Il romanzo
“La forza della natura” di Leotti La salvezza è guidare un trattore
di Sante Maurizi
Anna Neri è bella, ricca e viziatissima. Quando muore suo marito – l’ingegner Euclide, «triste, astemio, con delle spalle strette che pareva Andreotti» – la vita della donna pare destinata a un nuovo...
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Anna Neri è bella, ricca e viziatissima. Quando muore suo marito – l’ingegner Euclide, «triste, astemio, con delle spalle strette che pareva Andreotti» – la vita della donna pare destinata a un nuovo inizio fatto di viaggi, aperitivi e slalom fra vari pretendenti. I quali danno vita ad altrettanti fili narrativi – uno dei quali conduce in Sardegna – per comporre una galleria di personaggi alla Scola: un ricco commerciante “troppo romano”, un amico d'infanzia, un delinquente sfigato, un nobilastro piemontese, un contadino inquieto. Anna vorrebbe sbarazzarsi della grande tenuta di famiglia in Toscana, ma i Rencinai, fittavoli dei Neri da sempre, la trascinano in tribunale per un podere del quale rivendicano la proprietà. Le tocca tornare a Castelmemmo, dove pian piano le cose dalle quali ha preso le distanze – la campagna, il paese, la gente – acquisteranno una luce diversa.
C’è quella battuta attribuita a Baudelaire: la campagna è un posto dove le galline vanno in giro crude. Per dire che è da un pezzo che la modernità ha voltato le spalle alla civiltà contadina. Mentre però in paesi come la Francia la dialettica città-campagna innerva ancora i processi sociali, da noi l’agricoltura e l’allevamento vanno al centro del discorso pubblico solo quando qualcuno rovescia il latte per strada o chiede ragionevoli banalità come la regolarizzazione dei braccianti immigrati. Ne è spia quella che chiamiamo produzione culturale. Sì, qualche film (capolavori, peraltro: “L’albero degli zoccoli”, “L’uomo che verrà”), qualche romanzo (Giulio Angioni, “Assandira”). Ma mentre il binomio cibo-vino, cioè il consumo, genera migliaia di pagine e di ore di programmi tv, “la terra” proprio non la vediamo. O magari ce ne ritraiamo inorriditi quando il “giornalismo d’inchiesta” ci sbatte in faccia animali maltrattati e altre pratiche immonde, facendo di tutta l’erba un fascio. Perciò un romanzo che parla – anche – di agricoltura è di per sé un avvenimento.
Antonio Leotti, autore di “La forza della natura” (Marsilio, € 17) – sceneggiatore di “Radiofreccia”, “Il partigiano Johnny”, “Era d’estate” – si era esercitato sul tema con un paio di pamphlet da adottare nei corsi di sociologia ed economia. Nel primo, «Il mestiere più antico del mondo» aveva già inquadrato il tema: «l'agricoltura non è glamour e, quel che è peggio, è a basso contenuto di potere». Un saggio che tradiva già dal titolo una verve ironico-amara che nel romanzo si fa stile, sorretto da cadenze che è insolito riscontrare nella narrativa italiana contemporanea. Forse perché conoscere oltre i ritmi del cinema quelli della natura – come sa Leotti, agricoltore anch’egli – consente una marcia in più nell’affrontare quelli della scrittura.
Anna passerà dall’odio all’innamoramento per la campagna. Una conversione tutta fisica, che passa dagli odori – le terra, le muffe, il fieno, il mix di polvere, gasolio e ferro – al tatto, all’infatuazione per un oggetto in particolare: il trattore. «La prima volta che affondò l’aratro, la prima volta che lo richiamò con la frizione di sterzo tenendolo a bada come si fa con un puledro, fu la prima volta più importante della sua vita, una sensazione che equivaleva all’amore, alla perdita di verginità, e persino al Martini». Doterà l’azienda di vari New Holland, Laverda, Caterpillar e mietitrebbie. Un’epica delle macchine che l’autore suggella così: «Il trattorista è come un navigatore solitario, solca la terra invece che il mare, cerca una proda invece che una sponda, ma è solo come il navigante, solo con il suo trattore che è il suo bastimento, studia le curve del terreno invece dei moti del vento, ma è solitario come il marinaio e come lui dipende dai capricci del cielo».
C’è quella battuta attribuita a Baudelaire: la campagna è un posto dove le galline vanno in giro crude. Per dire che è da un pezzo che la modernità ha voltato le spalle alla civiltà contadina. Mentre però in paesi come la Francia la dialettica città-campagna innerva ancora i processi sociali, da noi l’agricoltura e l’allevamento vanno al centro del discorso pubblico solo quando qualcuno rovescia il latte per strada o chiede ragionevoli banalità come la regolarizzazione dei braccianti immigrati. Ne è spia quella che chiamiamo produzione culturale. Sì, qualche film (capolavori, peraltro: “L’albero degli zoccoli”, “L’uomo che verrà”), qualche romanzo (Giulio Angioni, “Assandira”). Ma mentre il binomio cibo-vino, cioè il consumo, genera migliaia di pagine e di ore di programmi tv, “la terra” proprio non la vediamo. O magari ce ne ritraiamo inorriditi quando il “giornalismo d’inchiesta” ci sbatte in faccia animali maltrattati e altre pratiche immonde, facendo di tutta l’erba un fascio. Perciò un romanzo che parla – anche – di agricoltura è di per sé un avvenimento.
Antonio Leotti, autore di “La forza della natura” (Marsilio, € 17) – sceneggiatore di “Radiofreccia”, “Il partigiano Johnny”, “Era d’estate” – si era esercitato sul tema con un paio di pamphlet da adottare nei corsi di sociologia ed economia. Nel primo, «Il mestiere più antico del mondo» aveva già inquadrato il tema: «l'agricoltura non è glamour e, quel che è peggio, è a basso contenuto di potere». Un saggio che tradiva già dal titolo una verve ironico-amara che nel romanzo si fa stile, sorretto da cadenze che è insolito riscontrare nella narrativa italiana contemporanea. Forse perché conoscere oltre i ritmi del cinema quelli della natura – come sa Leotti, agricoltore anch’egli – consente una marcia in più nell’affrontare quelli della scrittura.
Anna passerà dall’odio all’innamoramento per la campagna. Una conversione tutta fisica, che passa dagli odori – le terra, le muffe, il fieno, il mix di polvere, gasolio e ferro – al tatto, all’infatuazione per un oggetto in particolare: il trattore. «La prima volta che affondò l’aratro, la prima volta che lo richiamò con la frizione di sterzo tenendolo a bada come si fa con un puledro, fu la prima volta più importante della sua vita, una sensazione che equivaleva all’amore, alla perdita di verginità, e persino al Martini». Doterà l’azienda di vari New Holland, Laverda, Caterpillar e mietitrebbie. Un’epica delle macchine che l’autore suggella così: «Il trattorista è come un navigatore solitario, solca la terra invece che il mare, cerca una proda invece che una sponda, ma è solo come il navigante, solo con il suo trattore che è il suo bastimento, studia le curve del terreno invece dei moti del vento, ma è solitario come il marinaio e come lui dipende dai capricci del cielo».
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