. Suo malgrado, Pietro verrà trascinato in un viaggio nella psiche, nei ricordi e nei labirinti claustrofobici della malattia mentale. Perché, usando le parole di Carrisi: «Per un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra. Oppure, il più pericoloso».

Dal suo esordio col romanzo “Il Suggeritore” ha utilizzato gli stilemi del thriller all’americana ma con un estro e un gusto tutti italiani. Un po’ come fece Sergio Leone con gli “spaghetti western”.

« Non mi prendo tutto il merito. Prima di me ci sono stati due scrittori che sono stati fondamentali per dare impulso a questo genere. L’antesignano, che è stato anche il primo ad aver scritto un vero thriller italiano, è stato Umberto Eco, con “Il nome della rosa”. Senza quello, non ci sarebbe Dan Brown, per dire. L’altro, quello che ha creato un pubblico in Italia per il thriller, è Giorgio Faletti, con il quale avevo un bellissimo rapporto e che mi manca tanto. Agli inizi della mia carriera è stato talmente affettuoso e prodigo di consigli così importanti che me li porto ancora dietro. Leone è uno dei miei maestri cinematografici. È stato un maestro soprattutto perché ha nobilitato talmente tanto il genere da diventare, sicuramente per me, il più grande regista del Novecento, perché è riuscito nell’impresa di superare l’autorialità in un momento in cui il cinema d’autore era più forte di qualsiasi altra cosa. Ecco, io cerco di seguire questo esempio, andando al di là dell’autorialità. Le storie sono e “devono” essere più forti dell’autore».

In un suo romanzo di qualche anno fa, “Il Maestro delle ombre”, prospettava una situazione emergenziale limite, per certi versi simile, quanto a straordinarietà, a quella che stiamo vivendo in questi giorni. Questo virus avrà un’influenza sui suoi lavori futuri?

«All’inizio mi sono domandato se per rigore avrei dovuto citare o parlare di questo periodo nei progetti su cui sto lavorando al momento, che è un po’ simile alla domanda che si sono fatti i romanzieri americani dopo l’11 settembre. Ma alla fine sono giunto alla decisione che questa schifezza non debba entrare nella mia penna. Penso che saremo invasi di storie ambientate in epoca di Covid, ma francamente credo che non ce ne sia bisogno. L’abbiamo vissuto tutti in maniera tanto intensa che c’è solo voglia di andare avanti e lasciarselo alle spalle. Continuerò a raccontare la realtà, ma non l’iper-realtà. Che poi è la regola che ho sempre seguito».

Nei suoi libri possono cambiare le ambientazioni, i personaggi, gli eventi che danno impulso alla trama, ma rimane sempre un nucleo tematico costante: l’esplorazione degli abissi più oscuri della psiche umana. Quando è nata questa fascinazione verso il lato più dell’animo umano?

«Sicuramente nasce dalla mia tesi universitaria su Luigi Chiatti, il Mostro di Foligno. Quando l’ho incontrato sono state talmente tante le domande su di lui, ma anche su di me e sulla natura umana, che hanno rappresentato l’inizio di tutto».

L’ipnosi è alla base di questo romanzo. Lei si è mai lasciato ipnotizzare?

«Certo. E ho riversato questa mia esperienza nel romanzo. Nelle fasi di ricerca e documentazione volevo capirne di più, e così sono andato a farmi ipnotizzare. L’ipnotizzatrice mi fece stendere su un divano, ricordo che era un bel pomeriggio di inizio estate, verso le 15. Ho impressi ancora dei particolari: la finestra, il sole fuori, un parco. Mi fece rilassare, chiudere gli occhi e fare degli esercizi di respirazione. Ero pienamente vigile. La sentivo parlare e mi chiedevo quando sarebbe finita, ma non volevo darle l’impressione di essere sgarbato. Quando poi però ho riaperto gli occhi, fuori era buio. Ero convinto che fosse passata mezz’ora, e invece erano trascorse tre ore. Questo mi ha fatto capire che ero sulla strada giusta e ho affrontato il romanzo con ancora più entusiasmo».

E da qui la decisione di avere per protagonista un ipnotista, immagino.

«Esatto. Il personaggio di Pietro Gerber nasce dal desiderio di scrivere un thriller eliminando i cliché del genere, quindi non ricorrendo né all'investigatore né alla vittima o al carnefice. Volevo scrivere un thriller psicologico puro, che incutesse molta paura, e volevo che questa paura non fosse suscitata, ma evocata».

Da quando hai iniziato a dirigere i film tratti dai tuoi romanzi il tuo modo di scrivere e il tuo approccio alla scrittura sono cambiati?

«No. Sono due cose talmente complementari che quando devo scrivere un romanzo parto sempre da una sorta di sceneggiatura, poi allargo il racconto, lo amplio, ma padroneggio entrambi questi linguaggi che, appunto, per me sono complementari».

Lei è uno dei pochissimi autori italiani che ha un grande successo anche all’estero. A suo avviso come mai l’editoria italiana fa così fatica a imporsi sul mercato straniero?

«Secondo me deriva dal fatto che troppo spesso raccontiamo dei microcosmi. Raccontiamo troppo la provincia, quando invece dovremmo raccontare l’Italia, qualcosa di più ampio. Le storie di provincia non sono supportate da un sufficiente lavoro di scavo culturale, quindi perdono d’interesse per il pubblico estero.

Si parte dalla provincia con la presunzione di poter raccontare l’Italia, ma non è così. Quindi siamo raccontati all’estero sempre nella stessa maniera, e per via di queste narrazioni stereotipate nell’immaginario collettivo estero, di riflesso, anche noi siamo percepiti sempre in maniera scorretta. Da questo deriva anche la decisione di ambientare questo romanzo a Firenze. Anzi, me la sono ripresa Firenze. Dobbiamo riprenderci le nostre città, perché vengono saccheggiate da scrittori stranieri che spesso non rendono giustizia alla nostra cultura. Come autori, dobbiamo avere più coraggio».

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