A Turmac il tempo si ferma e Ruth tesse la trama di vite e destini incrociati
di Savina Dolores Massa
Quando in un piccolo villaggio arriva una donna con una valigia piena di misteri le lancette di un vecchio quadrante iniziano a scandire le sorti dei personaggi
5 MINUTI DI LETTURA
Ogni volta che prendi tra le mani un romanzo hai aspettative, o speranze, per te stesso: «Che finalmente sia per me scritta questa storia». È un momento delicato, e un miracolo quando avviene qualcosa fin dalle prime pagine. Il miracolo è che te ne vai da dove sei. Che chiunque l’abbia scritta, la storia, scompare e diviene l’ultimo dei personaggi, già di spalle, svaporato oltre la chiusa. L’autore perde forma e nome: ha osato la creazione dando immediatamente in affido una carta di placenta inchiostrata. E se ne va.
Non mi succedeva da tempo di meravigliarmi tra pagine così differenti da altre prodotte dalla nostra letteratura contemporanea. Dal romanzo sei espulso come se in un piccolo Villaggio non avessi il diritto di restarci, perché fuori dal Tempo è il luogo – e temi di non poterlo mai capire. Eppure torni, calamitato da colline identiche a mammelle di donne, certe donne a Turmac, con papaveri e segale e spighe al posto delle labbra. Bocche di terragna fioritura offrono le donne nel racconto lungo di Emiliano Deiana “La morte si nasconde negli orologi”, appema pubblicato dalla casa editrice Maxottantotto. Torni, per trovare l’antica grazia delle parole, scelte come un fiore di ciligio da proteggere, perché perfetto sia il proprio frutto in primavera, o potrebbbe perfino essere inverno, se le stagioni decidono di compiersi in perfetto disequilibrio numerico. Torni e resti fino alla fine e alla fame, infatuato della melodia di Turmac, il Villaggio immaginario che in fondo sei tu stesso, quando ti lasci andare e sei pronto all’accoglienza di personaggi dei quali, fin dal principio, non puoi fare a meno di giungere a pensare, «Sono me».
Un “me” privato di timbro personale, sostituito da echi differenti delle voci di creature tutte uniche nelle menti e nei vissuti scelti o imposti. Eppure, sono echi in una tessitura che se forma davvero possiede, è di collina, e tutti i personaggi sbattono l’un l’altro, racconti nel racconto. Ombre di morti in rinascita casuale quanto premeditata. Fino a quando giunge lei assieme a un treno. È Ruth a innescare la miccia a Turmac, lei con una valigia di orologi e di misteri. Tutto muta dietro il semplice passo – leggero in una gamba, granito nell’altra – di una femmina, disposta a tenere in mano un ago che ricami tutti gli altri man mano da incontrare.
Ed è qui che si innalza la vera trama della storia; è il lettore a doverla scrivere, anche suo malgrado, divorato dentro Turmac, una taverna, un pianoforte, il mare sognato e forse mentito tra alcol per farlo capire e desiderare, e sempre e sempre queste rassicuranti quanto ossessive colline destinate per sorte a una rievocazione di amplessi, quasi un confine da non osare varcare. Noi ci troveremo mummificati dentro l’enorme bolla di sapone utero di tutti.
Io questo libro non ve lo posso dire, perché irrimediabilmente contaminata, avendoci vissuto intera nell’arco del Tempo servito alla sua lettura. Una sera e una notte tra i molti sudori di chi, con me, è in Turmac. Non ve lo voglio raccontare, perché mai la mia visione potrà essere la vostra. E perché colpita da gelosia che per ogni vivente a Turmac mi ha stordita. Altri lo faranno con maggior equilibrio, dicendovi che è un poema quasi biblico, per esempio, che se frughi e hai letto molto saprai riconoscere personaggi già trascorsi tra le pagine delle migliori tra le letterature, o di canzoni amate addolorate, e sogni dentro i quali hai viaggiato, ma non l’hai voluto dire. E quando un attento lettore riconosce un personaggio già incontrato anche mille anni prima, non potrà fare a meno di commuoversi di fronte a ciò che Deiana ci ha donato in tela grezza.
Ricordo, sempre a noi toccherà l’ago perché ameremo tanto le dita di Ruth da volerla proteggere dal rischio di pungersi e di sanguinare. Nella vita, di sangue Ruth ne ha già sputato tanto, come tutti gli altri giunti a Turmac in un esatto e mai spiegato motivo: ciascuno composto da segreti e una lingua che solo a Turmac si rivela, con lentezza da lancette. Qualcuno, tra i personaggi, non racconterà, altri non si salveranno neppure dentro magistrali arti delle confidenze.
Leggendo ho patito molto, fino al pianto, qualche volta – ma sono stata svelta a infilare le lacrime dentro la valigia di Ruth e i suoi orologi. Dispiaciuta nel mio gesto, per non affaticarla nel trasporto. È un romanzo che espone, fino alla vergogna, un colore sopra tutti gli altri: il bianco. Torna spesso. Bianca conosciamo la grande balena e sciagura irrisolta di Melville. Bianca è la schiuma di ogni mare o l’oceano che siamo, bianco è il Tempo di lapidi o di rose. Bianca è l’attesa. E la fuga. Bianco è il contenuto di ogni bolla di sapone, se non sappiamo entrarci dentro nel suo volo. Stormi di bolle di sapone è anche, in cielo, questa indimenticabile narrazione.
Una “recensione” dovrebbe invogliare un lettore all’acquisto. Non è questa la mia volontà: ho voluto soltanto dirvi che da pochi giorni è presente nelle librerie un romanzo di una bellezza alla quale non eravamo più abituati. Di spighe; di numeri, maestri a guidare nella cecità; di salmi in saliva arrogante ormai incapaci di salvare fedeli; di perdoni e, sempre in ogni pagina, dello sguardo di chi legge «Ti ucciderò e basterà il mio sguardo». Starà al lettore vincere una sorta di duello dentro se stesso. Ma anche nulla potrebbe esserci da vincere.
Mentre un ruggito di mare distante potrà confondere buone o cattive intenzioni, spetterà a chi legge dove collocarsi, desiderasse prendere l’ultimo treno, nella consapevolezza dell’esistenza più diffusa nel romanzo: la morte quanto il canto per esorcizzarla, entrando nell’abisso che può essere solo un orologio fermo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non mi succedeva da tempo di meravigliarmi tra pagine così differenti da altre prodotte dalla nostra letteratura contemporanea. Dal romanzo sei espulso come se in un piccolo Villaggio non avessi il diritto di restarci, perché fuori dal Tempo è il luogo – e temi di non poterlo mai capire. Eppure torni, calamitato da colline identiche a mammelle di donne, certe donne a Turmac, con papaveri e segale e spighe al posto delle labbra. Bocche di terragna fioritura offrono le donne nel racconto lungo di Emiliano Deiana “La morte si nasconde negli orologi”, appema pubblicato dalla casa editrice Maxottantotto. Torni, per trovare l’antica grazia delle parole, scelte come un fiore di ciligio da proteggere, perché perfetto sia il proprio frutto in primavera, o potrebbbe perfino essere inverno, se le stagioni decidono di compiersi in perfetto disequilibrio numerico. Torni e resti fino alla fine e alla fame, infatuato della melodia di Turmac, il Villaggio immaginario che in fondo sei tu stesso, quando ti lasci andare e sei pronto all’accoglienza di personaggi dei quali, fin dal principio, non puoi fare a meno di giungere a pensare, «Sono me».
Un “me” privato di timbro personale, sostituito da echi differenti delle voci di creature tutte uniche nelle menti e nei vissuti scelti o imposti. Eppure, sono echi in una tessitura che se forma davvero possiede, è di collina, e tutti i personaggi sbattono l’un l’altro, racconti nel racconto. Ombre di morti in rinascita casuale quanto premeditata. Fino a quando giunge lei assieme a un treno. È Ruth a innescare la miccia a Turmac, lei con una valigia di orologi e di misteri. Tutto muta dietro il semplice passo – leggero in una gamba, granito nell’altra – di una femmina, disposta a tenere in mano un ago che ricami tutti gli altri man mano da incontrare.
Ed è qui che si innalza la vera trama della storia; è il lettore a doverla scrivere, anche suo malgrado, divorato dentro Turmac, una taverna, un pianoforte, il mare sognato e forse mentito tra alcol per farlo capire e desiderare, e sempre e sempre queste rassicuranti quanto ossessive colline destinate per sorte a una rievocazione di amplessi, quasi un confine da non osare varcare. Noi ci troveremo mummificati dentro l’enorme bolla di sapone utero di tutti.
Io questo libro non ve lo posso dire, perché irrimediabilmente contaminata, avendoci vissuto intera nell’arco del Tempo servito alla sua lettura. Una sera e una notte tra i molti sudori di chi, con me, è in Turmac. Non ve lo voglio raccontare, perché mai la mia visione potrà essere la vostra. E perché colpita da gelosia che per ogni vivente a Turmac mi ha stordita. Altri lo faranno con maggior equilibrio, dicendovi che è un poema quasi biblico, per esempio, che se frughi e hai letto molto saprai riconoscere personaggi già trascorsi tra le pagine delle migliori tra le letterature, o di canzoni amate addolorate, e sogni dentro i quali hai viaggiato, ma non l’hai voluto dire. E quando un attento lettore riconosce un personaggio già incontrato anche mille anni prima, non potrà fare a meno di commuoversi di fronte a ciò che Deiana ci ha donato in tela grezza.
Ricordo, sempre a noi toccherà l’ago perché ameremo tanto le dita di Ruth da volerla proteggere dal rischio di pungersi e di sanguinare. Nella vita, di sangue Ruth ne ha già sputato tanto, come tutti gli altri giunti a Turmac in un esatto e mai spiegato motivo: ciascuno composto da segreti e una lingua che solo a Turmac si rivela, con lentezza da lancette. Qualcuno, tra i personaggi, non racconterà, altri non si salveranno neppure dentro magistrali arti delle confidenze.
Leggendo ho patito molto, fino al pianto, qualche volta – ma sono stata svelta a infilare le lacrime dentro la valigia di Ruth e i suoi orologi. Dispiaciuta nel mio gesto, per non affaticarla nel trasporto. È un romanzo che espone, fino alla vergogna, un colore sopra tutti gli altri: il bianco. Torna spesso. Bianca conosciamo la grande balena e sciagura irrisolta di Melville. Bianca è la schiuma di ogni mare o l’oceano che siamo, bianco è il Tempo di lapidi o di rose. Bianca è l’attesa. E la fuga. Bianco è il contenuto di ogni bolla di sapone, se non sappiamo entrarci dentro nel suo volo. Stormi di bolle di sapone è anche, in cielo, questa indimenticabile narrazione.
Una “recensione” dovrebbe invogliare un lettore all’acquisto. Non è questa la mia volontà: ho voluto soltanto dirvi che da pochi giorni è presente nelle librerie un romanzo di una bellezza alla quale non eravamo più abituati. Di spighe; di numeri, maestri a guidare nella cecità; di salmi in saliva arrogante ormai incapaci di salvare fedeli; di perdoni e, sempre in ogni pagina, dello sguardo di chi legge «Ti ucciderò e basterà il mio sguardo». Starà al lettore vincere una sorta di duello dentro se stesso. Ma anche nulla potrebbe esserci da vincere.
Mentre un ruggito di mare distante potrà confondere buone o cattive intenzioni, spetterà a chi legge dove collocarsi, desiderasse prendere l’ultimo treno, nella consapevolezza dell’esistenza più diffusa nel romanzo: la morte quanto il canto per esorcizzarla, entrando nell’abisso che può essere solo un orologio fermo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
