La Nuova Sardegna

Piera Detassis: «Ho visto Tavolara e ho detto: sarà mia»

Alessandro Pirina
Piera Detassis e Jasmine Trinca a Tavolara (Foto Alberto Novelli)
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Piera Detassis e Jasmine Trinca a Tavolara (Foto Alberto Novelli)

La direttrice artistica presenta l'edizione della ripartenza di "Una notte in Italia"

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Di Tavolara non è solo la direttrice artistica. Piera Detassis è soprattutto l’anima di questo piccolo grande festival che in trent’anni ha visto sfilare sull’isola di fronte a Olbia tutto il cinema italiano. Il trentennale cade nell’estate più difficile sotto tutti i punti di vita, ma la squadra di “Un notte in Italia” – così fu battezzato l’evento nel 1991 – non ha voluto rinunciare al festival. Che sarà in forma ridotta con meno serate, meno gente, ma regalerà al pubblico isolano il meglio di questa stagione cinematografica azzoppata dal Covid.

Era il 1992 quando arrivò per la prima volta a Tavolara.

«Era esattamente il 25 aprile. Non ero mai stata in Sardegna. Il mio nome era stato fatto da Fabrizio Bentivoglio, che era stato ospite l’anno precedente nella primissima edizione. Ricordo che risposi un po’ svagata a una telefonata arrivata in redazione (ai tempi era giornalista di Ciak, ndr). All’inizio ero un po’ dubbiosa, perché pensavo si trattasse di un paesino in montagna, che io – trentina – non amo particolarmente. Poi ho scoperto che era un’isola e mi si è aperto il cuore. Quando sono sbarcata non credevo potesse esistere una flora di questo tipo. Sono rimasta incantata dai profumi e dai colori. Non pensavo esistesse un mondo così. Appena ho messo piede a Tavolara ho pensato: sarà mia».

Così è stato: 30 edizioni è un traguardo importantissimo.

«Non è semplice riuscirci, ci vogliono un’anima e un’idea. Noi non siamo un festival tradizionale, siamo più un’esperienza. L’idea è proprio quella lì: proporre questo connubio straordinario tra il cinema italiano, gli attori e gli autori che si presentano in modo inconsueto, personaggi azzeccati quali Neri Marcorè e Geppi Cucciari. Un mix di cinefili e barcaroli a cui si sono sempre affiancati partner – penso a Mini o Sky Arte – che ci assomigliano. Il segreto di Tavolara è questo. Ma è anche un mix di caratteri. Io e Marco (Navone, ndr) siamo le due anime centrali del festival ma non potremmo essere più diversi».

Tavolara nasce per dare spazio al giovane cinema italiano. Sono passati trent’anni: qual è oggi il suo stato di salute?

«È molto più maturo, più internazionale - fatti salvi i grandi autori dell’epoca -, ha trovato una propria solidità autoriale e una espressività molto forte. È anche esportabile. Nel frattempo è anche cambiato il mondo dell’audiovisivo. Questa purtroppo è una stagione particolare. Guardavo quanti film previsti quest’anno che non usciranno: abbiamo perso un anno di cinema».

In che modo si può favorire la ripartenza?

«Sarà fondamentale fare bellissimi film. Solo quelli con un’idea e un’anima faranno tornare la gente al cinema. O i blockbuster bombastici o i grandi film di qualità. Per i quali sarà una battaglia ancora più ardua».

Come sarà il festival di Tavolara 2020?

«È tutto ancora in itinere. La cosa a cui più tenevo era la rinascita simbolica dell’ultimo film uscito prima del lockdown, “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti. Ha fatto in tempo a farsi premiare a Berlino con Elio Germano miglior attore, è uscito al cinema ma dopo due giorni hanno chiuso tutto. Un esempio di crudeltà – di cui nessuno ha colpa, visto che siamo nell’anno più maledetto del secolo – contro un film e un autore che lavora anni sui film. Giorgio è un amico di Tavolara, ho amato tutti i suoi lavori e mi piaceva rinascesse qui. Il film ritorna in sala ad agosto, ma siamo riusciti ad avere l’anteprima a Tavolara».

Oltre Diritti saranno al festival Antonello Grimaldi, Neri Marcorè, Geppi Cucciari e Jasmine Trinca.

«Non abbiamo chiesto a molti, perché capiamo le grandi difficoltà di quest’anno. Ma tutti ci hanno detto subito sì. Sono tutti grandi amici di Tavolara. Jasmine, per esempio, è venuta tante volte. Lei un’attrice molto amata che - mi auguro - possa debuttare presto come regista. È ora che le donne comincino a prendere la macchina da presa».

Prima di ogni film ci saranno i video a cura del David di Donatello, di cui lei è presidente e direttrice artistica.

«Anche a Tavolara, come in tutte le arene estive d’Italia, prima della proiezione dei film candidati ai David trasmetteremo interviste ai protagonisti, video selfie, momenti emozionanti, incontri speciali. E l’ultima sera a Tavolara – prima della “Dolce vita” di Fellini – faremo un omaggio a Ennio Morricone».

Che ricordo ha del grande Maestro?

«Era un gigante assoluto. La sua musica era una sospensione totale tra la grande cultura e il pop. Aveva riscritto e reinventato la musica per film. Sapeva di essere Morricone, ma senza mai cadere nella prosopopea, nella boria. Quando pensiamo a lui ci vengono in mente le sue note scritte per i film di Sergio Leone, di Tornatore, fino ad arrivare a Tarantino, con cui aveva vinto l’Oscar».

Qual era il vostro rapporto?

«Io non sono stata mai così vicina a lui da conoscerlo bene. Però lo scorso anno ho presentato insieme a Vincenzo Mollica il libro che Giuseppe Tornatore ha scritto su di lui. Raccontò di avere vinto 10 David di Donatello: sei per i film Tornatore, più altri 4. Ma di non averne mai ricevuto uno per i film di Sergio Leone. Ai tempi in effetti per l’Accademia gli spaghetti western era considerati troppo commerciali. Lui lo ha ribadito in modo spiritoso e affettuoso, ma ha dato comunque una bella stoccata».

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