Wojtyla e il dono della comunicazione
di Gianni Garrucciu
A cento anni dalla nascita un ricordo di Giovanni Paolo II e della sua visione dei media nella società contemporanea
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«Voi siete chiamati a impegnare la vostra professionalità al servizio del bene morale e spirituale degli individui e della comunità umana. È qui il punto della questione etica, che è inseparabile dal vostro lavoro. Con la sua vasta e diretta influenza sulla pubblica opinione, il giornalismo non può essere guidato solo dalle forze economiche, dai profitti e dagli interessi di parte. Deve essere sentito come un compito in certo senso sacro, svolto nella consapevolezza che i potenti mezzi di comunicazione vi vengono affidati per il bene di tutti, e in particolare per il bene delle fasce più deboli della società: dai bambini ai poveri, dai malati alle persone emarginate e discriminate».
Avevo già incontrato Giovanni Paolo II – di cui il 18 maggio ricorre il centenario della nascita – altre volte. Questa era speciale. Lo avevo conosciuto giovane, forte, tonico, all’inizio di un pontificato che avrebbe cambiato il corso della storia. Poi lo avevo visto ferito, preoccupato non tanto del suo fisico quanto per le guerre e le avversità che affliggevano il pianeta, interne ed esterne alla Chiesa. Poi lo avevo visto più avanti, appesantito dagli anni e dalla malattia, ma sempre vivo dentro e pieno di entusiasmo, come quando diceva: «Nonostante alcuni limiti che ha portato l’età, conservo ancora il gusto per la vita».
Ora mi trovavo ancora una volta davanti a lui in una delle occasioni in cui si parlava di comunicazione e di informazione, invitato dal suo fido portavoce e capo della comunicazione Joaquín Navarro-Valls, che aveva per me una simpatia e una fiducia che mi rendevano orgoglioso. Wojtyla era un uomo schietto e diretto. Mi aveva sempre colpito il suo sguardo calmo, riflessivo: gli occhi di un indescrivibile grigio-azzurro, che guardavano qualcosa che non era all’esterno ma dentro il suo e il tuo cuore. Mi ha sempre dato l’impressione che guardandoti negli occhi senza ancora parlare, avesse già capito perché eri lì, cosa volevi e cosa avresti voluto dire.
Giovanni Paolo II era un fine uomo di comunicazione. Aveva capito fin dal primo giorno di pontificato l’importanza che la stampa, la televisione, Internet avrebbero avuto nel futuro. E poi era stato attore nella sua Polonia assediata dai tedeschi, aveva recitato testi impegnativi: sapeva come comunicare. E sapeva come porsi davanti a un microfono, conosceva il mondo mediatico composto da telecamere, altoparlanti, bloc-notes, di tanti giornalisti. Era stato lui a ideare nel 1979, in occasione del viaggio in Messico, le conferenze stampa sull’aereo. Da quel giorno in poi, ogni giornalista aveva l’impressione di essere il portatore del messaggio che il Santo Padre voleva che fosse trasmesso.
Giovanni Paolo II parlava sì da pontefice ma il canale per trasmettere il pensiero diveniva ogni singolo giornalista a bordo. Mi disse Navarro che il Papa aveva imparato a usare i mezzi della comunicazione “senza subirli”. Quando ebbi l’occasione di visitare i luoghi dove viveva il Pontefice al terzo piano del palazzo apostolico, superata la doppia porta d’ingresso dei sacri appartamenti, rimasi colpito dalla semplicità e dalla loro austerità. Non c’erano Michelangelo e Raffaello alle pareti, ma muri tinti di un giallo che sapevano più di canonica e di parrocchia. La singolarità era un corridoio con un lungo tavolo sul quale ogni mattina i collaboratori sistemavano i quotidiani aperti sulla prima pagina in modo che il Santo Padre potesse leggerne i titoli. Poi a cena (a pranzo aveva sempre degli ospiti) sedeva su un lato della tavola: a capo tavola il suo segretario Dziwisz aveva il compito di governare il telecomando della tv, un semplice televisore da trenta pollici con tubo catodico: solo i titoli dei telegiornali, poi si spegneva. Le notizie approfondite le aveva dal suo staff.
«La gente ha diritto all’informazione e noi non possiamo sottrarci – era stata la sua prima raccomandazione –. La promessa dell’universo dei valori che fa la Chiesa non va mai imposta né proposta con trucchi perché non ha una logica di mercato. Noi dobbiamo prestare attenzione all’opinione pubblica ma non adottarla come criterio definitivo di decisioni: non si deve mai confondere l’urgente con l’importante. La globalizzazione è inevitabile, governarla è una necessità. Ma quando si cerca di globalizzare il profitto o le esigenze delle varie Organizzazioni, significa “nella pratica” escludere intere aree del mondo nel protagonismo dello sviluppo».
Giovanni Paolo II ci faceva riflettere sul rispetto della dinamica dei media e della responsabilità dei comunicatori: «Non confondete i desideri umani con i diritti umani, preferite il convincere al vincere. Pensate che le donne e gli uomini valgono più di quanto essi stessi pensano di valere. Anche comunicando notizie forti, abbiate il buonumore non solo per carattere ma per convinzione».
Il Papa era meticoloso. Ci invitava a informarci sui Paesi che andavamo a conoscere, proprio come faceva lui prima di effettuare i viaggi apostolici: capire la loro storia, i loro costumi, persino le singole persone che dovevamo incontrare, intervistare. «Non è bello improvvisare, tutto deve essere frutto di preparazione sui problemi specifici che si vanno ad affrontare. Si potrà dare forse l’impressione di improvvisare, ma sarà un’improvvisazione che affascina».
C’è poi la potenza comunicativa dei gesti di Giovanni Paolo II nel tempo del vigore come in quello dell’anzianità, attraverso immagini forti in luoghi significativi, come la preghiera al Muro del pianto a Gerusalemme, o il colloquio in carcere con Ali Agca: un modo di comunicare più efficace della parola stessa.
Questa comunicazione di Wojtyla ha fatto da preludio alla chiarezza di sintesi e di pensiero di Benedetto XVI e poi allo straordinario carisma comunicativo di Francesco, il cui messaggio - come in Giovanni Paolo II - arriva al cuore della gente. Francesco è un fiume inesauribile di immagini che riesce a veicolare sull’esempio della strategia di comunicazione di Wojtyla. Bergoglio - che ha definito benedetta la televisione - ha compreso l’importanza della collaborazione dei media alla sua missione.
Terminata la conversazione ricordo la forza con cui Wojtyla mi ha stretto la mano, incrociando il suo pollice con il mio. Uno scambio di battute, uno sguardo. Oggi osservando quella fotografia, non riesco a staccare gli occhi da quel viso, da quei pollici che si incrociano.
Avevo già incontrato Giovanni Paolo II – di cui il 18 maggio ricorre il centenario della nascita – altre volte. Questa era speciale. Lo avevo conosciuto giovane, forte, tonico, all’inizio di un pontificato che avrebbe cambiato il corso della storia. Poi lo avevo visto ferito, preoccupato non tanto del suo fisico quanto per le guerre e le avversità che affliggevano il pianeta, interne ed esterne alla Chiesa. Poi lo avevo visto più avanti, appesantito dagli anni e dalla malattia, ma sempre vivo dentro e pieno di entusiasmo, come quando diceva: «Nonostante alcuni limiti che ha portato l’età, conservo ancora il gusto per la vita».
Ora mi trovavo ancora una volta davanti a lui in una delle occasioni in cui si parlava di comunicazione e di informazione, invitato dal suo fido portavoce e capo della comunicazione Joaquín Navarro-Valls, che aveva per me una simpatia e una fiducia che mi rendevano orgoglioso. Wojtyla era un uomo schietto e diretto. Mi aveva sempre colpito il suo sguardo calmo, riflessivo: gli occhi di un indescrivibile grigio-azzurro, che guardavano qualcosa che non era all’esterno ma dentro il suo e il tuo cuore. Mi ha sempre dato l’impressione che guardandoti negli occhi senza ancora parlare, avesse già capito perché eri lì, cosa volevi e cosa avresti voluto dire.
Giovanni Paolo II era un fine uomo di comunicazione. Aveva capito fin dal primo giorno di pontificato l’importanza che la stampa, la televisione, Internet avrebbero avuto nel futuro. E poi era stato attore nella sua Polonia assediata dai tedeschi, aveva recitato testi impegnativi: sapeva come comunicare. E sapeva come porsi davanti a un microfono, conosceva il mondo mediatico composto da telecamere, altoparlanti, bloc-notes, di tanti giornalisti. Era stato lui a ideare nel 1979, in occasione del viaggio in Messico, le conferenze stampa sull’aereo. Da quel giorno in poi, ogni giornalista aveva l’impressione di essere il portatore del messaggio che il Santo Padre voleva che fosse trasmesso.
Giovanni Paolo II parlava sì da pontefice ma il canale per trasmettere il pensiero diveniva ogni singolo giornalista a bordo. Mi disse Navarro che il Papa aveva imparato a usare i mezzi della comunicazione “senza subirli”. Quando ebbi l’occasione di visitare i luoghi dove viveva il Pontefice al terzo piano del palazzo apostolico, superata la doppia porta d’ingresso dei sacri appartamenti, rimasi colpito dalla semplicità e dalla loro austerità. Non c’erano Michelangelo e Raffaello alle pareti, ma muri tinti di un giallo che sapevano più di canonica e di parrocchia. La singolarità era un corridoio con un lungo tavolo sul quale ogni mattina i collaboratori sistemavano i quotidiani aperti sulla prima pagina in modo che il Santo Padre potesse leggerne i titoli. Poi a cena (a pranzo aveva sempre degli ospiti) sedeva su un lato della tavola: a capo tavola il suo segretario Dziwisz aveva il compito di governare il telecomando della tv, un semplice televisore da trenta pollici con tubo catodico: solo i titoli dei telegiornali, poi si spegneva. Le notizie approfondite le aveva dal suo staff.
«La gente ha diritto all’informazione e noi non possiamo sottrarci – era stata la sua prima raccomandazione –. La promessa dell’universo dei valori che fa la Chiesa non va mai imposta né proposta con trucchi perché non ha una logica di mercato. Noi dobbiamo prestare attenzione all’opinione pubblica ma non adottarla come criterio definitivo di decisioni: non si deve mai confondere l’urgente con l’importante. La globalizzazione è inevitabile, governarla è una necessità. Ma quando si cerca di globalizzare il profitto o le esigenze delle varie Organizzazioni, significa “nella pratica” escludere intere aree del mondo nel protagonismo dello sviluppo».
Giovanni Paolo II ci faceva riflettere sul rispetto della dinamica dei media e della responsabilità dei comunicatori: «Non confondete i desideri umani con i diritti umani, preferite il convincere al vincere. Pensate che le donne e gli uomini valgono più di quanto essi stessi pensano di valere. Anche comunicando notizie forti, abbiate il buonumore non solo per carattere ma per convinzione».
Il Papa era meticoloso. Ci invitava a informarci sui Paesi che andavamo a conoscere, proprio come faceva lui prima di effettuare i viaggi apostolici: capire la loro storia, i loro costumi, persino le singole persone che dovevamo incontrare, intervistare. «Non è bello improvvisare, tutto deve essere frutto di preparazione sui problemi specifici che si vanno ad affrontare. Si potrà dare forse l’impressione di improvvisare, ma sarà un’improvvisazione che affascina».
C’è poi la potenza comunicativa dei gesti di Giovanni Paolo II nel tempo del vigore come in quello dell’anzianità, attraverso immagini forti in luoghi significativi, come la preghiera al Muro del pianto a Gerusalemme, o il colloquio in carcere con Ali Agca: un modo di comunicare più efficace della parola stessa.
Questa comunicazione di Wojtyla ha fatto da preludio alla chiarezza di sintesi e di pensiero di Benedetto XVI e poi allo straordinario carisma comunicativo di Francesco, il cui messaggio - come in Giovanni Paolo II - arriva al cuore della gente. Francesco è un fiume inesauribile di immagini che riesce a veicolare sull’esempio della strategia di comunicazione di Wojtyla. Bergoglio - che ha definito benedetta la televisione - ha compreso l’importanza della collaborazione dei media alla sua missione.
Terminata la conversazione ricordo la forza con cui Wojtyla mi ha stretto la mano, incrociando il suo pollice con il mio. Uno scambio di battute, uno sguardo. Oggi osservando quella fotografia, non riesco a staccare gli occhi da quel viso, da quei pollici che si incrociano.
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