La Nuova Sardegna

Marras: «Siamo fatti di storie e ci nutriamo di racconti»

di Antonio Marras e Patrizia Sardo
Marras: «Siamo fatti di storie e ci nutriamo di racconti»

Fiabe di Sardegna: in edicola il 7 “Storie di orchi”, quarta uscita della collana  Lo stilista e la moglie Patrizia spiegano quanto è importante l’arte del narrare 

6 MINUTI DI LETTURA





Abbiamo fame di storie, di racconti, di fiabe e di romanzi. Abbiamo fame di ascoltare i “grandi” che raccontano, di ascoltare la radio, i messaggi vocali, le storie su Instagram e le dirette su facebook. Abbiamo fame di leggere, leggere e ancora leggere. Leggere i libri, quelli infiniti di ottocento pagine messi da parte su uno scaffale, leggere i quotidiani, gli articoli vecchi strappati e conservati e quelli nuovi, i romanzi, le short stories e le poesie. Che bello! Il lato bello dei tempi complicati del Coronavirus. Il lato bello che, passato questo tsunami che ci colto senza preavviso, deve rimanere. Il lato che ci scopre onnivori.

SU CONNOTTU. Raccontate, gente, raccontate, voi che sapete, voi che avete conoscenza, voi che avete studiato, vissuto e voi che avete memoria, voi che avete quel “su connottu” come si dice, voi che ricordate quello che è successo e sapete quello che sarà. Noi siamo fatto della materia di cui sono fatte le storie. Noi ci nutriamo di storie, noi respiriamo storie. Le storie prima di andare a letto, le storie che ci racconta nostro figlio, che ci racconta un amico e che chiediamo ai nostri genitori di raccontarci. Le storie servono per pensare, per sognare, per lavorare, per creare.

DA PICCOLI. Le collezioni, gli abiti si costruiscono sulle storie. Siamo tutti intessuti storie. Da piccoli è successo a tutti, no? Un nonna magica in paese. Quando ci andavamo noi, era una festa. Nonna veniva sequestrata, messa in un angolo vicino al fuoco, come la migliore delle tradizioni, seduta su una sedietta bassa bassa, il braciere da una parte, noi, nipoti della città, tutti in circol e iniziavano i racconti. La mamma del sole, cattivissima che ci impediva di uscire dopo pranzo o la storia del cinghiale, la nostra preferita. Era una storia infinita crudele sanguinolenta e raccapricciante e ogni volta diversa. Nonna si dimenticava come aveva fatto finire la storia precedente e noi urlavamo: «Ma no, nonna, il cinghiale si feriva e ululando scappava…».

JANAS AMICHE. Diventati grandi abbiamo interrogato, intervistato, consultato chiunque potesse dare spunti, chi potesse segnalare fatti realmente vissuti o leggende o storie vere, romanzate o inventate. Storie che potessero un po’ dissetarci. Ci circondiamo da sempre di persone che “raccontano”. Marianto Peana era la nostra procacciatrice di storie più prolifica, Ovidio era il suo santo protettore. Purtroppo ci ha lasciato ma non da soli, con tante tante storie. Bianca Pitzorno, “raccontatrice” di professione, sa tutto. Si parla di Manzoni e ci racconta della mamma e del secondo marito della mamma di Manzoni e della genesi dei “Promessi sposi” mentre noi a malapena ci ricordiamo la storia della Monaca di Monza. La Fam ci racconta storie di artisti inusuali, di magie, di incontri straordinari e di personaggi inconsueti. L’arte è una grande fucina di storie. Antonello Cuccu ci raccontava un sacco di storie di quella Sardegna interna che per noi è quasi un’altra terra. La storia di Luisedda e Gonario ambientata in Barbagia, una storia di un amore impossibile tale e quale a quella di Catherine e Heatcliff di “Cime tempestose”, la storia della principessa giapponese Shiro e del pastore sardo Baingio, la storia della principessa abissina imprigionata all’Asinara, quella di John Marras oppure la storia delle Janas che imparano a cucire a macchina sebbene siano abituate a lavorare al telaio con i fili d’oro.

TRAMA DOPPIA. Noi, di Jana, ne abbiamo conosciuto una. Una vera Jana di nome Maria Lai che ci ha raccontato tante storie. A casa la chiamavano Mariola, ed è già un nome da Jana vera. Ha trascorso da noi a un po’ di tempo nel 2003 mentre preparava, preparavamo la mostra “Llenzols de algua” per la rassegna Trama Doppia ad Alghero Stava nella piccola dependance, ex pollaio, da allora intitolata “La casetta di Maria Lai”. Lei era la prima ad alzarsi e l’ultima a coricarsi e specialmente la sera dopo cena raccontava e tutta la nostra famiglia compresa di nonni e nipoti, riunita intorno a lei ascoltava incantata, non volava una mosca. Come il racconto di quando, da piccola, era passato un circo nel suo paese e lei, nel momento di ripartire si era nascosta in un carro e solo dopo tanti chilometri i circensi/zingari si sono accorti della clandestina. Fortunatamente era gente onesta e l’avevano riportata indietro: rimpatrio forzato. E mentre parlava, piccola piccola con il viso tondo espressivo, gli occhi profondi, i capelli sale e pepe a caschetto e le mani sempre in movimento con quella voce incantatrice, dolce e autorevole dalla cadenza del sardo più carezzevole mi veniva in mente la poesia di Edgar Lee Master da l’ “Antologia di Spoon River” quando Sam Hookey aveva seguito il circo ma era stato meno fortunato essendo poi finito sbranato dai leoni. E mi ricordava Giulietta Masina, alla quale assomigliava, in “La strada”. Film tristissimo dove Zampanò approfitta dell’amore di Gelsomina per sbarcare il lunario. Ed è questo che trovo bello: la capacità di evocare.

NASTRO BLU. Maria in questo era maestra. Famosa era la storia della capretta e del nastro azzurro. Storia di montagne, dirupi e salvataggi che lei ha raccontato tante volte e che è diventata un’opera. Ma per noi, la nostra storia personale, quella che noi riteniamo nostra e che citiamo continuamente è quella de “Il muro”. E c’era una volta un muro in cemento in casa nostra nella grande stanza che fungeva da laboratorio. Maria ha detto : di quel muro ne farò uno di famiglia che vi proteggerà, vi racconterà storie, vi consiglierà e terrà compagnia. Ma passavano i giorni e niente succedeva, lei stava là di fronte in piedi, immobile, senza dire una parola circondata dai suoi arnesi: spago, cazzuola, legni, pennello, chiodi .

IL MISTERO. Giovanni il giardiniere che faceva le veci dell’operaio stava dietro di lei, zitto costernato che aspettava ordini che non arrivavano. Noi, a turno, passavamo leggeri, silenti per non disturbare, per vedere se potevamo fare qualcosa. Ma tutto era fermo, immobile, su di noi una grande aurea mista di mistero e disagio. «Non parla» diceva a voce bassa, quasi impercettibile «il Muro non parla». Finalmente ,un giorno, sentiamo la sua voce che impartiva ordini da capo cantiere al povero Giovanni spaesato e confuso. «Il Muro ha parlato!» diceva tutta risoluta. E così che ci ha insegnato che ogni cosa ha un’anima.

NELLA PIOGGIA. Ci ha insegnato ad aspettare, a rispettare, ad ascoltare. Noi siamo stati fortunati, non è da tutti avere una storia personale, fatta apposta per loro, non è da tutti aver ospitato una Jana “raccontina” che ogni volta che appariva ci sembrava che dovesse dire:«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,come lacrime nella pioggia...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative