Gianfranco Zola: il talento è importante ma avere una mente aperta conta di più

GIanfranco Zola

Da Oliena a Londra, il grande calciatore si racconta: "Maradona mi ha ispirato, ma sono cresciuto grazie alla voglia di imparare e alla capacità di adattamento". Sulla Sardegna: "Abbiamo un problema serio: si sta svuotando"

Gentleman è la parola chiave per decifrare lo sguardo serio di Gianfranco Zola, da Oliena. Una parola che è inglese, ma anche universale e che racconta di un modo specifico di stare al mondo. La parabola di un uomo che si è costruito nel rispetto di sé e degli altri. Gentleman, galantuomo, omin’e gabbàle, come si dice dalle nostre parti. Gianfranco Zola appartiene alla leggenda del calcio, che non è stato, come per molti, una disciplina di ripiego, ma una vocazione. Qualcosa di determinato, ma non determinante, perché oggi, a qualche anno dal ritiro, è un uomo realizzato e un tecnico molto apprezzato. Gianfranco Zola sembra attraversato dalla stessa alchimia di modestia e presunzione che ha fatto grandi calciatori come Baggio, o Pirlo, o Del Piero, o Facchetti, o Riva. Quel genere di calciatore cioè che primeggia anche fuori dal campo. La vecchia guardia dei gentlemen del pallone, di cui, qualche volta, oggi, sentiamo il bisogno.

Ricordi esattamente il momento, nella tua vita, in cui hai incontrato il calcio? A quanti anni?

“Sì, credo fosse quando avevo 3 anni e mezzo, ero stato ricoverato e operato per un’ernia inguinale. Mio padre in quegli anni aveva scoperto il calcio ed era diventato il presidente della Corrasi, la squadra del paese. Quando venni dimesso dall’ospedale, alcuni giocatori della Corrasi vennero a casa trovarmi e mi regalarono un pallone. Ecco quello è stato il momento: appena fui in grado di stare in piedi iniziai a giocare al calcio dal mattino alla sera”.

La tua infanzia a Oliena com’è stata?
‘‘Molto semplice, molto lineare, io ero il figlio di un uomo che, prima di sposarsi con mia madre faceva il camionista, dopo aprirono una attività in paese, un bar, e io e mia sorella abbiamo avuto molta libertà per via anche del fatto che i miei lavoravano tutto il giorno, puoi capire cosa vuol dire tenere aperta l’attività tutto il giorno. Noi avevamo molto spazio, un’infanzia normale, giocavo al calcio dal mattino alla sera, probabilmente avrei dovuto dedicare del tempo in più ai libri. Diciamo che a scuola ero uno di quelli che faceva il necessario per mantenersi sulla sufficienza, uno di quegli alunni che, come si dice, avrebbe potuto fare molto di più. La mia attenzione era dedicata soprattutto al calcio allo sport in generale, qualsiasi cosa fosse sport l’impegno era al massimo”.

Tu sei annoverato nella lista dei calciatori più importanti del mondo… Al Napoli sei stato l’erede designato di Maradona, mica una cosa da poco. Io ho sempre pensato: chi può essere per me un padre putativo dello stesso livello… Pirandello?
‘‘Ti rispondo con una domanda: all’inizio di tutto il tuo scrittore di riferimento chi è stato?”

Beh, io ho iniziato con gli scrittori sardi, diciamo nel mio cortile… Con Deledda e Satta.
“Per me Maradona era il tuo Satta o la tua Deledda. Lui era il mio riferimento principale, anzi era oltre: il mio Hemingway per farti capire. Chiaramente l’aver avuto l’opportunità di lavorare con lui mi ha aperto un mondo nuovo. È stato una fonte di insegnamento importante, un po’ come può essere per te uno scrittore che ti ispira e guida per le cose importati. Quando andai a Napoli, avevo 22 anni, dalla serie C, dalla Torres, ero veramente una spugna… la differenza l’ha fatta la mia capacità mentale, aperta, affamata, pronto agli insegnamenti. Sono stati anni fondamentali”.

La differenza è che i miei riferimenti era morti mentre il tuo colossale era vivente e poteva parlarti e addirittura quando risolse col Napoli a chi si chiedeva dove cercare un altro 10 fu lui stesso a dire «guardate che il mio erede si chiama Zola». Avevi timore, paura, come ti sei rapportato con quel mito?
‘‘Vedi, non so se te lo hanno detto ma io ero e ancora lo sono, un tantino timido (magari ora meno) però… Ti racconto un episodio: il giorno in cui ci ritrovammo per andare in ritiro con il Napoli, non conoscevo nessuno, l’appuntamento era a Linate, arrivavo dalla Sardegna, c’era un pullman che aspettava tutti i giocatori per portarli in ritiro, in montagna. Ci arrivai prima e vedevo che molti giocatori erano già sul pullman, ma io ero talmente timido e imbarazzato che mi avvicinavo al mezzo e avevo timore a salire, finché Massimo Crippa, che mi aveva visto sul giornale, non venne da me e mi disse: tu sei Zola? Che ci fai lì, vieni su... mi presentò al resto della squadra. Con Diego, episodio diverso, lui è ancora assente, era un po’ in rotta con Ferlaino, si diceva che volesse andare a giocare in Francia. Quando comunque arrivò, io, credimi Marcello, sembravo uno scemo, ero talmente emozionato, non sapevo cosa dire, penso di aver detto anche qualche stupidaggine, poi alla fine si mise a ridere… sembravo un bambinetto, quella era l’emozione che provavo per un personaggio come lui”.

Sei, a tutti gli effetti, un genio del calcio e un campione anche nella vita. Fai parte di una categoria di calciatori speciali, non divi, non capricciosi, non spocchiosi. E sei stato un atleta piccolo che ha giocato contro avversari assai più prestanti… Un gap fisico aiuta ad essere più intraprendenti? Dimmi di sì perché anche io non è che svetti…
‘‘Secondo me tutto nasce dal fatto che, se ami una cosa a tal punto che ti ci butti con tanto entusiasmo, passione e dedizione, riesci a sviluppare quelle capacità che sono necessarie per eccellere. E questo vale in qualsiasi campo, anche per la scrittura. Limiti non ne esistono. Certo, se volessi giocare a basket avrei qualche difficoltà, il fattore fisico non mi aiuterebbe, anche se ho visto qualche giocatore di Nba di 160 cm. Che, nonostante la bassa statura, eccelleva in quel campionato. Alla fine se tu credi in qualcosa, e l’ami al punto tale da essere disponibile a lavorarci con costanza i risultati arrivano, sviluppi capacità che altri non hanno. A volte le limitazioni fisiche possono creare le condizioni per ottenere gli stimoli necessari e riuscire ad affermarsi. Non accetto che si dica che uno è nato con il talento. Penso, piuttosto, che uno nasca con un’attitudine, o col desiderio di voler perseguire una passione a tutti i costi. Questa mi ha permesso con corpo, mente e anima di raggiungere livelli inaspettati. Diego ne è un esempio, ha fatto questo all’ennesima potenza, è basso, è nato in una favela, giocava a calcio dalla mattina alla sera e si è spinto al massimo”.

Tu rappresenti appieno quella meravigliosa contraddizione che è insita in molti sardi dell’interno. Quella cioè di portarsi addosso la leggenda di sé stessi come rigidi e indomiti salvo, al contrario, scoprirsi capaci di una flessibilità notevole di un incredibile senso di adattamento nei confronti dei luoghi e delle situazioni…
‘‘Questo per me è un credo importantissimo. Una delle regole che mi sono imposto nella vita e credo che questa sia stata la ragione per cui l’esperienza inglese è stata di successo, ed è stata apprezzata tanto. Sono andato in Inghilterra e mi sono detto che dovevo adattarmi, pur venendo dall’Italia, che in quel periodo era l’Eldorado del calcio. Ci sono andato con un atteggiamento umile, conoscere il calcio inglese, il loro modo di pensare, di lavorare. L’errore che hanno fatto alcuni italiani che sono arrivati nel mondo anglosassone è stato che ci sono arrivati con una mentalità italiana, nel senso che, «gli allenamenti son diversi, questi inglesi hanno poca tattica, mangiano male» oppure «gli inglesi non si incavolano mai quando perdono» e cose del genere. Io, e altri come me, siamo stati capaci di integrarci perfettamente alle loro abitudini senza tradire noi stessi, e questo ci ha dato un vantaggio enorme, ci ha permesso di apprezzare i loro modi, e di ricambio loro apprezzavano quanto noi potevamo dare. Questa flessibilità è stata uno dei pilastri della mia carriera. Onestamente io non credo di avere vezzi particolari, sono uno tranquillo, non ho necessità sto bene con poco. Non ho mai creduto nella necessità di fare il divo, non mi sono costruito un modello diverso da me che mi servisse per andare avanti. Soprattutto negli anni del Chelsea, non mi ha mai interessato fare vita mondana. Mi interessavano molto di più gli affetti, la professione, il migliorarmi giorno per giorno, diventare più bravo, crescere come persona, la mia sensibilità, la mia intellettualità”.

Comunque nelle tue biografie, più o meno autorizzate si dice che a scoprirti veramente è stato Moggi quando giocavi nella Torres…
‘‘Tutto vero. Proprio lui: Moggi. In quegli anni quando ero alla Torres c’era un direttore sportivo, Nello Barbanera, che ora, purtroppo, non c’è più, che lavorava per Moggi, il quale a sua volta gestiva una rete di direttori sportivi che operavano in Italia a caccia di nuovi talenti del pallone. Barbanera mi segnalò a Moggi, che venne a vedermi alla Torres, credette molto in me e mi portò a Napoli. Avevo 22 anni. Moggi è stato fondamentale per la mia carriera. Era molto bravo, molto bravo, conosceva il calcio e i calciatori”.

Ora fai l’allenatore, riesci a spiegare alle nuove generazioni quella mentalità dell’abnegazione e del sacrificio che ti hanno reso tanto grande? Riesci a convincerli del fatto che le cose imparate in fretta durano poco?
“I tempi sono diversi i ragazzi di ora prendono il calcio in maniera diversa rispetto ai miei tempi. Poi sai, ho imparato a giocare al calcio provando e riprovando. Trasmettere questo insegnamento ai giocatori di oggi è diverso, oggi apprendono in altri modi, in un mondo che si muove molto più velocemente e anche per l’apprendere hanno più fretta, più interessi. Non credo che non vogliano imparare, è una questione di attenzione, ai miei tempi non avevo molte distrazioni potevo veramente dedicare 10 ore al giorno alla ricerca del palleggio o del dribbling perfetti. Adesso un ragazzo ha un milione di cose da fare, il calcio diventa una delle attività della giornata. Per me era l’attività giornaliera. Come allenatore quando ti confronti con le generazioni di ora questo può essere un problema, devi trovare maniere intelligenti per cercare di ottenere il massimo in quel tempo più limitato rispetto a quello che ho avuto io, devi saper trovare stratagemmi per tenerli concentrati”.

Una brutta retorica dice che il calciatore non ha bisogno di fare altro se non il calcio. La pubblicità era piena di campioni del pallone che facevano spot su università telematiche o istituti di recupero di anni scolastici. Secondo te un calciatore colto, gioca meglio di uno scarsamente incline alla cultura?
“Secondo me la cultura è molto importante, è un modo di preparare la mente alla conoscenza, all’esplorazione, moltiplica le opportunità di attingere a nozioni importanti per la vita. Questo non preclude che si possa decidere di fare il calciatore. Anzi. Io per esempio ho sempre trovavo molto utile ispirarmi a campioni di altri sport, studiarli, vedere come si muovevano. Attraverso questi approfondimenti di cultura sportiva ho avuto delle utili indicazioni per il mio comportamento da giocatore. Per la cultura in senso lato è la stessa cosa: se impari a utilizzare bene la testa, puoi solo avere dei vantaggi”.

Chiunque di noi, in misura diversa, abbia ottenuto qualche risultato in qualunque campo operi, deve alla Sardegna più di quanto la Sardegna debba a lui e quindi dobbiamo comunque parlane.
‘‘Guarda, oltre al problema del virus abbiamo un problema serio: l’Isola si sta svuotando, per quel che ho sentito tanti paesi si stanno spopolando. I giovani non trovano modo di lavorare di programmare un futuro, quindi lasciano e vanno a Londra, Milano e altri posti. Questa è una cosa che mi fa pensare, è un processo pericoloso, di questo passo alla fine perdiamo delle risorse vitali importanti. L’unica cosa che mi viene da pensare è che bisognerebbe investire molto, la Regione dovrebbe formare le persone, fare in modo che possano creare impresa, iniziativa e diventare flessibili. Nel nostro caso, siamo dovuti andare fuori, tu a Bologna, Milano, io in varie città della penisola ed infine all’estero per seguire il nostro sogno. Però secondo me ci devono essere le basi a livello regionale per creare una struttura che aiuti la gente qui in Sardegna, per non dover emigrare. In modo tale che si parta per scelta, ma non per fame.Io vivo a Londra in una bella zona, una bella casa, però ti dico, la qualità della vita è altissima ma una delle cose che non riesco ad avere è questo di stare fuori all’aria aperta, in Sardegna è una cosa unica, sono cresciuto così quindi puoi immaginare. Londra è una città fantastica dove puoi fare veramente tutto, però lo fai per un periodo, dopo ti rendi conto che la differenza tra le due qualità di vita, quella che fai qui è impagabile, la Sardegna ti ripaga di tante cose”.

Quindi Londra è solo una tappa.
“Sicuramente noi torneremo in Sardegna, ma in questo momento abbiamo i nostri figli, i due più grandi sono cresciuti in Inghilterra e chiaramente le opportunità che offre loro il Regno Unito in Italia non potevano averle. Negli studi e in diverse altre cose i vantaggi erano, e sono, impagabili. Occorre adattarsi no?”.

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